Filologia delle nuvole


– iiiih, e che so’ quelle?
– quelle sono… sono le nuvole!
– e che so’ ste nuvole?
– bah!
– quanto so’ belle, quanto so’ belle!
– ah, straziante meravigliosa bellezza del creato

Sono le battute finali del piccolo capolavoro di Pasolini, Che cosa sono le nuvole (1967), terzo episodio di Capriccio all’Italiana. A pronunciarle è Totò, nei panni del più pazzo e meraviglioso degli Jago che si siano mai visti, rispondendo agl’interrogativi d’un Otello-Ninetto, nero e romanesco: burattini derelitti sotto la mobile fissità delle nuvole, apparse ai loro occhi per un’ultima prima volta (fig. 1). Per le marionette seppellite da una «cultura che distilla direttamente gl’imperativi del consumo delle merci», l’osservazione dello spazio nubiloso definirebbe l’uscita dal mondo della rappresentazione (sanzionato emblematicamente dalla scelta di Pasolini di mettere il titolo del film sovrapposto a Las Meninas di Vélazques) o forse meglio – ha osservato Marco Antonio Bazzocchi – il cortocircuito fra realtà e finzione.

Fig. 1. Pier Paolo Pasolini, Che cosa sono le nuvole, 1967

Col suo ossimorico richiamo al “creato”, questa scena induce però anche a riflettere sul complesso rapporto di mimesi e metessi fra cielo e terra che sarebbe a fondamento tanto dell’infinito processo di creazione quanto della particolarità delle realizzazioni. Più che al Gioberti della Filosofia della rivelazione, vien fatto di pensare a certe pagine dell’ultimo Goethe, in particolare a quelle dedicate alla forma delle nuvole, dalle quali emerge l’afflato ad ottenere una conoscenza del cielo e dell’infinito che passi attraverso un «dividere» e un «ricollegare» i vari fenomeni, a cominciare da quelli nuvolosi. I quali sembrerebbero fungere da emblematici «punti di partenza», da Ansatzpunkte, nell’accezione data al termine da Erich Auerbach in Philologie der Weltliteratur: non appena si sia individuata la loro sfera, l’interpretazione che se ne dà comincia ad ampliarsi in modo tale che le sue parti costitutive sono così interdipendenti che l’esito dell’elaborazione giunge a possedere, nel suo spaccato, unità e universalità. Questo dunque il significato che assume l’«intuizione» goethiana dell’«atmosfera», nel suo cogliere le mirabolanti trasformazioni cui sono soggette le diverse formazioni nuvolose le quali, «lievi e grevi, procedono ondeggiando per le brezze», raccogliendosi e disperdendosi in un continuo cangiare di forme scandito dall’intervento dell’immaginazione.  Ecco allora che – afferma Goethe, seguendo Shakespeare (Amleto, atto III, scena II) – si assegnerà alle nuvole la fisionomia d’un cammello o d’una donnola o d’una balena. Ciò, tuttavia, «lo vedono meglio i bambini» – chioserebbe De André; ma anche, secondo Dalì, chi fra gli adulti sia dotato di quella «facoltà paranoica» per mezzo della quale si può veder cambiare forma a un oggetto preso nella realtà, «con la particolarità che le diverse forme che può prendere l’oggetto saranno controllabili e riconoscibili da tutti». Nondimeno, più che il superamento del principio d’identità come voluto dai surrealisti, si potrebbe riconoscere in questa singolare propensione una diatesi propria di quanti abbiano una disposizione idealistica opposta al mondo empirico.

Se fra questi sarebbe facile annoverare, d’accordo con Schiller (lettera a Goethe del 17 agosto 1797: la si legga nel Carteggio appena pubblicato a cura di Maurizio Pirro e Luca Zenobi presso Quodlibet), Siegfried Schmid, Jean Paul Richter e Hölderlin, nel caso di Luke Howard, un farmacista quacchero al quale si deve il saggio Sulle modificazioni delle nuvole (ora proposto in edizione italiana con testo a fronte per i tipi de La Vita Felice), la considerazione potrebbe di primo acchito sembrare pretestuosa. Membro della Askesian Society – d’un consesso dedito cioè all’askesis: a quell’exercitatio che, per Erasmo, «consummat eruditionem» –, nel 1803 Howard vi presentò i risultati delle proprie ricerche nefologiche di cui anni dopo, nella traduzione francese procurata da Ludwig Wilhelm Gilbert, fu scrupoloso lettore anche Goethe, che nel 1822 vi dedicherà anche dei versi: «Quel che fermare, raggiunger non si può / egli, per primo, l’afferra e lo trattiene; / determina l’indeterminato, lo delimita. / Lo definisce in modo pertinente». Howard aveva infatti per la prima volta catalogato le nuvole in sette classi – ma un divertito Fosco Maraini nel suo Muvolario (l’ha riproposto nel 2020 la Nave di Teseo, dopo oltre vent’anni dalla sua prima edizione) voleva che a tale «razionale classificazione degli aspetti nuvolosi, o nuvoleschi che dir si voglia» avesse già provveduto, nel 1685, tal Vapor De Cumulis – sulla base di modificazioni semplici, intermedie e miste. A questa divisione, che Goethe seguì in larga misura nei suoi studi di meteorologia, come pure si trae da un suo acquarello (ora nelle raccolte del Teatro di Amburgo; fig. 2) tradotto in un’incisione di Ludwig Heß posta a corredo del saggio La forma delle nuvole secondo Howard, lo scienziato inglese pervenne movendo da una scrupolosa osservazione empirica, che cercò quindi di esprimere in immagini attraverso una serie di meticolosi acquarelli, in seguito rielaborati dal pittore e incisore Edward Kennion (fig. 3).

Fig. 2. Johann Wolfgang Goethe, acquerello

Come ricorda Ida Terracciano, l’ampia diffusione di queste riproduzioni esercitò una notevole influenza su molti artisti dell’epoca, a partire da Constable e Turner, e si protrasse fino a Ruskin. D’altronde, se i nomi latini di “cirro”, “cumulo” e “strato” seguivano un esplicito intento divulgativo, altrettanto può dirsi per le illustrazioni scelte da Howard a corredo delle sue notazioni. Il rapporto ch’egli porrebbe tra il nominare e il disegnare rappresenterebbe però la sintesi concettuale di un processo non soltanto visivo. Questo rapporto, appuntandosi sul salire, adunarsi, dissolvere e cadere delle nuvole, ossia su ciò che è intrinsecamente transeunte, dovrebbe tradursi – come pure suggerisce Goethe nelle scene finali del Faust – in «Gleichnis», parola polisemica che può rendersi con “immagine”, “similitudine”, “metafora”, “parabola”, “allegoria”, “analogia”, “enigma”.

Fig. 4. fotografia di Alfred Stieglitz

Ed è a questa molteplice significanza che allude il fotografo Alfred Stieglitz (scelto assai opportunamente per accompagnare l’edizione di Howard; fig. 4) quando parla del suo fotografare le nuvole, dando vita a immagini che ci si presentano come totalità impossibili da analizzare, semplici pozzanghere piene di cielo, dal quale erompe luce, luce che turbina vertiginosamente per poi rispecchiarsi in una tenebra appena striata. È il medesimo sfondo della scena più suggestiva del Dies Irae (1943) di Carl Dreyer. Mentre attraversa la campagna notturna, Absalon dice al sagrestano: «Guarda il cielo, le nuvole… sono come una strana scrittura». Il sagrestano risponde: «È il dito del Signore che scrive». E Absalon: «Ma chi sa decifrarla?».

Luke Howard
Saggio sulle modificazioni delle nuvole
a cura di Ginevra Quadrio Curzio e Ida Terracciano
con disegni di Edward Kennion e fotografie di Alfred Stieglitz
testo inglese a fronte
La Vita Felice, 2022, 180 pp., € 13

In copertina: Edward Kennion, Cumulostratus; as produced by the inosculation of Cumulus with Cirrostratus, 1849

(Milano 1981) insegna filosofia della comunicazione e del linguaggio presso l’Università Pegaso di Napoli; ha svolto e svolge attività didattica e seminariale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e l’Università di Pavia. Studioso di filosofia moderna e contemporanea, è autore di numerosi saggi e studi monografici fra i quali: “L’oblio del linguaggio” (Guerini 2007); “Alla ricerca della fenomenologia perduta. Husserl e Proust a confronto” (Mimesis 2009); “Brice Parain-Impromptu” (ESI 2010); “Giuseppe e i suoi fratelli: dalla filosofia narrante alla rivelazione” (Editoriale Scientifica 2012); “Passaggio al vuoto. Saggio su Walter Benjamin” (Quodlibet 2015) “Monoteismo plurale. Teologia ed ecclesiologia in Schelling” (Il Pozzo di Giacobbe 2019). Ha curato l’edizione italiana di opere di Derrida, Baumgardt, Hegel, Maimon. Di prossima pubblicazione, presso Quodlibet, è “Filosofia dell’ombra. Tre saggi”. Giornalista pubblicista, collabora con diversi periodici.