Geoff Dyer, fermare il tempo

Il Saggiatore ripubblica con una significativa modifica L’infinito istante di Geoff Dyer, già uscito in Italia nel 2007 da Einaudi. Se in quell’edizione si privilegiava l’aspetto fotografico del libro grazie all’inserimento nella collana ‘Saggi’, quella col dorso arancione, per intenderci, che ne faceva soprattutto un saggio e un libro di immagini, qui l’editore di via Melzo compatta il testo nell’abituale formato dei suoi libri, che siano saggi, romanzi o ibridi all’interno dell’onnicomprensiva collana ‘La Cultura’. Il lettore dunque si trova, principalmente, a leggere parole che raccontano una storia più che a osservare immagini che la illustrano. Il che cambia notevolmente l’approccio al volume.

Mentre appunto leggevo il testo mi veniva da fare un paragone con il libro che fece conoscere Dyer in Italia, Natura morta con custodia di sax, pubblicato nel 1991 dalla benemerita Instar Libri di Torino. Entrambi i libri hanno un intento enciclopedico, questo riguardo alla fotografia, quello al jazz. Quest’ultimo strutturato come una serie di racconti alternati da un fil-rouge, ovvero la descrizione di un viaggio di Duke Ellington che sempre seguiva il pullman dell’orchestra a bordo di una vettura guidata dal suo mitico sax-baritono Harry Carney. Natura morta si qualifica dunque come un libro di racconti tenuti assieme dall’argomento comune: il jazz. La struttura rigida della narrazione per racconti con differenti protagonisti aiuta l’autore ma anche il lettore a seguire il bandolo della matassa.

Edward Weston, Charis, Lake Ediza, 1937

Non così accade nel magma narrativo che informa di sé L’infinito istante dove viene discussa l’opera di diversi fotografi americani ed europei in una maniera che se all’autore appare consequenziale, al lettore sembra piuttosto random, legata a una serie quasi infinita di divagazioni sul tema. Va detto che, riprendendo in mano Natura morta, l’interesse per le immagini fotografiche è di lunga data in Dyer. Risfogliando quel volume scopro che la prefazione dell’autore contiene un paragrafo significativamente intitolato ‘NOTA SULLE FOTOGRAFIE’. Si tratta di un commento a due immagini riprodotte nella seconda e terza di copertina che in qualche modo anticipano l’approccio che Dyer avrà ne L’infinito istante, così come qualche flash jazzistico comparirà nel suo libro fotografico, segno questo che, ancora una volta occorre segnalare come nell’opera omnia di un autore importante i temi si rincorrono, si ingarbugliano, svettano e scompaiono continuamente come se vivessero di vita propria e stentassero a rimanere sotto traccia. Così accade che a volte nel libro fotografico compaiono protagonisti di altri e futuri libri dello scrittore britannico: Tarkovskji, Lawrence, ma anche situazioni o immagini: letti sfatti, strade di campagna deserte…

Alfred Steiglitz, Window at the Sheldon, West, 1931

Ne L’infinito istante si può seguire la narrazione attraverso i rapporti di alcune coppie di fotografi, (penso a Strand e Stieglitz), o ad altri seguiti con maggior costanza, come Walker Evans, o Dorothea Lange che percorrono tutto il libro; altre pagine privilegiano i soggetti fotografati: i suonatori di fisarmonica, i cappelli, i letti sfatti, le scalinate e così via a cui Dyer dedica paragrafi appassionanti. Del resto, l’autore è piuttosto generoso nel suggerire percorsi di lettura il che però porta anche questi due elenchi a interrompersi per l’evidente impossibilità d’essere esaustivi. L’argomento sembra esondare continuamente. Questa difficoltà percorre tutto il libro e ne è – lungi dall’essere un difetto – il suo aspetto più intrigante. Poiché lo scrittore britannico sembra qui affrontare non tanto la storia della fotografia dell’ultimo secolo, quanto risolvere il problema di scrivere un libro sulla fotografia. I nomi degli artisti scorrono trascinati da una corrente narrativa irrefrenabile; i soggetti subiscono la medesima sorte e il lettore si domanda: perché questi autori e non altri? perché questi soggetti e non altri? C’è una sottintesa classifica di merito o conta solo il giudizio soggettivo dell’autore? In alcuni casi le fotografie sono precedute da una descrizione puntigliosa; in altri casi le descrizioni rimangono orfane di immagini. Nella postfazione, con la sua abituale ironia, Dyer spiega la difficoltà spaventosa che ingarbuglia il nodo gordiano dei diritti fotografici che hanno reso il libro qualcosa di diverso da quel che originariamente e un po’ ingenuamente immaginava. Ma quale libro è uguale a quello che ci s’immaginava di scrivere? 

Walker Evans, Door, Nova Scotia, 1971

A contrario di altri testi di Dyer – penso a Zona – tutto dedicato a replicare attraverso la parola i fotogrammi di Stalker di Tarkovskji, qui l’esaustività è impossibile da raggiungere. Sempre qualcosa rimarrà non detto, non esposto, non raccontato anche a rubricare centinaia di esempi. Che sia un fotografo o un soggetto, la discrezionalità delle scelte comporta un’evanescenza che cozza contro la volontà di ridurre il mondo della fotografia a una sequenza di immagini selezionate e per questo rappresentative. Il cimento è irrisolvibile, Dyer se ne rende conto, e se ne rende conto il lettore che pure rimane stregato durante la lettura; cerca il sottile bandolo della matassa narrativa che immagina debba fare da traccia all’autore ma sempre ne viene deluso. Appare evidente che il libro naviga in un mare agitato da opposte e contrastanti correnti.

Un barlume di soluzione sembra comparire a pagina 272 (a due terzi del libro) quando Dyer cita una frase programmatica di Garry Winogrand: “Io fotografo per scoprire come apparirà una cosa fotografata. Fondamentalmente è questo il motivo per cui fotografo, per dirla in parole povere”. Lo scrittore commenta: “è quanto cerca di fare anche questo libro: scoprire come appaiono le cose quando sono state fotografate e come le modifichi il fatto di essere state fotografate”. Dunque l’argomento non è la fotografia ma l’oggetto una volta fotografato. L’attenzione è a quella situazione estrapolata dalla realtà e circoscritta alla cornice entro cui vengono conservati per un tempo infinito e immutabile gli oggetti fotografati. C’è una metamorfosi di cui Dyer sembra accorgersi nel momento in cui descrive gli oggetti fotografati o gli artisti che li hanno fotografati. Mutatis mutandis la frase che commenta quella di Winogrand suona in realtà così: “Questo è quanto cerca di fare anche questo libro: scoprire come appaiono le cose quando sono state scritte e come le modifichi il fatto di essere state scritte.”

Garry Winogrand, Untitled, anni Cinquanta

L’abisso si raggiunge verso la fine del libro quando la bulimia d’immagini di Garry Winogrand, scrive Dyer, lo porta in tarda età a scattare duemila rullini non sviluppati e a conservare seimilacinquecento sviluppati e non stampati; più altri tremila rullini impressi soltanto in prove a contatto. A contarli male si tratta di quattrocentomila istanti fermati ma rubricati in una sorta di piega oscura della memoria senile del fotografo che non vedrà mai la luce. Verrà poi l’epoca della Polaroid alla quale si appassionerà Walker Evans, un processo quasi inverso: tutto quel che viene centrato dall’obiettivo della macchina fotografica ha un’immediata resa sulla carta. Il ruolo del fotografo sembra ridursi a inquadrare e rubricare quel che gli accade davanti. Una sorta di reporter del presente che documenta quel che osserva. Un po’ come fa Dyer in questo libro: documenta tutto quel che attraversa il suo pensiero sull’argomento ‘fotografia’.

Chiudo con un ricordo personale che potrebbe incuriosire Dyer. Nell’estate del 2001 mi trovavo ad Helsinki e filmavo con la mia Sony alcune singolari evoluzioni di gabbiani sul porto quando ebbi la netta sensazione di provare un déjà vu. Dunque in qualche modo filmai quell’immagine confusa nel cortocircuito tra presente e passato. Quei gabbiani sembravano appartenere a un mio passato nascosto e riemerso da qualche malfunzionamento del settore cerebrale dedicato alla memoria. Andai subito a rivedere la scena e le evoluzioni dei gabbiani mantenevano ancora quella nitidezza del déjà vu. A una seconda visione la nitidezza si attenuava. A una terza nulla differenziava quei fotogrammi da quelli che li precedevano o li seguivano. In questi anni ho perduto la Sony e non ho conservato i filmati presi ad Helsinki. Col tempo il tempo si assesta, le immagini rimangono semplici immagini. Non tutti sono fotografi anche quando si ha la fortuna di fermare sulla pellicola un’interruzione del tempo.

Geoff Dyer
L’infinito istante
traduzione di Maria Virdis
il Saggiatore 2022
340 pp., € 25

In copertina: Edward Weston, The Brooklyn Bridge, 1941

(Roma 1953). Vive a Milano. Scrive libri. L’ultimo suo è "Le galanti" (il Saggiatore 2019). Quando non scrive cura collane editoriali.