Perché non possiamo non essere iconoclasti

Vediamo un cervello, ma quel cervello non è all’interno di un barattolo pieno di formalina sullo scaffale di un museo di anatomia e non è nemmeno quello di uno sfortunato animale non umano, esposto senza tanti riguardi sul banco lattescente di una macelleria; no, il cervello che vedi è il ‘tuo’ cervello. È l’esperienza centrale del libro del neuroscienziato Stanislas Dehaene, Vedere la mente (Raffaello Cortina Editore 2022). In un capitoletto curiosamente intitolato “Faccia a faccia con il proprio cervello” Dehaene scrive con tono appassionato che “vedere il proprio cervello per la prima volta è un’esperienza intima e toccante. Davvero la mia mente, la mia persona, i miei ricordi, la mia volontà, sono racchiusi in questo chilogrammo e mezzo di materia molle? Davvero tutto ciò che io provo, che io sono, si riduce alla scarica di qualche decina di miliardi di evoluzione e da cinquantasei di educazione?” (p. 11).

È curioso che Dehaene, lo stesso intransigente materialista Dehaene che due pagine dopo scrive perentoriamente che “noi siamo il nostro cervello” (p. 13) – possa dire che quello che vede è il ‘suo’ cervello. Suo di chi? In effetti, se seguiamo il suo vertiginoso ragionamento, non è Dehaene che vede il ‘suo’ cervello, ma è un cervello che vede sé stesso. In effetti che cos’è Dehaene se non un cervello? E se è un cervello – come non si stanca di ricordarci in tante altre pagine di questo libro affascinante quanto al fondo enigmatico – come fa questo stesso cervello a uscire da sé e vedersi come in uno specchio? Ma chi è, o che cos’è, allora, che vede quell’immagine di un cervello?

Immagine dei neuroni della corteccia di topo ottenuta con la microscopia a due fotoni dal team di Emmanuel Beaurepaire all’École polytechnique di Parigi.

Il punto decisivo, dove si raccolgono tutte le difficoltà logiche prima ancora che empiriche di questo libro, è proprio nella fotografia che raffigura, così dice la didascalia, il cervello dello stesso scienziato, “scansionato nel 2003 con la risonanza magnetica a tre tesla nell’Ospedale Fréderic-Joliot”. Secondo Dehaene è il cervello che pensa, proprio quell’ammasso giallastro che si può vedere nella fotografia: “che cos’è il pensiero? Le scoperte delle neuroscienze cognitive suggeriscono che esso si riduce all’elaborazione delle informazioni dentro al nostro cervello” (p. 61). Dunque, quando vediamo quel cervello (o meglio, l’immagine di un cervello), in realtà staremmo vedendo anche i ‘suoi’ pensieri? Torniamo per un momento nella macelleria dove è esposto in modo brutale il cervello di un animale non umano: in questo caso staremmo anche ‘vedendo’ i ‘suoi’ pensieri? È difficile rispondere a questa domanda, e forse non perché sia una domanda difficile, bensì perché forse è una domanda proprio sbagliata, dal momento che di primo acchito non diremmo che un “pensiero” è il tipo di cosa che si possa vedere, così come si può vedere un tramonto o una formica (o anche, appunto, un cervello).

Torniamo alla fotografia che mostra il cervello di Dehaene. Il primo e principale problema che pone questa immagine è che, appunto, si tratta di una immagine, non di un vero cervello. Possiamo essere sicuri che Dehaene, a questa osservazione, controbatterà che non fa nessuna differenza, è una immagine veritiera, è il ‘suo’ cervello quello dell’immagine. Il punto è che un’immagine di una cosa, anche se questa cosa è il cervello dell’illustre neuroscienziato Stanislas Dehaene, non coincide con la cosa di cui è immagine. L’immagine, come sappiamo, è un segno. Quindi, quello che Dehaene vede non è il suo cervello, ma un segno che si riferisce a quello che lo stesso Dehaene pensa essere il suo cervello. Tutto diventa, a questo punto, molto più complicato. Perché allora dobbiamo riformulare in questo modo la situazione che possiamo osservare nelle pagine dieci e undici del libro Vedere la mente: c’è un cervello che ‘vede’ un segno che crede si riferisca ad un cervello, e quest’ultimo cervello, in realtà, coinciderebbe con il primo, quello che vede (sé stesso). Un cervello che vede, che pensa, che è sicuro di vedere un cervello. C’è qualcosa che non torna in tutta questa storia. Perché non sembra proprio che un cervello, quello stesso triste ammasso gelatinoso che vediamo sul banco di una macelleria, non sia capace di vedere un bel niente, tantomeno di pensare e ancora meno di essere sicuro di qualcosa.

In effetti un cervello, preso a sé, non fa proprio niente, se non finire, una volta immerso in una pastella di uovo e farina, in una bella frittura. È semmai il professor Dehaene, tutto intero, in camice bianco e occhiali da vista, che vede pensa e crede di vedere. Non un cervello. Tutto sta a capire la differenza fra una cosa e l’immagine di una cosa. “La nostra corteccia visiva”, scrive il neuroscienziato, “è bombardata da immagini di ogni genere” (p. 95). È evidente che non è così, perché per vedere nella fotografia di pagina dieci un cervello non basta avere due buoni occhi e una corteccia visiva attiva e funzionante; un’immagine è una cosa che, tuttavia, è anche un segno di qualcos’altro. Non basta avere un cervello per vedere in una superficie colorata a due dimensioni l’immagine di qualcos’altro. In effetti se proviamo a entrare, come ci aiutano a fare le stesse straordinarie immagini del libro di Dehaene, dentro un cervello, è affatto chiaro che in un cervello non ci sono immagini di cose. La stimolazione del sistema visivo non è un’immagine, semmai è uno schema di attivazione che coinvolge milioni e forse miliardi di neuroni: in sostanza, è una cosa (lo schema elettrico) dentro un’altra cosa (la corteccia visiva). Nel cervello non ci sono immagini. Ma allora, chi è che può vedere un’immagine?

Il passaggio dalla cosa all’immagine della cosa equivale al passaggio dal cervello a quell’entità molto più sfuggente che è il pensiero. Non è il cervello di Dehaene che vede il ‘suo’ cervello, è piuttosto un essere umano pensante – quello che viene chiamato Stanislas Dehaene – che ritiene di vedere, in un’immagine, il proprio stesso cervello. Il cervello è un’entità fisica, per questo si può anche friggere in olio bollente, il pensiero, benché sia inseparabile da un cervello, non è un’entità fisica, e infatti non si può friggere e tantomeno mangiare à la tartare. Infatti, mentre si può fare una fotografia di un cervello non si può fare una fotografia di un pensiero. Non è forse un caso che il titolo originale del libro di Dehaene sia, più modestamente, Face à face avec son cerveau. Mente e pensiero non sono il tipo di cose che si vedono direttamente. Di nuovo, chi è, o che cos’è, che vede quel cervello e afferma che è il “suo” cervello?

Mappe del coefficiente di espansione della superficie corticale nell’evoluzione dei primati. Lavori dei team di Tristan Chaplin, alla Monash University in Australia, e di Marcello Rosa, all’Universidade Federal do Rio de Janeiro in Brasile

Pensiero, mente, cervello, che differenza fa, obietterà un intransigente materialista, non hai scritto tu stesso che senza cervello non può esserci nessuna mente? È vero, ma questo non vuol dire che siano la stessa cosa, e che quindi “cervello” sia un sinonimo di “pensiero”. Ce lo dimostra proprio la natura ambigua dell’immagine, che può essere veritiera, come probabilmente è il caso di quella che riproduce l’immagine digitale di un cervello che possiamo vedere a pagina dieci, ma può anche non esserlo. In effetti come possiamo escludere, visto che in ogni caso si tratta di un segno, che quello stesso segno non sia sbagliato o addirittura falso? Se quello raffigurato fosse il cervello di qualcun altro? Se lo stesso Dehaene si fosse sbagliato, e avesse preso dal suo archivio di immagini cerebrali (che immaginiamo ricchissimo) quella del cervello di un’altra persona? O ancora, possiamo escludere che il tecnico di laboratorio abbia dato volontariamente a Dehaene un’immagine sbagliata? Le immagini, come tutti i segni, devono essere lette come segni, altrimenti non sono che una superficie bidimensionale. L’immagine del cervello a pagina dieci, allora – e proprio perché non è un cervello ma soltanto l’immagine di un cervello – può essere compresa solo da qualcosa di più di un ‘semplice’ cervello. Ci vuole un essere umano in carne ed ossa per vedere in una fotografia l’immagine di qualcosa.

Che cosa vediamo, allora, in Vedere la mente. Il cervello in 100 immagini? Sicuramente non vediamo un cervello e tantomeno una mente, vediamo piuttosto una serie di immagini, alcune molto suggestive, che rappresentano, più o meno direttamente, dei cervelli. Ma appunto, si tratta di immagini, non della cosa rappresentata. Ma che cosa significa, infine, non accorgersi della differenza fondamentale fra l’immagine di un cervello e un cervello reale? Significa dimenticarsi che quello che vediamo è sempre un’immagine del reale, non è mai il reale stesso. E dal momento che un’immagine è per sua natura una manipolazione più o meno attendibile del reale, confondere l’immagine con il reale significa esporsi al rischio di essere noi stessi manipolati e raggirati dalle immagini (e da chi le usa a proprio vantaggio). L’immagine mente, o almeno è sempre potenzialmente menzognera. È la sua natura. Per questo non possiamo non essere iconoclasti.

Stanislas Dehaene
Vedere la mente. Il cervello in 100 immagini
Raffaello Cortina Editore 2022
pp. 222, € 26