Saint-Ouen, il mercato

Mi era sfuggita, confesso, una delle pubblicazioni più avvincenti dell’anno scorso: la nuova versione integrale del Piccolo manifesto per gli amatori d’ogni genere di Jean Dubuffet, che finalmente sostituisce quella curata da Renato Barilli per Feltrinelli nel 1982 (I valori selvaggi. Prospectus e altri scritti). La recuperiamo qui, per la cortesia di editore e curatrice, perché merce come quella di Dubuffet non scade così presto. L’estratto, spiega Alessandra Ruffino alla fine del testo di presentazione scritto per «Antinomie» che segue il brano di Dubuffet, è uno dei due inserti “letterari” del Piccolo manifesto, datato 1944. Giusto un anno dopo Carlo Emilio Gadda concepirà quel testo gemello, ma così diverso, che è «la gran fiera magnara» del mercato di Piazza Vittorio; ma per leggerlo bisognerà aspettare il 1957: nel decimo capitolo del Pasticciaccio in volume.

A.C.

Troviamo lì – densa rugiada – l’uomo. Nelle gallerie della Metropolitana (quelle che si percorrono per andare a Porte de Clignancourt) l’uomo c’è, con eguale abbondanza, ma sono uomini indaffarati, impazienti, uomini il cui pensiero punta al futuro (il termine del loro cammino). Guscio chiuso. Invece a Saint-Ouen c’è l’uomo inserito nel presente; disponibile: guscio radiosamente aperto. Perché? Non è chiaro. Queste ostensioni di catenacci, bretelle, apriscatole, mutande, reggicalze costituiscono forse in sé un così attraente spettacolo? Sì, perché sono ripetuti. Perché vi si trovano allineati e classificati gli stessi oggetto ripetuti allo stesso modo. Un soldato con l’arma in spalla ha poco pregio, ma quattro soldati che sincronicamente portano l’arma in spalla – dodici cavalli bianchi che battono insieme, con quarantotto zoccoli, il selciato risonante – ottanta bare di vittime di una catastrofe mineraria – cento catenacci stesi fianco a fianco dalla stessa parte: ecco, queste sono cose che stravolgono la mente, ecco che cantano e inebriano e trascinano! I numeri, che festa per me! A partire da che numero? A partire da due. Bastano già due catenacci con lo stesso lucchetto… Ma più: due occhi con la stessa occhiata – due gambe con lo stesso passo… Uomo, che festa per me! Uomo in una moltitudine ammucchiata o che scorre davanti ai tappi-dosatori, agli accendigas, a tutti quei begli aggeggi – davanti ma anche dietro perché qui non c’è differenza fra venditore e compratore: stessa faccia – proprio quella faccia uniforme dell’uomo middle-aged, come in genere è l’uomo, e, se proprio bisogna descriverla, e non ci vuol molto (basta – insomma – con lo scialbo marmo greco!) è una faccia color stufato d’agnello, o color vecchio pneumatico, costellato di solchi, assolutamente informe e come se i tratti fossero stati disegnati lanciandogli con gran forza un mattone in pieno muso – ecco a cosa assomiglia il volto dell’uomo middle-aged, quello dei venditori come quello degli acquirenti, non possiamo distinguerli. Se non per la diversa postazione. E a me un volto così, be’, a me piace. Anche i vestiti mi piacciono, di una tinta uniformemente grigio-nera impolverata come l’asfalto – di volta in volta un po’ più giallastra e slavata – e con berretti color guano, con quelle sciarpe e maglioni tonalità-immondizia: sono così che a me piacciono i vestiti. E non solo a me. Perché di vestiti se ne vendono anche lì, e sono gli stessi indossati dai clienti; gli stessi colori bitume o marron-sporco che piacciono all’uomo perché sono i colori dell’uomo, dei suoi capelli, dei selciati, dei muri e delle staccionate, del suo sudiciume. Questa non è la festa dei fagiani o dei pappagalli, è la festa dell’uomo. Per festeggiare, cosa di meglio potrebbe appendere ed esibire, l’uomo, se non i suoi orpelli e attributi e i piccoli oggetti che gli sono familiari e tutto ciò che gli somiglia o che gli interessa? I pettini, le mutande, gli anellini? È come se le pecore facessero delle feste, cos’altro potrebbero appendere se non costolette e cosciotti e cervelli e testine d’agnello? E i vestiti, gli accendini e gli orologi fanno tutti parte dell’uomo, della sua persona – come la lana fa parte della pecora. Che non ci vengano a decantare che l’uomo è nudo. Certo, sotto è nudo: ma quando mai lo vediamo così? In rari casi. L’uomo si sbuccia, come una cipolla. L’uomo teme molto di vedersi nudo; di sembrare una cipolla senza buccia, un pollo spiumato. Staccata pure questa pelle, c’è poi la ripugnante carne e ancora sotto quei visceri e quelle luride trippe e disgustosi tubi che l’uomo detesta vedere ancor più della nuda pelle. A forza di sbucciare si troverà poi il liquido, come succede con le noci di cocco, questa massa calda di cinque litri di sangue, una damigiana piena, con quella terribile pompa in movimento che solo a pensarci fa svenire. Ma in fin dei conti, quando mai vediamo queste ignominie? Prendiamo piuttosto l’uomo così com’è: ben fornito – coi suoi sfiatatoi – patte e buchi varî che dàn sull’interno – educatamente tenuti chiusi – e le sue catenelle d’orologio con varî pendagli che gli sballonzolano attorno con garbo e i suoi effluvî di vino, cipolla, feccia e cerume e celebriamo con lui, la domenica mattina, in allegria, la sua festa.

Jean Dubuffet © 2021, Allemandi, Torino

Jean Dubuffet, Vue de Paris, 1944

Dubuffet nudo e crudo

Per «conquistare all’uomo (alla sua poesia, alle sue mistiche e incanti) dei nuovi territorî», intorno al 1943 l’imprenditore nel commercio di vini Jean Dubuffet (Le Havre, 1901-Parigi, 1985), destinato a diventare uno degli artisti più influenti del secondo Novecento, dichiara guerra agli specialisti, all’idea di un’arte assennata, alla tradizione cartesiana del suo Paese e alla cultura accademica tout court.

Contro l’imponente arsenale di valori che, a partire dallo «stupide XVe siècle», ha armato l’identità occidentale, rafforzando il millenario primato del Logos con una corona di miti-satellite: l’idolatria degli ideali, l’aspirazione alla perennità dell’opera, l’anelito all’assoluto («Niente, nell’assoluto, se non il vuoto assoluto», sentenzierà lapidario), il genio, l’ispirazione, la «mania di fare sempre meglio, tipica dei balordi», Jean Dubuffet muove le fila di una pittura malcreata e le linee di una scrittura carica di tutte le inflessioni, le discontinuità e le licenze dell’oralità. Una prorompente vis polemica fa da propellente a quello che l’artista non esita a definire mon système. Il pensiero selvaggio, l’elogio dell’imbecillità e la cosiddetta Art Brut (quella realizzata da alienati ed emarginati d’ogni sorta, inventata come arte a sé proprio da Dubuffet) vengono ugualmente mobilitati in vista di quest’accanita battaglia anticulturale.

Jean Dubuffet, Autoritratto, 1966

Non ci vuole tuttavia un lettore troppo avvertito per capire come proclami e intenti sovversivi di tal fatta siano opera di alta cerebralità, tutt’altro che bruta, tant’è vero che il loro autore verrà tacciato di malafede da uno scrittore non certo accademico come Witold Gombrowicz e di snobismo da Louis-Ferdinand Céline, suo unico e mai discusso idolo. Ma una coerenza a cifre elastiche fa parte della filosofia e della personalità di Dubuffet, che pur si è speso per quattro decenni a dimostrare l’insussistenza delle antinomie bello/brutto, umano/non umano, finito/infinito, figurativo/astratto…

Per riassaggiare qualche crudités di questo grande agitatore culturale, si può oggi leggere la nuova versione integrale del Piccolo manifesto per gli amatori d’ogni genere (Prospectus aux amateurs de tout genre), prima raccolta di scritti pubblicati da Dubuffet nel 1946 per Gallimard nell’avanguardistica collana «Métamorphoses» che allineava – tra gli altri – titoli di Michaux, Artaud, Saint-John Perse, Ponge e perfino di Picasso (con cui l’autodidatta Dubuffet ambiva segretamente a rivaleggiare in pittura, così come in letteratura mirava a emulare Céline). La raccolta raduna quattro testi sull’arte (Progetto preliminare di una conferenza popolare sulla pittura, Note per i fini letterati, Avviso al pubblico e L’Autore risponde ad alcune obiezioni), due brevi scritti letterarî (Saint-Ouen. Il mercato del 1944 e Litigio Bouveret, il più antico scritto superstite di Dubuffet, redatto nel 1933 su invito di Max Jacob), venti lettere mai tradotte prima in Italia e due bonus: Anticultural Positions, una conferenza del 1951 che compendia i termini del pensiero dubuffetiano di quegli anni e il testo critico di Beniamino Dal Fabbro Esperienze musicali di Dubuffet.

Dopo un’iniziale, tribolata indecisione sulla via da intraprendere (letteratura o pittura?) per scampare al preordinato destino di ereditiere della florida impresa commerciale di famiglia, e due tentativi mancati nei primi anni Venti e a metà anni Trenta, nel 1944 l’entrepreneur di Le Havre trova l’entrata nel mondo dell’arte debuttando – a 42 anni suonati – con una mostra nella galleria di René Drouin e Leo Castelli in place Vendôme. A questo esordio tardivo farà seguito un’irresistibile ascesa che – in pochi anni – farà di questo fantasista outsider un beniamino di collezionisti, musei e artisti soprattutto statunitensi e un idolo polemico in Francia, dove veniva percepito come una sorta di anti-Sartre. È nei primi anni Quaranta che Dubuffet trova lo stile a lungo cercato, cioè quando inizia a realizzare lavori ispirati all’uomo comune e alla vita metropolitana, eseguiti con una tecnica sommaria che lui vorrebbe porre – per così dire – al di sotto della grammatica, con una disposizione d’animo che mostra qualche assonanza col concetto di «preistoria del visibile» elaborato da Klee molti anni prima.

Jean Dubuffet, Mur aux inscriptions, 1945

Pervaso dal sentimento di un inesorabile tramonto dell’Occidente, che parla ormai solo lingue morte e/o élitarie (da cui il fastidio dell’artista verso le avanguardie), Dubuffet si adopera per ravvivare una cultura ormai sfiatata con trattamenti d’urto: rivendica all’arte lo status di linguaggio naturale, di tutti e per tutti, che non necessita di doni elettivi e studi metodici, apre ai valori selvaggi intesi non come semplice reagente o spezia esotica, al modo di molto primitivismo da Gauguin in poi, ma – anche sulla scorta di Lévi Strauss (che di Dubuffet fu estimatore della prima ora, aderendo alla Compagnie de l’Art Brut nel 1948) – come lingua autre e alternativa (Lettera a Maurice Auberjonois, 28 agosto 1945):

Sfiducia in ogni campo agli specialisti! L’arte non è come il gioco del bridge. Non è un Ku Klux Klan. Si rivolge a tutti, si rivolge all’uomo. Farne un gioco da iniziati e da intenditori significa sminuirla molto. È l’arte decadente cinese a essere così e ha torto marcio. Bisogna opporsi con tutte le forze, tirare l’arte fuori dalla campana di vetro, riportarla per strada.

Portare l’arte in strada, per Dubuffet, significa anche sottoporla al trattamento inverso: così, nei suoi lavori degli anni Quaranta ispirati ai graffiti e alle macchie sui muri – in anticipo sulla Pop Art e sulla Street art a venire – la strada conquista la tela, lo scarto (al limite della deiezione) entra negli impasti di colore, il rumore irrompe nella musica. La volontà dell’artista di écrire comme un cochon sottopone la sintassi a infrazioni e involuzioni continue con l’obiettivo di ampliare la tastiera, di portare nella letteratura la rivoluzione che (a differenza di quanto accaduto in pittura) ancora ignora e – soprattutto – di abbattere il mito logocentrico su cui posa la tradizione occidentale (Posizioni anticulturali):

Il linguaggio è simile a una rozza, rozzissima stenografia; un sistema di segni algebrici molto rudimentali, che deteriora il pensiero anziché agevolarlo. La parola, già più concreta della scrittura, animata da timbri e toni di voce, un po’ di tosse, qualche smorfia, tutta una mimica, mi sembra già molto più efficace. Il linguaggio scritto mi sembra un cattivo strumento. Come strumento di comunicazione, restituisce soltanto un cadavere del pensiero: come la cenere fa del fuoco.

E, manco a dirlo, è proprio lui – affascinato dallo Zen a cui lo ha avviato il suo mentore Jean Paulhan negli anni Quaranta – a farsi carico della responsabilità di rianimare il corpo agonizzante della cultura europea con potenti trasfusioni di natura, istinto, delirio (A Pierre Descargues, domenica [1945]):

….oggi vediamo tanti artisti o poeti in grande imbarazzo (molto comico). Di sicuro pensano troppo. L’uomo è una canna non pensante. Io non penso – ohcccavolo no! – io sono agnostico e oscurantista. Non ho idee generali su nulla, me ne frego. Me ne sto bene nel mio oscurantismo: andiamo d’accordo (benché nemici) (c’è una complicità come quella del detenuto col secondino) e mi piace e non saprei farne a meno. Do delle feste di oscurantismo: sono i miei quadri. Galà oscurantisti. Balli – funzioni cantate oscurantiste. Non sarei sincero – no? –, se, patito d’oscurantismo come sono, facessi opere che non fossero vessilli dell’oscurantismo?

Sul vessillo di Dubuffet, partigiano del disordine, l’oscurità prende il posto della chiarezza, il mischiato e mal determinato sta al posto del polito, la leggerezza soccombe alla pesantezza, la fede nella ragione all’abbandono al Caso, l’eterno all’attuale, il senso di un continuum inclusivo soppianta antitesi e distinzioni (L’autore risponde ad alcune obiezioni):

Forse qualcuno penserà subito a un mio brutto partito preso a favore delle cose sporche. Lo invito piuttosto a riflettere su ciò: in nome di che cosa – fatto salvo il coefficiente di rarità – l’uomo si orna di collane e conchiglie e non di ragnatele, della pelliccia delle volpi e non dei loro visceri? Lo vorrei sapere: in nome di che cosa? Il fango, i rifiuti e il lerciume, che accompagnano l’uomo per tutta la vita, non dovrebbero stargli a cuore e non è forse un buon servizio ricordargliene la bellezza?

Come documento di quella baraonda di provocazioni e suggestioni che fanno dell’opera di Dubuffet una «machine à penser», si propone qui uno dei due brevi testi letterarî del Piccolo manifesto per gli amatori d’ogni genere in cui ricorrono molti temi a lui cari: la passione  per colori e materiali dozzinali, lo spettacolo dell’uomo della strada, l’ammicco al «parti pris des choses» (per riprendere il titolo di una raccolta di Francis Ponge), l’annullamento delle differenze, un humour sardonico, la prosa studiatamente antigraziosa, una cultura assai sofisticata, testimoniata – sul finale – dall’apparire, nell’étalage di tante mercanzie, del vecchio motivo medievale del corpo visto da dentro, e dal tema della festa, giusto per ricordarsi sempre che nel sistema Dubuffet l’arte dev’essere sempre una festa dello spirito.

Alessandra Ruffino

Jean Dubuffet
Piccolo manifesto per gli amatori d’ogni genere
a cura di Alessandra Ruffino
Allemandi, 2021, 192 pp., € 22

In copertina: Jean Dubuffet, La Vache, 1954, china su carta, 32,4 x45,7 cm ©Peggy Guggenheim Collection, Venezia

è nato a Le Havre nel 1901 ed è morto a Parigi nel 1985.

ricercatrice indipendente ed editor, si è formata all’Università di Parma con Marzio Pieri, e ha quindi conseguito un Dottorato di ricerca con Marziano Guglielminetti all’Università di Torino, istituzione presso la quale è stata in servizio per otto anni. Studia da sempre i rapporti tra arti e letteratura, ha curato edizioni di autori come G.P. Lomazzo, G.B. Marino, F. Zuccari e firmato molti contributi storico-critici tra cui, per Aragno, “Ideogrammi per un viaggio nell’anima in Barocco” (2010) e “Mollino fuoriserie” (2015); per Allemandi, “Vanitas vs Veritas” (2013) e la prima traduzione integrale di “Prospectus aux amateurs de tout genre” di Jean Dubuffet (“Piccolo manifesto per gli amatori d’ogni genere”, 2021). Giornalista pubblicista, collabora con “Il Giornale dell’Arte”; è attiva nell’ambito della divulgazione come consulente d’istituzioni pubbliche e private e nell’editoria.