Sebald e Pajak, o dell’imprescrittibile

Anni fa, per un tacito accordo tra editori e mercato – e forse anche con la connivenza del pubblico –, l’estate era tempo di romanzoni americani, di letture da spiaggia, di storie che fagocitavano i lettori durante i mesi più torridi per lasciare poi lo spazio autunnale ai testi più importanti e raffinati. Quest’anno le cose sembrano aver preso un’altra piega. I libri belli vengono mandati nelle librerie anche tra luglio e agosto, forse per vincere la concorrenza e trovare maggior spazio, o semplicemente perché le stagioni hanno perduto il loro significato commerciale. Qualunque sia il motivo, contentiamoci perché ne prendiamo tutto il bene.

Così tra le uscite estive di questo 2022 spiccano almeno un paio di testi succulenti e per certi versi simili. Penso al terzo volume di Manifesto incerto di Frédéric Pajak che ha come sottotitolo Ezra Pound chiuso in gabbia, la morte di Walter Benjamin, tradotto da Niccolò Petruzzella, e Tessiture di sogno (Adelphi) di W.G. Sebald, a cura di Sven Meyer e tradotto da Ada Vigliani. Non vi specifico qui il prezzo di copertina, peraltro in entrambi i casi adeguato al prodotto, perché sono libri che vanno comprati.  

Erano volumi attesi e dunque il piacere della lettura è stato doppiamente appagante. Se ne scrivo accostandoli, al di là della tempistica delle uscite è perché mi sembra condividano molto, un profondo senso della flânerie, un’eleganza non sterile nella scrittura e nell’accostamento delle immagini al testo, anche se il libro di Sebald, per la natura composita degli scritti, non è rilevante da questo punto di vista.

L’Orma prosegue la benemerita pubblicazione di Manifesto incerto, uno straordinario e vastissimo iconotesto di Pajak, autore franco-svizzero che da noi è arrivato alla terza uscita ma che in Francia ha già ha collezionato sette volumi. Dunque, siamo a poco meno della metà della produzione di questo singolarissimo scrittore e disegnatore, autore di un’opus coinvolgente centrata, almeno in questi primi volumi, su vicende parigine o di spiriti che hanno abitato quella città. Qui si racconta della devastazione subita da Walter Benjamin ed Ezra Pound, destini opposti e paralleli, la fuga disperata dell’uno, l’esilio sciagurato dell’altro. Entrambe descrizioni della caduta di angeli ribelli. Perché mi pare di poter dire che questo terzo volume di Pajak sia centrato proprio sul conflitto tra artista e società. Più lo scrittore si mostra sottile e rivoluzionario, più tende all’emarginazione spinto dal monolitico e sordo opporsi del sistema costituito, sembrerebbe suggerire l’autore. In questo caso appaiono come siparietti tra le vicende narrate dei due scrittori anche brani autobiografici che assimilano gli anni giovanili dell’autore a quelli di Benjamin e Pound, per fortuna poi virati verso una condizione di minor drammaticità e apparente serenità. Come nelle precedenti letture di libri di Pajak, ci si domanda sempre quale si dovrebbe considerare l’aspetto trainante delle due componenti: se l’immagine o la parola. Il lettore oscilla continuamente da una situazione all’altra, seguendo i suggerimenti del disegnatore, o percorrendo diligentemente il tessuto verbale dello scrittore. Non c’è soluzione a questo piccolo ma persistente dubbio che si ripresenta a ogni pagina. I libri di Pajak sfuggono a classificazioni e il lettore deve sottostare a questa indeterminatezza. Il volume è, come i precedenti, di eleganza quasi impareggiabile, il che attenua l’attesa e non ci porta ad acquistare i testi già usciti in Francia. M’immagino l’effetto che farà sistemare l’intera serie nella mia biblioteca. Se devo aspettare quattro o cinque anni, non faccio obiezioni. Mi spiacerebbe soltanto schiattare prima di possederli tutti.

da Frédéric Pajak, Manifesto incerto, p. 150

Tessiture di sogno altro non è che la traduzione integrale di Campo Santo, silloge redazionale che raccoglie alcuni frammenti dell’incompleto e interrotto libro sulla Corsica che Sebald contava di scrivere e che abbandonò per lavorare ad Austerliz, nonché diversi articoli scritti nell’arco di un quarto di secolo, essenzialmente commenti ad autori che ebbero una certa rilevanza per la scrittura di Sebald. Alcuni testi sono già usciti in singoli volumetti pubblicati dalla «Biblioteca minima» Adelphi. Averli inseriti in una delle collane principi della casa editrice dà loro il giusto rilievo. La natura composita di Tessiture di sogno lo pone quasi agli antipodi di Manifesto incerto – lì il conflitto con la società, i punti di scontro, di ostilità; qui le consonanze con autori che sembrano indicare una strada. Lì un testo del quale si sa già che avrà un seguito; qui un’opera postuma, liminale.

Ancora, sempre la composizione antologica di questo volume fa sì che la componente iconografica sia molto limitata. In realtà non so se nelle versioni originali comparissero immagini. La loro assenza mi porta però a considerare la scrittura di Sebald sempre ‘visionaria’, sempre legata all’osservazione, così che, anche in un testo non corredato da fotografie, l’impressione, una volta chiuso il volume, è che ne sia infarcito. Ma questo è il destino dei libri dell’autore tedesco: precipitare nel magma del ricordo e confondere il lettore, trasportarlo altrove. Per paradosso, qui le due riproduzioni di dipinti dell’amico Jan Peter Tripp e quella di Quint Buchholz (le uniche presenti nel libro) appaiono quasi fuori contesto. 

da W.G. Sebald, Campo Santo

Chi come me ha cominciato a interessarsi di letteratura contemporanea alla fine degli anni sessanta non può che considerare questo libro come una rassegna di antiche passioni, felice nello scoprire che fossero condivise anche da Sebald. Penso al capitolo dedicato a Peter Weiss. La persecuzione e l’assassinio di Jean Paul Marat, Congedo dai genitori, Hölderlin, L’istruttoria, solo per ricordarne alcuni, sono stati testi fondanti di una nuova letteratura e di un nuovo cinema (chi non rammenta il Marat-Sade di Peter Brook e la splendida Glenda Jackson che ripeteva sottovoce «what kind of man is this?») che trascinarono noi ventenni o poco meno verso un nuovo modo d’intendere la scrittura. L’istruttoria si pone anche come testo paradigmatico per comprendere le difficoltà di superare l’eredità del nazismo. L’ultima battuta di quel dramma, davvero un macigno che pesa sulla cultura tedesca del dopoguerra, fa sentire ancora la sua eco e la fece sentire certamente al ventenne Sebald che sul peso del passato nazista della sua terra s’è sempre interrogato:

IMPUTATO: Oggi
che la nostra nazione ha di nuovo raggiunto
una posizione eminente
dovremmo occuparci di altre cose
piuttosto che di accuse
che da tempo si sarebbero dovute considerare
cadute in prescrizione

Vivo consenso da parte degli imputati

Partendo dal primo testo su Herzog, passando poi per Hildesheimer e Améry per arrivare a quello su Chatwin (in effetti più che su di lui, sulla biografia di Nicolas Shakespeare) Sebald ricostruisce, sommariamente ma significativamente, una ventina d’anni di produzione letteraria d’eccellenza e segna i margini dei propri interessi. Forse è proprio la dichiarazione di questi modelli a farci amare il libro, poiché getta una luce rilevatrice sulla passione che noi proviamo per gli scritti di Sebald, quando ci rendiamo conto che abbiamo condiviso entusiasmi letterari (tutti gli autori citati in questo paragrafo appartengono al mio Gotha, li ho conosciuti prima di cominciare a scrivere e mi sono stati modello) e che questi entusiasmi riappaiono, a volte mascherati a volte più espliciti, nei suoi libri. È questa sorta di agnizione continua a trasformare la lettura in riconoscimento, in condivisione. I suggerimenti di Sebald vanno sempre seguiti. Devo a lui, per esempio, la conoscenza e la lettura di Reck-Malleczewen o di Stig Dagerman, per rimanere a due testi essenziali per la storia della Germania del XX secolo.

In alcuni casi il riconoscimento avviene trovando in questi testi anticipazioni – a volte molto distanti – di brandelli di altri libri di Sebald come Austerlitz o Storia naturale della distruzione, o personaggi come Kafka e Nabokov che compaiono nei suoi libri, rinvigorendo la convinzione (come del resto evidenzia il lavoro di Pajak) che si scrive durante la vita un unico contorto e labirintico libro, e che il piacere della lettura a volte è corroborato dal saper percorrere fiumi carsici. Allora lo stupore dell’agnizione fa dire al lettore: conosco quest’autore, conosco i suoi percorsi sotterranei e ritrovo i miei.

da Frédéric Pajak, Manifesto incerto, p. 23

Del resto sia Pajak che Sebald sono autentici flâneurs della narrativa e mantengono costante l’inaspettato come cifra fondante il loro lavoro. Non sanno, e neppure noi lo sappiamo, cosa riserva quel loro passeggiare a volte a capo chino, a volte osservando con attenzione il paesaggio circostante. Certamente è l’inaspettato a portare avanti la lettura. Purtroppo, se confidiamo ancora in nuove uscite di Pajak, sappiamo che il bagaglio di testi di Sebald si va esaurendo. Rimangono da pubblicare in italiano, credo, i suoi studi sugli scrittori austriaci e poi chissà, qualche epistolario, o trascrizione di conferenze. È uscita in inglese una sua monumentale biografia, Speak, Silence. In Search of W.G. Sebald, di Carol Angier che potrebbe, almeno in parte, colmare la mancanza. Oddio, colmare non sarà mai possibile. Diciamo addolcire il duolo.

W.G. Sebald
Tessiture di sogno
a cura di Sven Meyer, traduzione di Ada Vigliani
Adelphi, 2022, 243 pp., € 19

Frédéric Pajak
Manifesto incerto. Ezra Pound chiuso in gabbia, la morte di Walter Benjamin
traduzione di Nicolò Petruzzella
L’Orma, 2022, 224 pp. ill., € 28

In copertina: illustrazione da Frédéric Pajak, Manifesto incerto, p. 52

(Roma 1953). Vive a Milano. Scrive libri. L’ultimo suo è "Le galanti" (il Saggiatore 2019). Quando non scrive cura collane editoriali.