Bagni di sole fascisti. Note per una installazione

Colazione: un quarto di litro di caffelatte accompagnato da “pane a volontà”. Pranzo e cena: un minimo di novanta grammi di pasta, seguiti da cento grammi di carne o pesce, frutta e un dolce. Tutti i pasti dovevano essere “di primissima qualità e severamente controllati”, si legge nella prima relazione sulla colonia di Villa Marina XXVIII ottobre pubblicata nel 1932.[1] Ogni anno, i bambini e le bambine proletarie arrivavano a Pesaro, sulla costa del Mare Adriatico, con i treni organizzati dal Partito Nazionale Fascista. Ricevevano il benvenuto delle autorità locali e delle organizzazioni fasciste prima di iniziare la loro dieta complementare alle terapie a base di sole e mare. I giovani venivano sottoposti a un regime igienico-sanitario molto severo. Ogni mattina i dottori della colonia monitoravano i casi di bambini deboli o malati. “Nessun decesso quest’anno”, si legge nella relazione. Ogni sera, al calar del sole, i bambini venivano raggruppati nel piazzale principale di fronte all’edificio razionalista per cantare motivi nazionalisti e fascisti.

Il refettorio (in grado di contenere 500 persone) della Colonia Villa Marina, Pesaro. Fonte: Istituto di Assicurazione e Previdenza per i Postelegrafonici (1932), Villa Marina XXVIII Ottobre Pesaro. Estate MCMXXXII A. X. Ristampato da Stamperia Melchiorri Pesaro, 2020.

Fu Benito Mussolini in persona a mandare un messaggio per celebrare l’inaugurazione della colonia nel 1928: “Villa Marina XXVIII ottobre per i figli dei postelegrafonici”. L’edificio aveva preso il nome dalla famigerata marcia su Roma del 28 ottobre 1922, quando il Partito Nazionale Fascista aveva organizzato una massiccia dimostrazione di forza nella capitale prima di prendere il potere con un colpo di stato.

Colonia Villa Marina, Pesaro, Vista dalla Spiaggia, 1932. Courtesy: Istituto di Assicurazione e Previdenza per i Postelegrafonici, Villa Marina XXVIII Ottobre Pesaro. Estate MCMXXXII A. X. Ristampato da Stamperia Melchiorri, Pesaro, 2020.

La colonia di Pesaro era stata eretta pochi anni dopo su una delle principali spiagge della nostra città natale. La gigantesca costruzione razionalista era parte di un sistema di più di duecento istituzioni simili costruite sulle coste italiane. Le colonie erano destinate a offrire ai figli del proletariato italiano delle estati di “cura climatica”, rafforzando i corpi e lo spirito della “razza italiana”.[2]

Inaugurazione della Mostra delle Colonie dell’Opera maternità e infanzia con Benito Mussolini, Roma 1937. Fonte: Istituto Nazionale Luce. Frame dal video originale

Quando abbiamo visitato l’edificio fatiscente nell’estate del 2021, non avevamo immaginato che molti dei documenti ufficiali sul passato fascista della colonia di Pesaro fossero andati persi. Pochi mesi dopo abbiamo iniziato a raccogliere i primi reperti, cercando di collegare i frammenti scritti e visuali sparsi online, nelle biblioteche e negli archivi personali locali e nazionali. Per esempio, siamo riusciti a reperire la relazione del 1932 citata sopra con l’aiuto di Luciano Trebbi, un ex membro del partito comunista locale che ha dedicato la sua vita a collezionare oggetti e pubblicazioni del periodo fascista al fine di mantenere viva la memoria della resistenza italiana. È stato lui a condurci alla Tipografia Melchiorri, dove è stata conservata e scansionata una copia della relazione. “Questo documento dovrebbe essere stampato e distribuito alla popolazione pesarese. Non dovremmo mai dimenticare la storia di queste istituzioni”, ci ha detto Luciano. “Potreste stamparne 1300 copie e distribuirle nel quadro del vostro progetto?”, ci ha chiesto alla fine del nostro incontro.

Entrata Principale, Colonia Villa Marina, Pesaro 2021. Tommaso Fiscaletti e Nicola Perugini

Durante gli anni finali prima della caduta del fascismo, la colonia di Villa Marina divenne il quartiere generale delle forze di occupazione fasciste. L’edificio costituiva l’ultimo bastione della Linea Gotica, la linea di fortificazione costruita dai nazisti per difendersi dagli Alleati e dalle forze partigiane. Gli Alleati bombardarono la colonia e, con l’aiuto della resistenza locale, liberarono Pesaro.

Un anno fa, uno di noi stava rimettendo mano all’archivio di foto di famiglia e ha trovato un’immagine appartenente al suo bisnonno. La fotografia mostra il periodo subito dopo il restauro della colonia, dopo la liberazione. Il bisnonno era un membro del Partito Nazionale Fascista e aveva probabilmente partecipato al rinnovamento della colonia.

Colonia Villa Marina, Pesaro 1961. Fonte: Archivio Famiglia Perugini

Patrimonio fascista

Questi frammentari oggetti d’archivio ci stanno consentendo di riscoprire Villa Marina e il suo destino post-fascista. Dopo la Seconda Guerra Mondiale la colonia divenne uno spazio amministrato secondo principi democratici. I figli dei postelegrafonici e altri giovani continuarono ad essere ospitati ogni estate sulla spiaggia di Pesaro, nella colonia restaurata, sino alla fine dello scorso millennio. I giovani continuarono a divertirsi nei loro bagni di sole, secondo la terapia istituita dal regime fascista. Continuarono a essere confinati e monitorati. Il loro peso e le loro condizioni fisiche continuarono ad essere verificate sistematicamente. Ma la loro educazione quotidiana fu “sterilizzata” da qualsiasi traccia dell’indottrinamento fascista e nazionalista. In questo modo la memoria del passato fascista dell’edificio in cui spendevano le loro estati cadde nell’oblio.

Scalinata, lato spiaggia, Colonia Villa Marina, Pesaro, 2021. Tommaso Fiscaletti e Nicola Perugini

All’inizio del nuovo millennio l’edificio razionalista è stato abbandonato ed è iniziato un lungo processo di deterioramento. Il Comune di Pesaro ha fatto erigere delle impalcature e ha sigillato le porte e le finestre della colonia con del cemento. Le autorità locali hanno poi fatto avvolgere l’edificio con dei teli bianchi. Così la colonia ha assunto un aspetto spettrale e la storia della colonia è finita ulteriormente nell’oscurità. Da allora, i giornali locali hanno incominciato a pubblicare articoli sull’edificio in decadimento, la “colonia fantasma”. Nel 2018 c’è stato un colpo di scena. Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo ha infatti incluso la colonia nel patrimonio culturale nazionale. La relazione del ministero ha definito Villa Marina come edificio di “interesse culturale” soggetto a protezione.[3]

Secondo il ministero, le colonie marine non erano “soltanto finalizzate a scopi terapeutici, bensì anche educativi e di propaganda”. L’aspetto estetico delle colonie “doveva apparire accogliente, rassicurante, se non addirittura accattivante […] allo scopo di lasciare un ricordo indelebile nella mente dei figli d’Italia” e creare consenso politico per il regime. In ultima istanza, le colonie erano tra “le più riuscite invenzioni” (sic!) del fascismo.[4]

Facciata fronte mare, Colonia Villa Marina, Pesaro, 2021. Tommaso Fiscaletti e Nicola Perugini.

I documenti che stiamo raccogliendo e l’archivio che stiamo lentamente costituendo combinando oggetti del passato e nuovi materiali prodotti da noi, hanno il fine di interrogare il “patrimonio fascista” che il ministero intende preservare. Vorremmo aprire un dibattito pubblico sulle colonie italiane per giovani e la loro rilevanza per le questioni politiche più urgenti del nostro presente, con la partecipazione della popolazione locale. Nella scorsa primavera la nostra città è stata nominata Capitale Italiana della Cultura 2024, aprendo importanti opportunità per questo genere di iniziative civiche. I frammenti scritti e visuali di memoria che stiamo accumulando serviranno a introdurre il nostro progetto alla cittadinanza nella forma di una installazione pubblica che stiamo ideando con il supporto del Comune di Pesaro. Il nostro obiettivo con questo intervento è di “risvegliare” la colonia nei prossimi due anni di avvicinamento alle celebrazioni della capitale della cultura. L’installazione – che consiste in un immagini di duecento metri quadrati che verrà affissa su una delle facciate principali della colonia nei prossimi mesi – inaugurerà il nostro progetto tra ricerca e arte visiva, con cui interrogheremo la relazione tra la struttura elioterapica di Villa Marina XXVIII ottobre, la storia del colonialismo italiano, e la loro rilevanza per le lotte antirazziste del presente. Il progetto si tradurrà in una serie di interventi multimediali ed eventi pubblici.

Decolonizzare la colonia

La problematizzazione di come Villa Marina e la miriade di colonie estive situate sulle coste italiane giocassero un ruolo molto importante nelle politiche fasciste di espansionismo coloniale e imperiale è completamente assente dalla relazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, che si si focalizza soprattutto sugli aspetti tecnici e burocratici della conservazione architettonica dell’edificio. Tuttavia, l’architettura dell’edificio non può essere separata dalla più ampia architettura razziale internazionale che essa incarna.

Dopo aver scoperto le Lezioni tenute al corso per direttrici ed assistenti di colonie climatiche, pubblicate dal Partito Fascista nel 1935, mentre l’Italia stava invadendo l’Etiopia, abbiamo compreso meglio questa intima relazione tra “colonialismo interno” – la costruzione di colonie per giovani sul territorio italiano – e i piani di dominio razziale del regime nei territori di oltremare del nord e dell’est dell’Africa. Secondo questo manuale lo scopo delle colonie estive era di preservare la “salute fisica e morale” dei bambini. I coloni dovevano essere sottoposti a un processo di “propaganda igienica e di elevazione morale”. Le colonie italiane per l’infanzia rappresentavano un simbolo del “genio italiano” ed erano uno strumento fondamentale per contenere il “declino della razza [italiana]”.[5] In altre parole, il rinnovamento fascista della “razza italiana” nelle colonie estive in madrepatria era funzionale all’espansione del dominio razziale nell’impero fascista in Africa.

Questo legame tra colonialismo interno e d’oltremare è risultato ancora più evidente al nostro sguardo quando abbiamo trovato una copia di una vecchia rivista fascista, Il legionario, il cui titolo si ispira ai soldati romani. La copertina della rivista ritrae un gruppo di giovani festanti che giocano in acqua. L’immagine per noi (e in maniera particolare per chi viene da una città di mare) crea un senso di familiarità e connessione, rivelando però qualcosa di inaspettato: i giovani nella foto sono i figli di coloni italiani in Libia ospitati in una delle colonie marine del litorale adriatico. Nel 1940 il regime fascista aveva infatti trasportato i giovani con delle navi che avevano attraversato il Mediterraneo – quello stesso mare che negli ultimi decenni si è trasformato in un gigantesco cimitero di migranti non-bianchi – nelle colonie adriatiche. L’obiettivo del regime era di far riscoprire ai figli dei coloni italiani in Libia la propria madrepatria, allenare i loro corpi e le loro menti per trasformarli in conquistatori imperiali in Africa.

“Viva l’Italia! Viva il Duce! Viva Hitler! Viva l’impero!”, erano costretti a cantare i bambini italo-libici nelle strutture elioterapiche dell’Adriatico in cui erano stati ospitati.[6]

Il Legionario, foto di copertina, anno XVI, n. 21, 30 Luglio 1939

Dunque, la questione politica e culturale centrale per la comprensione di queste istituzioni terapeutiche non è meramente quella di cosa fare e di come riutilizzare le strutture architettoniche delle colonie – una questione, quella del patrimonio architettonico fascista, su cui negli ultimi anni si è aperto un dibattito molto importante.[7]

Prima di tutto occorre capire la natura razziale di queste istituzioni che costituirono un pilastro della “politica biologica” del regime fascista e come la storia imperiale e coloniale di edifici come Villa Marina XXVIII ottobre persista nel nostro presente. Dobbiamo chiederci cosa significhi decolonizzare le nostre colonie interne alla luce del loro rapporto con l’espansionismo fascista d’oltremare, e alla luce del ruolo che questo espansionismo ha avuto nel processo di costituzione di forme di solidarietà antirazzista che hanno ispirato le nostre lotte globali a difesa delle vite non-bianche. Per dirla con le parole di W. E. B. Du Bois nel suo articolo sulla seconda Guerra d’Etiopia, la resistenza contro i tentativi dell’Italia di assoggettare il paese africano all’ordine razziale fascista ha segnato un punto di svolta nel processo internazionale di formazione di una nuova coscienza Nera:

Studio per l’installazione #1 (affissione), 2022. Montaggio digitale. Tommaso Fiscaletti e Nicola Perugini

Uomini neri e marroni si sono risvegliati come mai prima. Incontri di massa e tentativi di reclutare volontari hanno avuto luogo a Harlem. Nelle Indie Occidentali e in Africa Occidentale, nonostante gli sforzi francesi e inglesi, vi è un interesse diffuso e crescente [per la guerra d’Etiopia]. Se vi fosse una qualsiasi possibilità di reclutare uomini, soldi, e macchine da guerra tra le centinaia di milioni di africani che vivono fuori dall’Etiopia, i risultati sarebbero strabilianti. L’Unione del Sud Africa [il regime razzista bianco] è allarmata, in modo contraddittorio. Essa infatti è contro l’aggressione italiana non perché sostiene i neri d’Etiopia, ma in quanto teme l’influenza che la guerra potrebbe avere sul settore nero della popolazione africana. Se il conflitto dovesse protrarsi, le popolazioni indigene del Kenya, dell’Uganda e del Sudan, che vivono vicino al teatro di guerra, dovranno essere trattenute con la forza dal buttarsi nella mischia. Il mondo nero sa che questo [l’invasione italiana dell’Etiopia] è l’ultimo grande sforzo dell’Europa bianca di assoggettare gli uomini neri. Alla lunga, questo sforzo è vano e gli uomini neri lo sanno bene.[8]

Le colonie estive per l’infanzia devono essere riscoperte come luoghi chiave del processo di costruzione fascista dell’identità razziale italiana e per il ruolo che hanno avuto nel promuovere le aggressioni coloniali italiane contro il mondo non-bianco. Nonostante si pensi di vivere in un’Italia post-fascista, le nostre colonie interne devono ancora intraprendere il processo di liberazione. Lo scopo del nostro progetto è di contribuire a dare il via a questo processo, invitando il pubblico a comprendere queste istituzioni e a partecipare alle lotte antirazziste del presente.

Colonia Villa Marina, Pesaro, Studio per l’installazione #1 (affissione), 2022. Layout digitale ultima versione. Tommaso Fiscaletti e Nicola Perugini


[1] Istituto di Assicurazione e Previdenza per i Postelegrafonici, Villa Marina XXVIII Ottobre Pesaro. Estate MCMXXXII A. X., p. 21. Ristampato da Stamperia Melchiorri, Pesaro, 2020.

[2] Sulle colonie estive come progetto pedagogico di regime, si veda: Colonie per l’infanzia nel ventennio fascista: un progetto di pedagogia di regime, a cura di Roberta Mira e Simona Salustri,Ravenna, Longo, 2019 e Francesca Franchilli, Colonie per l’infanzia tra le due guerre. Storia e tecnica,Santarcangelo di Romagna, Maggioli, 2009.

[3] Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo, Commissione Regionale per il Patrimonio Culturale, Ex convitto Villa Marina. Relazione Storico Artistica Architettonica, 2018, p. 2.

[4] Ivi, pp. 4-5.

[5] Partito Nazionale Fascista, Lezioni tenute al corso per direttrici ed assistenti di colonie climatiche,Torino, Tipografia Barattini, 1935.

[6] Anna Arnese Grimaldi, I tredicimila ragazzi italo-libici dimenticati dalla storia, Savona,Sabelli, 2014, p.  52.

[7] Si veda: Ruth Ben-Ghiat, Why Are So Many Fascist Monuments Standing in Italy, in«The New Yorker», 5 ottobre 2017; Igiaba Scego, Roma negata: percorsi postcoloniali nella città, Roma, Ediesse, 2014; Emilio Distretti e Alessandro Petti, «The Afterlife of Fascist Colonial Architecture. A Critical Manifesto, in «Future Anterior», XVI, 20192, pp. 46-58.

[8] W. E. B. Du Bois, Inter-Racial Implications of the Ethiopian Crisis. A Negro View, in  «Foreign Affairs», ottobre 1935.

In copertina: Entrata principale, Colonia Villa Marina, Pesaro. Istituto di Assicurazione e Previdenza per i Postelegrafonici, Villa Marina XXVIII Ottobre Pesaro. Estate MCMXXXII A. X. Ristampato da Stamperia Melchiorri, Pesaro, 2020.

è un artista fotografo. La sua ricerca si concentra su riflessioni esistenziali come la consapevolezza che l'uomo ha dell'universo, lo scorrere del tempo, le relazioni umane. Il suo lavoro ha ottenuto vari riconoscimenti ed è stato esposto presso istituzioni come il Museo Santa Maria della Scala di Siena, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Guarene, l'IZIKO South African Museum di Cape Town. Dal 2016, collabora con Nic Grobler alla realizzazione di “Hemelliggaam or The Attempt To Be Here Now”, un ampio archivio visuale composto da fotografie, video e installazioni, sul rapporto tra uomo-ambiente-astronomia accostati a frammenti immaginifici di vecchie novelle di fantascienza Afrikaans. Attualmente insegna presso la Creative Academy di Città del Capo.

insegna relazioni internazionali all’Università di Edimburgo. È autore de “Il diritto umano di dominare” (nottetempo, 2016), “Morbid Symptoms” (Sharjah Biennial 13, 2017), “Human Shields. A History of People in the Line of Fire” (University of California Press, 2022). Il suo lavoro si concentra sulle politiche dei diritti umani e del diritto internazionale. Ha pubblicato anche articoli su rifugiati e richiedenti asilo, sul rapporto tra culture visuali e umanitarismo, sull’antropologia embedded, e sulle politiche del trauma in Israele e Palestina. Attualmente sta conducendo una ricerca sui processi di decolonizzazione e lo status dei civili nelle guerre di liberazione nazionale anticoloniale.