Catalysi, un’arte del ritmo

Inaugura oggi a Cesena il Festival Catalysi, diretto da Guillermo de Cabanyes e Claudia Castellucci, ai quali abbiamo rivolto qualche domanda.

Da ormai diversi anni, Claudia, gran parte del tuo lavoro è dedicato alla ideazione e realizzazione di scuole, cioè di spazi di trasmissione e condivisione dei saperi e delle esperienze. Catalysi indica un ulteriore passaggio, attraverso il quale la sperimentazione didattica si proietta nello spazio scenico e nella condivisione con il pubblico. Cosa ti ha spinta in questa direzione?

Il titolo della rivista Antinomie sia un monito! Dunque sarò precisa con le parole. E del resto, questa è una norma generale, per me, quando comincio a parlare con qualche sconosciuto che si affaccia in una delle scuole che inizio. La prima parola da esaminare è proprio ‘scuola’. Da questa parola generale, ormai irriconoscibile, se scissa dalla sua funzione moderna,  va senz’altro dissociata un’altra parola che, dall’età moderna, di solito la suggella: ‘trasmissione’. Non v’è infatti trasmissione di qualcosa, ma, dapprincipio, v’è una specie di balbettante proposta di stare insieme – tra sconosciuti – a studiare qualcosa che è quasi un pretesto per stare insieme in un certo modo. Questo modo è principalmente un’arte del ritmo. Non ho inventato nulla con la proposta di scuole che si richiamano a un principio del piacere. Questo piacere è, ne sono certa, il ritmo. Sì, ormai ho capito che la mia arte è creare insiemi scolastici e si può dire che ne abbia creati e ne crei di ogni tipo, se la frase non suonasse troppo greve e mercantile… Le scuole che più di tutto inizio sono quelle dedicate specialmente al ritmo, e da qui nasce la danza; danza che soltanto gli scolari sono in grado di interpretare nel modo giusto. Un tempo, per pura curiosità – e per una sorta di contro-prova –, volli proporre un nostro ballo a danzatori diplomati dalla Scala di Milano e dall’Accademia Nazionale della Danza di Roma. Li prezzolai, a questo scopo, ma quale sorpresa! La danza la impararono con relativa facilità, ma era sparita completamente la grazia. Questa è un’altra parola impetuosa ed esigente che non posso tentare di spiegare qui e che – invero – non sono riuscita ancora a spiegare a parole in vita mia. Sta di fatto che è la sola parola che inseguo e sono riuscita a ottenerla con la nostra compagnia di danza Mòra – nata da una scuola – soltanto due volte nella nostra vita artistica ormai quinquennale. Tornando ai ‘tipi’ di scuole, passo a descrivere l’ultima invenzione, trascurandone un’altra che pure mi sta moltissimo a cuore (una scuola fraterna di arte applicata)… ma dicevo, l’ultima invenzione è proprio Catalysi. Il sistema si basa su una commissione a un/a artista o a un insieme di artisti principianti, chiamati a realizzare una loro idea presso il Teatro Comandini di Cesena. Le idee della Compagnia Cospicua di Stefania Rovatti e di Lou Riouallon, le artiste scelte per questo anno 2022, sono la sorgente che ha provocato il mio studio che a sua volta alimenta un seminario e laboratorio di Letteratura Critica; infine provoca un Festival teatrale, curato da Guillermo de Cabanyes. Consiste in questa serie di risposte la catalisi.

Guillermo, quali principi ti hanno guidato nella curatela di questo Festival?

Vorrei cominciare parlando di origine: dapprincipio ci fu una conversazione con Claudia e con la sua giovane organizzatrice Camilla Rizzi, a cena, dove si parlò d’arte. In me si innescò da subito il motore dell’osservazione specifica; non più strabica. Per mesi ho allora tentato, insieme ad altre due persone, di perlustrare i recessi del sistema artistico contemporaneo alla ricerca di proposte. Da un lato, è vero, c’è la volontà di dare spazio a chi è agli inizi, e di tutelare questa – se posso permettermi – fragilità (che poi si tratta comunque di agire nel mio contesto e nella mia generazione). Dall’altro, però, c’è un leggero sforamento di questo principio a favore della composizione: giocare con le forme, i tempi, i toni e le intensità nell’attraversare gli spazi del Teatro Comandini e, soprattutto, dell’Arena San Biagio, punto nevralgico del Festival.

Il Festival, come espressamente dichiarato, è una manifestazione di “artisti principianti”. Che importanza e valenza date a questo “principio”, al momento aprente e iniziale, che il principiante, inevitabilmente, porta dentro di sé e con sé sulla scena?

Per ‘principiante’ si intende chi impianta qualcosa per la prima volta, giovane o vecchio che sia, ma sguarnito di ogni cosiddetta ‘agibilità’ per dare pubblico spettacolo… Non è questione di età, l’essere principianti e, in questo contesto, ha una sua funzione magnetica. Vi è un impeto, nella parola principiante, che sbaraglia perfino il contenuto, a favore di un inizio di qualcosa che si intende fare comunque.

Il termine catalisi indica, nel campo della chimica, un fenomeno attraverso il quale la velocità di una reazione chimica subisce delle variazioni per l’intervento di una sostanza detta catalizzatore che, però, non viene consumata dall’avanzare della reazione che innesca. Qual è, a tuo modo di vedere, il catalizzatore dell’arte scenica?

In questo caso specifico, la catalisi è la metafora di un principio di generazione artistica a catena, che replica quanto succede nella dinamica chimica presa a modello, ovvero un contatto di elementi differenti che reagiscono a vicenda ai rispettivi caratteri determinando un’altra sostanza… Il principio chimico svolge per noi ora una funzione magistrale, perché iniziale. Ma così come gli spettacoli non sono funzionali ai temi del seminario e del festival in una sorta di appendice figurativa, i temi non sono funzionali agli spettacoli, a guisa di giustificazione teorica. Dunque si tratta di due attività, dove la parola più importante della frase è ‘due’ e non la parola ‘attività’. È il due che innesca una catalisi; è la condizione forzata di una dualità di elementi che reagisce chimicamente cambiando lo stato delle cose. Partendo da una ricerca a porte chiuse, si arriva quindi a un’apertura il più possibile indiscriminata attraverso la quale vogliamo affrontare i recessi della provincia italiana, attraversare le parrocchie e uscire nettamente dalla omogeneità culturale, sia cólta sia grezza. La fusione di persone e cose e la quantità di oggetti da vedere e da sentire; la discussione sulle scoperte, avvengono in un’arena comunale. Il teatro è inteso come luogo architettonico di miscele, e che pensa un riposizionamento del denaro: dare valore all’arte spendendo, ma senza il lucro capitale che la priva del suo uso…

Infine, Claudia, la sensazione, osservando il tuo percorso teatrale, è che tu stia sul liminare di un uso della parola e dei corpi che ha un’estrema prossimità con la dimensione liturgica. Potresti indicare quale rapporto esiste, se esiste per te, tra la pratica scenica, quella liturgica (fosse pure al di là di ogni liturgia storica) e un certo percorso iniziatico?

Ahi, ahi, ahi… di questo è davvero improbo dire qualcosa!… sono parole gelose che non ti lasciano impunita se le usi in modo maldestro. Io non lo farò. E non posso farlo qui. Alcune cose rimangono segrete. Posso dire soltanto questo: un tempo liturgia e teatro furono sorella (la maggiore) e fratello (il minore), entrambi figli del rito e del mito, i due genitori, che li cacciarono per la loro passione sistematica… Liturgia continuò a essere concreta nel suo formare la vita, l’arte della vita, ma divenne molto seria nel fissarne le forme, tutto il contrario dei suoi genitori, alle prese con variazioni infinite e caotiche sulla spiegazione dell’universo. Teatro, invece, imboccò la strada disincantata della mimesi, consapevole che avrebbe trattato soltanto imitazioni della vita, e non la vita stessa, ma anch’egli era serio, tutto impegnato a costruire coerentemente le sue vicende. Liturgia si rivestì di una pompa paradisiaca. Teatro si rivestì di una poesia boreale… I genitori continuarono a ridere del loro sussiego e delle grandi parole degli uomini: tempo… vita… morte… Soltanto una parola fermava il loro volto in severa sospensione: metamorfosi…

F e s t i v a l    C A T A L Y S I
Cesena – Teatro Comandini, Arena San Biagio e Ex-Chiesa del S.Spirito
dal 30 Settembre al 2 Ottobre 2022
Qui il programma degli spettacoli
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Le immagini che accompagnano l’intervista sono di Pier Paolo Zimmermann

Drammaturga. Ha fondato diverse scuole cicliche di movimento ritmico, le più importanti delle quali sono state Stoa e Mòra. Quest’ultima si è trasformata in una compagnia di danza. Ha fondato con Romeo Castellucci, Chiara Guidi e Paolo Guidi la Societas Raffaello Sanzio, una compagnia di teatro attiva fino al 2006. Si è formata al Liceo Artistico e all’Accademia di Belle Arti di Bologna, nella sezione di Pittura, e da allora ha continuato a produrre arte. Nel 2014 fonda la Scuola Cònia, un corso estivo di Tecnica della rappresentazione, assieme ad altri docenti. Scrive e pubblica diversi testi di drammaturgia, di teoria della scena e di arte scolastica. Tra questi, "Setta. Scuola di tecnica drammatica" (Quodlibet 2015).

inizia la sua formazione a Madrid ma da alcuni anni vive e lavora in Italia. Consegue la laurea magistrale in Teatro e Arti Performative presso l'Università IUAV di Venezia dove dove successivamente collabora come assistente per Arkadi Zaides e El Conde de Torrefiel. Nel 2019 completa il Corso di alta formazione dell’Istituto di Ricerca di Arte Applicata Societas. Nel 2020 frequenta il Master PACS - Arti Performative e Spazi Comunitari all’Università di Roma III. Tra il 2018 e il 2021 lavora come interprete per artisti come Marina Abramović (The Cleaner), Bruce Nauman (Contrapposto Studies) e per il coreografo Michele Rizzo nella performance Spooky Actions. Parallelamente, sviluppa anche progetti personali e collaborazioni in piccole produzioni artistiche.
Attualmente è danzatore della Compagnia Mòra diretta da Claudia Castellucci.