Nobili e snob. Le lezioni di Luciano Fabro

Viene presentato oggi, alle ore 18.30, presso la sala Vitman dell’Orto Botanico di Brera, il primo volume delle lezioni che Luciano Fabro tenne presso l’Accademia braidense dal 1983 al 2002. Per concessione dell’editore, dell’autore e del curatore del volume, Silvia Fabro, pubblichiamo qui due estratti: il primo, di Federico Ferrari, proveniente dalla presentazione al volume, e il secondo dalla lezione inaugurale di Fabro al corso del 1988-89, lezione dal titolo “Nobili e snob”.

***

Scorrendo i due volumi, interamente dedicati ai suoi corsi accademici, ora ripubblicati per volontà dell’istituzione braidense, in collaborazione con l’editore Scheiwiller, il lettore potrà comprendere con quale accuratezza e passione Fabro abbia cercato sempre nuove possibilità per aprire la strada dell’arte a nuove generazioni di artisti e non artisti. L’ampiezza dei temi trattati e l’insieme dei registri linguistici su cui si strutturano le lezioni lasciano intuire come Fabro avesse ben chiaro, nel proprio ruolo di insegnante, che suo primo compito fosse quello di strutturare il discorso su diversi livelli, capaci di portare a un chiarimento, esistenziale e professionale, la vocazione, spesso confusa, dei tanti iscritti alle sue lezioni (mirabili e, spesso, esilaranti sono le descrizioni dei diversi tipi umani degli iscritti all’Accademia).

C’è nelle sue parole, nelle sue lezioni, una concretezza fatta di empatia e severità, di slancio e laboriosa serietà, che si rivolge a ogni suo uditore richiamandolo alle sue responsabilità, a quell’esercizio della responsabilità nel quale, in un certo senso, per lui si risolve l’arte, l’atto artistico. Quando cerca di afferrare la “cosa” dell’arte, in effetti, Fabro, spinge il suo interlocutore – che mai considera come un semplice uditore passivo – a calarsi nella dimensione di una prassi, di un fare – potremmo anche dire, con una vecchia parola greca cara anche a Marx, di una praxis – in cui l’operare della mano diviene, allo stesso tempo, una trasformazione del soggetto operante.

In qualche modo l’arte si configura, nella lezione di Fabro, primariamente come un lavoro, ben lontano dalla dimensione aerea di un astratto ideale o di un’ispirazione geniale. L’arte ha un che di concreto, di faticoso, laborioso, ma si tratta di un lavoro libero, un lavoro nel quale il lavoratore realizza liberamente se stesso (è curioso che l’arte sia il solo esempio di lavoro libero citato da Marx, in una nota del Capitale).

[…]

C’è un che di vertiginoso nel pensiero e nell’opera di Fabro, nell’opera vista alla luce del suo insegnamento e del suo insegnamento visto alla luce della sua opera. Fabro è stato un grande artista, forse, proprio perché è stato un grande insegnante, perché si è trovato costretto a una resa dei conti senza pietà, senza accondiscendenza verso l’operare che quotidianamente praticava nel suo atelier. Quel che si può trovare in queste pagine, in fondo, è un Fabro che lotta primariamente con se stesso; decostruisce le proprie certezze; si autosmaschera fino ad arrivare alla cosa stessa, al gesto originario che non appartiene mai al Sé, ma è, in fondo, solo una lenta comprensione della stratificazione di cui è costituito ogni Sé. Insegnando Fabro chiarisce, prima di tutto a se stesso, cosa significhi fare arte. Insegnare diventa un modo per apprendere, per esporsi alla dismisura di quel che si insegna. L’altro, colui che ascolta colui che parla, non è mai un elemento passivo, lì solo per assorbire un sapere, ma diviene stimolo, pietra di inciampo, rilancio per portare il sapere un po’ oltre, oltre se stessi e oltre il sapere stesso.
Dialogo infinito in ascolto della cosa dell’arte, al di là della banale contrapposizione tra maestro e allievo.
Quelle qui raccolte sono, dunque, le lezioni di Fabro. Non la sua lezione, ma le lezioni, le reiterate approssimazioni a una realtà, quella dell’arte, che si regge su instabili equilibri, ancora e sempre daccapo, da ritrovare, ristabilire. […]

Federico Ferrari

***

Non è il programma, ma ciò a cui andrete incontro.

Studenti del primo anno
Fine del liceo: la nascita della responsabilità. L’arte è un esercizio libero, dunque un esercizio di responsabilità. Responsabilità come esercizio tecnico, tale e quale come ogni altro, scolpire, dipingere, scrivere, pensare con chiarezza.
Se non si reagisce subito, arriva la crisi, non è colpa dell’Accademia, ma della sottovalutazione o della sopravvalutazione di sé.

Studenti del secondo anno
I sottovalutanti: prendono per esempio qualcuno, che si dà delle arie e ostenta sicurezza e sembra il pupillo degli insegnanti, ne copiano comportamenti e lavoro.
I sopravvalutanti: dati i gesti minimi richiesti dall’arte moderna si richiede stima per qualsiasi cazzata si faccia, e si interrompe il lavoro duro di manovalanza intellettuale e fisica, mano, occhio, sensi, tecniche di lavoro e di pensiero.
Vanno bene quelli che, concluso il ciclo delle responsabilità, continuano in un umile lavoro di manovalanza.

Studenti del terzo anno
In genere si raggiunge un buon livello di conoscenze e comportamenti, la frequentazione delle mostre e dell’ambiente li fa apparire, anche all’esterno, dotati di aggiornamento.
Le lezioni di “cosa va di moda” permettono di fare bella figura anche sul lavoro e favoriscono un certo snobismo. Chi lavora seriamente comincia a porre le basi per il vero lavoro a lungo termine, ma continua nel lavoro di manovalanza, anche se ciò lo fa apparire lento.

Studenti del quarto anno
Si attua definitivamente la distinzione tra dilettanti e professionisti, si lavora molto a chiarire questo. È l’ultima occasione per sentirsi dire le cose chiare e lavorare tra tante persone.
Per gli snob, coloro che si sottovalutano e coloro che si sopravvalutano: è il momento di scaricare sugli altri i quattro anni persi, ultima occasione prima del vuoto della vita.

Luciano Fabro
Lezioni 1983-1995
A cura di Silvia Fabro
Libri Scheiwiller, 2022
pp. 280, € 30,00

Immagine di copertina: Luciano Fabro, Io rappresento l’ingombro dell’oggetto nella vanità dell’ideologia. Lo Spirato, 1968 – 1973. Photo: Andrea Toniutti. © Archivio Luciano e Carla Fabro.

Nato a Torino nel 1936, nel 1942 rientra con la madre in Friuli, regione d’origine. Conclusi gli studi classici, nel 1959 si trasferisce a Milano ed entra in contatto con artisti quali Fontana, Manzoni, Dadamaino, Colombo e Castellani e con la critica d’arte Carla Lonzi. Nel 1967 a Genova partecipa alla definizione dell’identità di quel gruppo che Germano Celant battezza Arte povera, con cui condividerà in seguito tutte le occasioni espositive. Partecipa a diverse edizioni di mostre internazionali quali: Biennale di Venezia, Documenta di Kassel, Carnegie International di Pittsburgh, Biennali di São Paulo e di Sydney. Sue retrospettive, tra gli altri musei, si tengono presso il San Francisco Museum of Modern Art, il Centre Pompidou di Parigi e la Tate Gallery di Londra. A partire dal 1990 realizza installazioni permanenti in spazi pubblici. Nel 1979 fonda con Hidetoshi Nagasawa e Jole De Sanna la Casa degli Artisti a Milano, dove inizia un dialogo intergenerazionale che proseguir à fino alla sua morte (Milano 2007). Dal 1979 insegna all’Accademia di Belle Arti di Carrara e poi dal 1983 al 2002 all’Accademia di Brera a Milano.

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni” (SE, 2016), "Il silenzio dell'arte" (Sossella, 2021) e, con Jean-Luc Nancy, “Estasi” (Sossella, 2022).