Costellazione Blank

Paradossi preliminari

Scrivere un testo su Irma Blank, nata nel 1934 a Celle, nel nord della Germania, e sulla sua omonima retrospettiva tenutasi negli spazi milanesi di Fondazione ICA (9 giugno-22 luglio 2022) a cura di Johana Carrier e Joana P. R. Neves, significa fin dall’inizio muoversi in una contraddizione: quella per cui ci si ritrova inevitabilmente ad utilizzare il linguaggio per raccontare di una pratica in cui quest’ultimo viene definitivamente azzerato, svincolato dall’obbligo del significato.

Anche lo stesso nome, Irma Blank, ora scritto in corsivo e letto a mente su uno schermo, in silenzio, non può che riportare a questo paradosso strutturale: quello di riferirsi a un corpo vivo – qualcosa che esiste fuori dalla meccanica segnica delle lettere – e allo stesso tempo apparire conchiuso in sé stesso, incastonato nella griglia invisibile di questa pagina web.

Interno ed esterno, quindi, ma anche soggetto e mondo, immanenza del corpo e trascendenza del linguaggio: tra questi estremi si muove la scrittura asemantica persistente in tutta l’opera di Blank, che proprio dal linguaggio inizia, indagandone le lacune e le inadeguatezze che costruiscono un mondo in cui “Non esiste la parola giusta”.

Quest’ultime sono parole – ancora parole – che Blank pronuncia e custodisce come una rivelazione sin da quando, nel 1955, dalla Germania si trasferì in Sicilia, sperimentando su di sé una malinconica e profonda solitudine dovuta a tale sradicamento culturale e, soprattutto, linguistico.

Pochi anni dopo sarebbero nate le Eigenschriften (1968-1973), che vuol dire “autoscritture” o “scritture per sé stessa”: il primo ciclo con cui Blank inizia ad esplorare quell’intervallo abissale che intercorre tra il linguaggio e il suo altrove, svuotando il primo attraverso la ripetizione di un segno originario che non presume nulla ma, al contrario, assume nel suo farsi la verità del corpo che lo crea. Emergono, fin da questo momento iniziale, le coordinate non solo artistiche, ma anche filosofiche ed esistenziali entro cui si inscrive la gestualità antica di quest’artista: una traiettoria la cui scia è guidata non dalla serena linearità di una sintassi e di una grammatica – come si spera invece per questo testo che del linguaggio non può fare a meno – ma dalla circolarità di un segno che diviene diretta emanazione di un corpo che fa e non più di un corpo che dice.

Blank stessa lavora per cicli, spesso con lunghi tempi di gestazione, in cui tale segno originario diventa il tramite di un rapporto persistente e paradossale: quello tra l’imperimetrabilità della vita e la certificazione sensibile del suo steso essere, ogni volta, nel qui e ora.

Nella retrospettiva alla Fondazione ICA i vari cicli esposti erano tappe in cui si materializzava questa persistenza, la stessa che ha portato l’artista a dire, in più occasioni, che tutta la sua ricerca riguarda “sempre la stessa cosa”: la formalizzazione di un’immanenza, con la vita che si esaurisce in sé stessa senza più oltrepassarsi nelle parole, entrando nella gabbia della referenza e della soggettività.

Scrivere diventa così un esercizio spirituale, vettore di una libertà complessa e non strumentale, sempre al suo inizio.

Alla luce di ciò, un testo su Irma Blank, per aderire completamente alla sensibilità a cui fa riferimento, dovrebbe raggiungere lo zero semantico (espressione utilizzata dall’artista in relazione alla sua pratica) e operare una riduzione estrema, dagli esiti incerti: scavalcare il linguaggio implica il rischio di scordarsi della terra e della carne, strizzare l’occhio alla tentazione di pensarsi divini più che umani, oppure ricadere nella retorica pseudo-romantica dell’eroe titanico, (im)perfetto e (im)potente davanti a un mondo necessariamente più grande.

Nella scrittura senza linguaggio di Blank non si ritrova niente di tutto questo, nessuna calcificazione e nessuna dimenticanza. Al contrario, le sue mani partono dal mondo e dalle sue lacune, così come dalla presenza strutturale del linguaggio unita tuttavia alla coscienza della sua ontologica manchevolezza.

Bisogna così continuare a perseverare, come Blank, nell’intervallo tra ciò che si può dire e ciò che oltrepassa il dicibile. Scrivere senza trucchi – se mai sia possibile – mantenendo vivi questi paradossi preliminari, gli stessi che uniscono la presenza dell’artista  e la dissoluzione linguistica del mondo, il pieno delle parole e il vuoto di un segno che non rimanda a nulla eppure comunica, così come la scivolosa debolezza di un significato prestabilito e la potenza di un corpo che, ‘semplicemente’, testimonia la sua esistenza.

Irma Blank, Eigenschriften, Spazio A-25, 1972, pastello su carta, cm. 70×50, Courtesy l’artista e P420, Bologna, photo credits Carlo Favero

Blank

Il titolo della retrospettiva di Milano, città dove Irma Blank vive dal 1973, è Blank: non solo riferimento al cognome dell’artista, ma anche termine inglese che sta per vuoto. Curiosamente l’immagine della lacuna – quella del linguaggio, in cui prende forma ogni gesto scritturale presente in mostra – sembra emergere già da questa prima denominazione: Blank è una parola in cui non è più necessario distinguere tra l’artista e ciò che la muove, perché entrambi i termini sono l’uno l’eco dell’altro, in un’inscindibile unità.

I due piani di Fondazione ICA si configurano su questa serena reciprocità, mettendo in mostra oltre cinquant’anni di produzione in cui Blank ha riflettuto di volta in volta sui diversi aspetti della sua scrittura senza significato. Tutta la sua ricerca può considerarsi in realtà come un unico segno che continua, un tratto esistenziale nella cui plasticità sono perfettamente bilanciate differenza e ripetizione: la prima, espressa nelle specificità, nei formati e nelle tecniche dei singoli cicli, così come nella loro dinamica osmosi con i cambiamenti storici e biografici che Blank attraversa dagli anni ‘60; la seconda, legata all’urgenza di procedere oltre la matrice linguistica e rompere la rete che lega le parole e le cose, delineando di volta in volta la consapevolezza di esistere come corpo vivo in un determinato spazio e in un preciso momento.

La stessa mostra di Milano è l’ultima tappa di un percorso espositivo di sette iterazioni in altrettante città, ognuna volta ad approfondire un lato della produzione dell’artista e adattata alla sede di riferimento. Se si unissero i puntini di questo percorso apparirebbe una costellazione: un’immagine bidimensionale, che nasce nello spazio infinito di un cielo in cui il tempo non è più lineare, ma aperto in direzioni molteplici. Allo stesso modo, se si posano gli occhi sulla totalità dei lavori presenti in Blank,si intuisce come l’opera-vita di quest’artista non riesca ad esaurirsi solamente né nella superficie di una cronologia, né nella quiete di una progressione. Come se si  guardasse a una costellazione, dove ogni linearità cede il passo alla potenza generativa del segno e dello spazio, in questo caso quello del foglio – forse per Irma Blank foglio e cielo sono la stessa cosa – in cui lo stesso tempo diventa ciclico, ritornando su se stesso in ogni momento.

Lo spazio di Fondazione ICA diventava esso stesso il foglio invisibile in cui poter muoversi e seguire i punti di questa costellazione allo stesso tempo semplice e complessa. Dalle già citate Eigenshcriften (1968-1973) fino ad arrivare a cicli più recenti come Global Writings (2000-2016) e Gehen, Second Life (2017-), passando per le Trascrizioni realizzate tra il 1973 e il 1979 e sostando sul cicli dei Radical Writings (1983-1996), Hyper-text e Avant-testo (entrambi realizzati tra il 1998 e il 2006), ci si ritrova a costeggiare i segni di un testo al contempo intimo e universale che Irma Blank continua a scrivere con serena disciplina: qui, in questo spazio che è quello del cielo, del foglio e di Fondazione ICA, il tratto è continuo, accogliendo in sé l’importanza del gesto e del corpo, le pieghe della comunicazione e la verità del silenzio.

Irma Blank. BLANK, Courtesy the artist, P420 gallery and Fondazione ICA Milano, photo credits Andrea Rossetti

Calligrafia e tipografia

A far luce sul carattere radicale della virata extra-linguistica di Blank è un passo del filosofo Felice Cimatti, che in Filosofia dell’animalità (2013) immagina quest’ultima come la possibilità di un’esperienza di immanenza: un’esistenza ulteriore in grado di risanare la frattura costitutiva all’essere umano, che tramite il linguaggio forma il proprio mondo e contemporaneamente se ne distacca. Riguardo all’esperienza umana del tempo si legge che:

L’animale umano, allora, può annoiarsi perché è un vivente che prova l’esperienza del tempo, e può provare questa esperienza perché la sua esistenza oscilla fra “ambiente” e “mondo”[1]. E questa oscillazione, infine, dipende dal fatto che fra sé e ciò di cui fa esperienza è sempre presente lo schermo del linguaggio. Fra la mano e la cosa c’è sempre, comunque, la parola che denota la cosa; ma una denotazione può essere vera, e allora la mano-parola afferrerà la cosa, ma può essere anche falsa, e allora la mano stringerà il vuoto. La parola allontana l’esperienza, la parola apre lo spazio che separa l’ “ambiente” dal “mondo”.[2]

Parole, queste, in cui si intuisce il tragico senso di slittamento in un mondo umano segnato dalle parole, sempre fragili e scisse rispetto alle cose a cui tentano di aderire: un’angoscia che fa eco a quell’incomunicabile allontanamento provato dall’artista in seguito al suo già citato sradicamento dalla propria lingua natale.

Ecco l’eco filosofica di un evento biografico: una risonanza dai confini indefiniti in cui il tempo che scorre, quello che si impone, il pensiero che proietta e il corpo che esiste si intrecciano a tal punto da confondersi, ma sempre volti a certificare, nell’atto creativo e immanente dello scrivere, un’esperienza di presenza pura ed essenziale: una vita non si oltrepassa più nel linguaggio ma si esaurisce in se stessa, nello spazio della creazione artistica.

Il primo ciclo delle Eigenschriften nasce proprio come inizio di questa dichiarazione di presenza. Al mondo che scivola, Blank risponde ripetendo sul foglio una linea tracciata: un segno senza nient’altro, svuotato dall’obbligo di significare, che emerge come la traccia primordiale di una rivelazione tanto potente quanto elementare: quella di esistere nel qui e ora. Con le Eigenschriften si avvia il segno originario di Blank, l’ur-zeicihen appena oltre – né prima né dopo – quella gabbia di idiomi inadeguati che l’artista costeggia rivelandone il carattere manchevole. Si assiste qui all’avvio di una disciplina spirituale nella sua forma più semplice e arcaica: una prassi in cui gesto, corpo e ritmo si legano nell’ipotesi di quella scrittura universale, libera e non strumentale, che l’artista ancora oggi mantiene viva e pulsante nella sua plasticità.

In Blank una parte delle Eigenschriften è esposta sullo stesso piano della serie Trascrizioni, che l’artista realizza tra il 1968 e il 1973, nel periodo del suo trasferimento dalla Sicilia a Milano. Due luoghi diversi – un’altra migrazione, questa volta dalla continuità della vita rurale all’agitazione della metropoli – e uno spostamento che si riflette nella gestualità e nel formato di questo secondo ciclo. Rimane la stessa urgenza di svuotamento che aveva mosso le Eigenschriften, così come continua il gesto della linea ripetuta che tuttavia ora si flette nella regolarità dell’impaginazione. Con la serie Trascrizioni Blank si confronta infatti con testi già esistenti, come famosi libri di narrativa o poesia insieme ad articoli di giornale, dalle cui pagine scompare il significato mentre rimane la sola struttura messa a nudo.

In questa nuova interpretazione della parola Blank conserva il perimetro del segno e la topografia di ciò che era prima, evidenziandone l’ossatura: un’operazione che permette ancora di ‘leggere’ le Trascrizioni anche quando la temporalità della lettura si condensa in questo spazio iconico, diventando in tal modo, come in una performance del 1979 che l’artista realizzò alla libreria di poesia L’Oca di Roma, un ronzio che comunica scavalcando le parole. Attraverso questo nuovo gesto scritturale Blank genera un testo aperto e un sapere inedito, concentrato sul ritmo delle linee, il loro ordine grafico, i pieni e i vuoti che intercorrono nel mezzo: una conoscenza che si offre simultaneamente a un solo sguardo.

Si tratta di una sensibilità ulteriore, in cui risulta evidente il ritmo più cadenzato rispetto alla continuità segnica del ciclo precedente, come se lo spostamento fisico dalla Sicilia a Milano fosse eco di un altro movimento di tipo estetico e spirituale: dalla calligrafia universale delle Eigenschriften, risolta nella mano che traccia e riempie il vuoto del foglio, alla tipografia delle Trascrizioni, sintomo di uno sguardo che ora si proietta verso il mondo esterno, quello dell’editoria, della comunicazione e della parola stampata.

È nella relazione tra questi due movimenti, la calligrafia della mano e la tipografia della stampa –  assunte come pratiche di uno sguardo rivolto al sé e un altro verso il fuori – che risiede un leitmotiv comune a tutta la ricerca di Irma Blank: quello per cui lo svuotamento del linguaggio non implica mai una fuga dal mondo, né tanto meno una chiusura nei sofismi del pensiero puro. I segni originari di Blank non sono mai isolati perché con quel mondo lacunoso, con la sua storia, i suoi eventi e le sue tecniche, si intersecano in modalità sempre nuove. Il ritmo tipografico è prevalentemente presente, ad esempio, anche più di vent’anni dopo nel ciclo Hyper-Text (1998-2006), dove Blank passa dalla linea astratta all’utilizzo di parole già esistenti, qui sovrapposte e scritte in tre lingue diverse (italiano, inglese e tedesco) a tal punto che lo svuotamento del significato è raggiunto per eccesso: un confronto serrato, attraverso l’utilizzo della scrittura digitale, con l’allora nascente capillarità del linguaggio dell’informazione e le sue contraddizioni. Contemporaneamente a Hyper-Text l’artista lavora ad Avant-Testo, dove lo sguardo e il tratto si flettono, in apparente opposizione all’altro ciclo, nello scandaglio della parte più profonda dell’anima. Impugnando in entrambe le mani fasci di penne biro, con una scrittura dall’andamento rotatorio e dalla potenza di un vortice l’artista approda all’illeggibilità estrema, fino a riempire il foglio di un blu magmatico che allo stesso tempo attrae e si impone come superficie impenetrabile. Con questi due esempi realizzati negli stessi anni si conferma la complementarietà dello sguardo di Blank, superficie diafana tra il dentro e il fuori: una relazione in cui l’autoanalisi interiore – Avant-testo – e la proiezione verso il mondo – Hyper-Text – convivono senza alcuna netta frontalità, dal momento che il primo materializza freneticamente il vuoto del linguaggio riempiendo la superficie del foglio, mentre il secondo lascia apparire un testo che nella sua eccessiva pienezza risulta infine svuotato di ogni traiettoria. Ancora calligrafia e tipografia, la circolarità di Avant-testo e la linearità di Hyper-Text, estasi e impaginazione, il pieno e il vuoto alternati come l’inspirazione e l’espirazione che permettono a un organismo di respirare, quindi esistere: forse la plasticità sempre viva dell’ur-zeichen di Irma Blank è dovuta proprio a questo suo aspetto atmosferico, come se all’affanno del linguaggio rispondesse con la disciplina di un respiro biologicamente determinato.

Irma Blank. BLANK, Courtesy the artist, P420 gallery and Fondazione ICA Milano, photo credits Andrea Rossetti

 Il respiro e lo specchio

Quella del respiro è una temporalità inconsapevole e ricorsiva, caratteristica di ciò che si ripete sempre a intervalli più o meno regolari: differenza e ripetizione, inscritte nel funzionamento basilare di un corpo che vive, allo stesso modo del segno in divenire che muove tutto il lavoro di Blank. Si è già detto come per quest’artista vita e lavoro si fondino tuttavia in un’unica pulsazione, espressa nella sua più limpida chiarezza dall’equazione Tratto = Respiro (Schriftzug = Atemzug) che la stessa Blank formula durante il periodo dei suoi Radical Writings, realizzati tra il 1983 e il 1996.

Questo ciclo nasce nella precisione del rituale e nella profondità della meditazione: Blank trascrive se stessa attraverso pennellate realizzate rispettando metodicamente la durata del proprio respiro. Prende forma così il movimento invisibile della vita qui intercettata nel suo farsi, con la tela che diventa un dispositivo estetico di esistenza. Guardando l’opera esposta a Fondazione ICA, Radical Writings, Poem for you 6-10-95, si faceva strada una serenità inaspettata che non deve essere raggiunta ma solo scorta, perché semplicemente già è, anche se passa inosservata nel chiasso del mondo e del linguaggio: lì il corpo si proietta sempre altrove, qui prende coscienza di sé, del suo fare e del suo esserci. Nei Radical Writings prende corpo questa verità invisibile, nella traiettoria sempre un po’ diversa delle stesse linee (realizzate prima con il rosa e poi con il blu, colore dell’infinito, dello spirito e dell’utopia) e nel suono del respiro di Irma Blank che pervadeva la sala espositiva.

Visibile e invisibile: cos’è, quindi, un respiro? Se il passo prima citato di Cimatti evidenziava la frattura tra corpo ed esperienza provocata dalla parola, quest’altro inciso del filosofo Emanuele Coccia, tratto da La vita delle piante. Metafisica della mescolanza (2016), ritorna all’esperienza, e proprio il respiro è il tramite di questa ritrovata consapevolezza della vita:

[Il respiro] È in fondo a tutte le nostre esperienze. Non è una sostanza: non cova in sé la natura delle cose. […] È un movimento ritmico, regolare, instancabile. […] Senza di esso, nulla sarebbe possibile nella nostra vita. Tutto ciò che ci accade deve mescolarsi con esso e aver luogo all’interno del suo perimetro. Il respiro è la prima attività del vivente superiore, la sola a poter pretendere di confondersi con l’essere. […] Vivere è respirare e avvolgere col proprio respiro l’intera materia del mondo. […] Il respiro è semplicemente il primo nome dell’essere-nel-mondo. […] Tutto è ripetizione, intensificazione, variazione di ciò che ha luogo nel respiro.[3]

Questo ciclo può considerarsi un nucleo cruciale nella produzione di Blank: quel momento in cui la complementarietà del suo sguardo-tratto bilanciato tra interiorità ed esteriorità si esprime nell’estrema sintesi tra corpo e intelletto, il processo in cui la vita coincide con se stessa.

Nonostante l’irriducibile specificità del respiro dell’artista (e di quella di ogni altro) rimane, anche in questo caso, la traccia di una comunicazione diversa, ulteriore. Qualcosa è trasmesso, mentre si abbozza la coreografia minima di una relazione essenziale, perché pur non riflettendo alcun limite fisionomico le immagini dei Radical Writings funzionano come specchi in cui vedere riflesso il funzionamento alla base della vita, universale e individuale.

È proprio la costante interrelazione tra quest’ultime due dimensioni a far sì che, in un potente e forse definitivo paradosso, l’opera-vita di Irma Blank sia allo stesso tempo completamente radicata nella sua biografia, nel suo corpo, nella sua particolarità, e tuttavia sempre tesa ad amplificarsi oltre, tendere verso l’altro, superarsi nella relazione con uno sguardo diverso in cui riflettersi pur mantenendo una propria autonomia.

Di specchi era pieno anche il lato lungo al piano terra di Fondazione ICA: si trattava di una parte di Global Writings (2000-2016), tra i cicli più recenti dell’artista, attraverso cui Blank formula un alfabeto inedito composto da otto consonanti – c, d, h, l, m, r, t, j, con l’ultima considerata semi-vocale al fine di rendere possibile il suono della lettura – per costruire un linguaggio senza significato. Sugli specchi ci sono lettere e non linee, scrittura digitale e non manoscritta: l’immagine del proprio corpo si opacizza letteralmente e simbolicamente nella babele di parole appartenenti a questo linguaggio inventato, giocoso e aperto, tutto da leggere e pronto a migrare sempre altrove. È una situazione che evoca lo stadio dello specchio lacaniano: quel momento traumatico in cui il bambino si percepisce per la prima volta come totalità attraverso la sua immagine e scopre di avere un corpo che può guardare da fuori. Il bambino istintivamente si gira verso il genitore, come a chiedere conferma del suo stesso “io” a quel “tu” generale – l’Altro Lacaniano – che continuerà a sancirne l’esistenza attraverso il linguaggio. Ma negli specchi delle Global Writings il perimetro del corpo si confonde e non serve nessuna legittimazione. Ne “Io” ne “Tu”: per un momento non si ha più un corpo da guardare e denominare, perché semplicemente esso, come la scrittura asemantica di Blank, è.

Intuita questa forma segreta di comunicazione, di cui la mostra Blank è un supporto vivo, non resta altro che accorgersi di esistere. Qui, ora.

Irma Blank. BLANK, Courtesy the artist, P420 gallery and Fondazione ICA Milano, photo credits Andrea Rossetti

In copertina: Irma Blank, Germinazioni blu-oro n.1, 1982, tecnica mista su carta, cm 46 x 62, photo Carlo Favero, Courtesy l’artista e galleria P420, Bologna


[1] Il riferimento alla base di questa parte del testo di Cimatti è duplice: le nozioni di “ambiente” e “mondo” riprendono sia il testo pionieristico Ambienti animali e ambienti umani del biologo e filosofo Jakob Johann von Uexküll (1934), sia la contrapposizione tra “ambiente” animale e “mondo” umano operata da M. Heidegger nella sua Lettera sull’ “umanismo” (1949).

[2] F. Cimatti, Filosofia dell’animalità, Laterza, Bari-Roma 2013, pp. 28-29.

[3] E. Coccia, La vita delle piante. Metafisica della mescolanza, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 75-76.

(Pescara, 1997) Dopo aver conseguito una laurea triennale in Arti, Design e Spettacolo presso l’università IULM, consegue il diploma accademico di secondo livello in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Nel 2021 co-fonda, con altri studenti e studentesse, l’associazione culturale no profit “Genealogie Del Futuro”. Scrive per ‘Kabul Magazine’, ‘Juliet Art Magazine’, ’Forme Uniche’, ‘roots§routes’ e ‘Antinomie’. La sua ricerca vuole essere un’esplorazione del potenziale critico dell’arte e delle immagini in relazione alle urgenze della contemporaneità.