Solo il cuore resta giovane

Due foglie di palma speculari, una in stato di decomposizione, l’altra ormai imprigionata nel regno minerale; una conosce la forza dell’elasticità cangiante, l’altra quella della rigidità immobile. Sono davanti a noi, ci accolgono all’interno di uno spazio rarefatto. Spazio non umano, inumano. Altre forme geometriche, poliedri irregolari di bronzo ricoperto d’argento, riverberano linee e traiettorie luminose. Tracce di un disegno non del tutto intelligibile, ma perfettamente razionale, ortogonale, lineare. Come pietre d’inciampo per rammemorare un’etica, un ethos che travalica l’umano, ma che, per l’appunto, è more geometrico demonstrata. Due calamari si allontano l’uno dall’altro spostandosi su una retta che, all’infinito, li farà forse ricongiungere. A lato, una quasi conchiglia di crostaceo che porta in sé il tracciato di una costellazione, in cui il tempo fluido si fa tutt’uno con quello immobile del cosmo, ci riempie di stupore, di uno stupore quasi primordiale. Lo sguardo dello spettatore tende a scomparire all’interno di questo spazio. Sul fondo un disegno, quasi un grafito primordiale, in cui l’universo nella sua fase infantile, nella sua infanzia senza parole, trova una misura nella mano dell’artista. Esplosione, big bang della vita, espansione e contrazione, visione e defigurazione, senso e assenza di significato, luce e oscurità, mano destra e mano sinistra. Io e non-io.

Ich-Zeit, il tempo psichico, il tempo di un soggetto quasi solipsistico, contrapposto al tempo organico, al tempo cosmico, ad un tempo in cui non c’è più spazio per la soggettività. Di questi tempi, di questa dimensione bipolare del tempo, parla Guido Morselli in uno dei romanzi più stranianti della letteratura italiana del secondo Novecento, Dissipatio H.G., che potremmo tradurre con “’l’evaporazione del genere umano”. Una prova di scrittura, quella morselliana, intrisa di lucida freddezza, in cui, da un giorno all’altro, l’intera umanità scompare, tranne l’io narrante, che trova di fronte a sé un mondo abitato da tutti gli altri viventi non umani; un mondo straripante delle vestigia di una civiltà, ma disertato dall’umano. Un mondo oltre l’antropocene, in cui, però, c’è ancora un ultimo testimone, lo scrittore che lo narra. Per chi narra questo scrittore ormai solo? Per sé stesso? Per il mondo, ormai muto e sordo, che non può comprenderlo e che indifferente continua ad esistere? per un deus absconditus? Continua a narrare perché in lui, nelle sue parole, si svela, infine, come non sia mai stata l’umanità ad esprimersi nelle arti ma una mente che trascendeva ogni soggetto pensante? E, dunque, in questa dissipatio finale si rivela che poemi, immagini, suoni non siano mai stati destinati agli uomini ma siano stati solo apparizioni di un disegno e di uno spazio invisibile ai sensi che ci precedeva e ci sarebbe sopravvissuto?

È sul liminare di queste domande, nella terra di frontiera tra la presenza organica di un soggetto che cerca una misura delle cose, per darsi un’immagine dell’ápeiron, e un mondo rarefatto alla sua dimensione essenziale, fatto di forme geometriche perfette e realtà organiche che dalla propria condizione effimera si proiettano verso un’eternità immobile che si muove l’opera di Gianni Caravaggio. Andando oltre il dualismo, la contrapposizione tra forma e informe, nei suoi momenti di grazia, Caravaggio coglie – proprio attraverso la propria esperienza vivente, il proprio ich-Zeit, la propria dimensione corporea – un tempo organico ed eterno, cioè un “tempo”, forse in senso musicale, un ritmo visivo, dove il tempo quotidiano è sospeso e in cui lo stesso demiurgo, l’artista-demiurgo, evapora nell’opera. Restano le tracce di un cuore pulsante, che non è tanto o non è solo quello dell’artista, ma di un organismo cosmico, proprio come in Platone, di cui ognuno di noi è parte, spesso inconsapevole; punto, linea, di una figura che si traccia al di là di ogni possibile volontà ma che, allo stesso tempo, testimonia di una necessità trascendente.

L’esperienza della Legge (della natura? dell’universo? di dio?) è il destino che ogni grande artista trova davanti a sé. Essere posti di fronte a una serie di regole necessarie ed essenziali dentro alle quali la mano e la mente dell’artista devono trovare una dimensione spaziale. La mano si lascia guidare dalla Legge e si fa dettare da lei il tracciato della propria figura. In fondo, è la Legge di un mondo invisibile che si incide nella pietra. È così da sempre, come ben sapeva Mosè e, ancor più, il Mosè di Michelangelo. L’artista mostra le leggi essenziali del mondo; mostra il mondo nella sua essenza. Si fa tramite di questa essenza. A volte, non sa cosa siano, cosa rappresentino le figure che traccia. Non ha alcuna capacità di decifrare fino in fondo i geroglifici che appaiono. Lascia, però, che appaiano attraverso di lui. Conosce l’abbandono alla Legge. L’artista sa abitare l’ossimoro di un abbandono rigoroso. Il suo cuore sa toccare il cuore del mondo, ciò che permane nel fluire delle forme, nel processo metamorfico infinito o, come lo hanno chiamato gli umani, nel processo mortale che è la vita. Tutto muore salvo questo cuore. Questo cuore è fanciullo per sempre. È forse quel fanciullo che Cebete indicava a Socrate come la parte dell’umano che ha terrore della morte («c’è come un fanciullino dentro di noi, afflitto da tali paure.

Cerca, dunque, di persuadere questo fanciullino a non aver paura della morte come di uno spauracchio», 77d-78b) ma a cui, invece, duemila e trecento anni dopo, un poeta italiano, Giovanni Pascoli, darà un ruolo ben più importante e profondo, e cioè esattamente quello di andare oltre il dualismo vita/morte, in quel punto in cui vita e morte sono indistinguibili; in cui il tempo è sospeso e la meraviglia è senza fine; quel punto in cui, infine, il mondo afferra la propria essenza e sfiora la ragione del proprio esistere: “è dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, come credeva Cebes Tebano che primo in sé lo scoperse, ma lagrime ancora e tripudi suoi. […] Tu sei il fanciullo eterno, che vede tutto con maraviglia, tutto come per la prima volta. […] Tu sei ancora in presenza del mondo novello, e adoperi a significarlo la novella parola. Il mondo nasce per ognun che nasce al mondo. E in ciò è il mistero della tua essenza e della tua funzione.”

Gianni Caravaggio. Nur das Herz bleibt jung
Marie 10
Marienstrasse 10
10117 Berlino
dal 16 settembre al 29 ottobre 2022

Immagini: viste della mostra Gianni Caravaggio. Nur das Herz bleibt jung, galleria Marie 10, Berlin (16.09 – 29.10.2022) photo: Andrea Rossetti

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni” (SE, 2016), "Il silenzio dell'arte" (Sossella, 2021) e, con Jean-Luc Nancy, “Estasi” (Sossella, 2022).