Non raccontiamoci storie

I think that there isn’t a photograph in the world that has any narrative ability. Any of them. They don’t tell stories – they show you what something looks like. To a camera. The minute you relate this thing to what was photographed – it’s a lie. It’s two-dimensional. It’s the illusion of literal description. The thing has to be complete in the frame, whether you have the narrative information or not. It has to be complete in the frame. It’s a picture problem. It’s part of what makes things interesting.

(Garry Winograd intervistato da Bill Moyers, 1982)

Credo che le immagini fotografiche debbano dialogare, accettando ed elaborando un possibile contraddittorio, parlandosi anche a distanza con rimandi, rimbalzi o anche arrestandosi, ma rimanendo in disparte, assolute e taglienti al loro interno.

In una certa misura ed in alcuni casi, come, ad esempio, nella dimensione espositiva, penso sia necessaria una forma di attenzione nei confronti dello spazio intorno alle immagini. Esistono elementi architettonici, caratteristici di uno spazio, che potrebbero spostare la traiettoria dei contenuti di un’opera (mai chiusa in se stessa). Un’immagine fotografica è da intendersi come parte di un’interlocuzione più ampia, dove significati profondi possono aprirsi o, con effetto boomerang, annullarsi a seconda del contesto in cui la si espone.

In un libro fotografico, gli spazi bianchi credo debbano essere intesi anch’essi come immagini, e non come pausa temporale di una possibile sequenza narrativa.

Chi oggi insegna a mettere in sequenza le fotografie ragiona, per lo più, unicamente nella direzione di uno story-board. È questo un vizio di metodo che spesso limita o addirittura azzera la portata delle singole immagini e che appartiene, in parte, ad altre scritture visive (come il cinema, ad esempio).

Al contrario, errare sulla superficie di una fotografia senza porsi il problema di un prima o di un dopo, analizzando ciò che è all’interno dei confini del visibile ed immaginando oltre i bordi del frame, moltiplicherà esponenzialmente il flusso visionario, liberandolo in molteplici direzioni e su innumerevoli livelli.

Sarà il fruitore ad essere chiamato ad organizzare possibili percorsi o storie tra le serie possibili di fotografie, ma le buone fotografie resteranno singolarmente mute, come ci suggerisce Winogrand. Al limite, a mio avviso, comporranno un fraseggio più attinente alla notazione musicale che non alla composizione letteraria.

Come fotografo traggo il più grande piacere praticando e vivendo la fotografia come atto nudo, sintetico, diretto. Ancora più radicalmente, direi che nell’immagine fotografica cerco uno stato di disorientamento, un equilibrio instabile che, pur ancorato alla “rappresentazione”, inserisca sottili elementi che la contraddicano o, quantomeno, che la destabilizzino.

Tutte le immagini che accompagnano l’articolo sono di Pino Musi

(Salerno, 1958) vive e lavora a Parigi, è artista visivo e docente. Il suo percorso fotografico ha intersecato molteplici aree d'interesse come l'antropologia, l'architettura, l'archeologia o, ancora, l'industria. La sua ricerca è parte di un progetto coerente che trova il miglior mezzo espressivo nell'arte del “bookmaking”, in particolare nella creazione di libri d'artista. Sono stati pubblicati finora ventisette volumi con sue opere, tra cui “Border Soundscapes” (Artphilein Editions, 2019), “Sottotraccia” (Punctum Press, 2019), “_08:08 Operating Theatre” (2013).
Fra le esposizioni si ricordano “Polyphōnia” (Tempio di Pomona, Salerno, 2021), “Rivelazioni della Forma. Le origini dell'Italia nelle fotografie di Pino Musi” (Museo dell'Ara Pacis, Roma, 2012), “Facecity scroll” (13a edizione Biennale Architettura di Venezia). Opere dell’autore sono presenti in collezioni private e pubbliche, tra cui la Fondazione Rolla in Svizzera, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, la Fondazione Fotografia di Modena, il FRAC (Fonds régional d'art contemporain) Bretagne, in Francia.