Nuovi illuminismi?

Con ritmo sempre più forsennato si succedono parole d’ordine dell’intellettualità del secolo. Una delle ultime, forse ormai già un po’ bollita, è inclusione. Non c’è progetto culturale, museo, teatro, università, assessorato, pro loco che non trovi il modo di inserire nei propri comunicati la magica parolina. La cultura deve essere inclusiva. Come non rallegrarsene? Impossibile non farlo per chi dopo l’indigestione da collettivizzazione dell’intera esistenza degli anni settanta del secolo defunto, con tutti i suoi grotteschi corollari, ha assistito all’orrendo e narcisistico edonismo individualista protrattosi dalla metà degli anni ottanta fino a un buon decennio del nuovo millennio. Ma come si coniuga fattivamente l’inclusione odierna? in cosa consiste?

Ingresso del piano ipogeo, ph. Giovanni de Sandre per Fondazione Luigi Rovati ©

Credo che un buon esempio possa venire dall’apertura al pubblico di una bellissima collezione di arte etrusca a Milano. Si tratta del museo della Fondazione Luigi Rovati. In uno stupendo palazzo di corso Venezia – proprio di fronte al planetario progettato da Portaluppi e donato alla città da Ulrico Hoepli nel 1929 – gli eredi di Luigi Rovati hanno voluto rendere accessibili al pubblico alcuni capolavori di arte etrusca, capolavori da lasciare a bocca aperta. Davvero raro vedere a Milano pezzi di tale qualità, in un allestimento, quello dell’ipogeo, molto suggestivo. Una vera meraviglia! Il museo, riprendendo un altro cavallo di battaglia degli ultimi vent’anni, ha poi voluto creare un dialogo tra arte antica e arte contemporanea. I risultati di questa seconda operazione lasciano un po’ perplessi, poiché le opere scelte sembrano, più che altro, testimoniare dell’inadeguatezza dell’arte odierna rispetto all’immensità e la forza degli anonimi manufatti di migliaia di anni fa. Le sole opere che reggano sono un progetto site specific di Giulio Paolini e alcuni disegni acquerellati di Luigi Ontani (impietoso, ad esempio, nella “sala Ontani”, il confronto tra una testa di sfinge etrusca da lasciare tétanisé, come dicono oltralpe, e una davvero mediocre testina in bronzo di Fontana). Il resto, in tutta sincerità, sembra, nel migliore dei casi, parodia della potenza espressiva etrusca oppure, nel peggiore, testimonianza della scomparsa, apparentemente definitiva, della forza simbolica e muta dell’arte a favore di un verboso intellettualismo, la cui povertà concettuale risulta imbarazzante, se non mortificante.

Sala Ontani, ph. Giovanni de Sandre per Fondazione Luigi Rovati ©

Nonostante alcune sbavature, come in ogni cosa della vita, l’apertura di uno spazio come questo è un evento altamente positivo per la città, di cui non si può che essere grati. Parrebbe un segno della mancata estinzione di quella borghesia illuminata per la quale Milano è nota (Luigi Rovati è stato fondatore e magnate di una delle più importanti case farmaceutiche italiane e Giovanna Forlanelli Rovati, oltre ad essere presidente della Fondazione, è anche fondatrice della pregevolissima casa editrice Johan & Levi). Una inattesa manifestazione di quella borghesia che, per l’appunto, aveva tra le proprie vocazioni, oltre al fare impresa e produrre ricchezza, anche la volontà di condividere parte della ricchezza accumulata, attraverso una promozione culturale alta, anzi, di eccellenza, come la collezione testimonia. Non risulterebbe, quindi, strano che tra i principi operativi che ispirano la Fondazione ci sia proprio l’inclusione. Non fosse che osservando i prezzi d’ingresso dietro alla biglietteria si legga: “Intero, 16 €; Ridotto per universitari fino a 26 anni, 12 €”. Al che la domanda sorge: cosa s’intende, allora, per inclusione?

Sala Warhol, ph. Giovanni de Sandre per Fondazione Luigi Rovati ©

L’inclusione e la condivisione della cultura, in tutte le sue forme, dovrebbero passare primariamente dalla possibilità offerta a tutti, in particolar modo ai giovani, cioè a coloro che stanno formando la propria mente, la propria sensibilità, il proprio senso del bello, di accedere agli spazi in cui la cultura è fruibile, verrebbe da dire, consumabile, proprio come si consuma un pasto. La cultura come alimento quotidiano, come elemento primario, vitale e non come passatempo o svago. Per questo l’accesso ai luoghi della cultura dovrebbe essere costante, reiterato, aperto, libero. Ora, se l’ingresso, non solo è a pagamento, ma è a 12 € (tra l’altro, anche se hai meno di 26 anni, ma non hai la fortuna di poter frequentare un’università, ne dovrai pagare 16, di euro) la possibilità di fruire della cultura, non solo non è inclusiva, ma si fonda, anzi, su un principio di esclusività: alla cultura può accedere solo chi ha i mezzi economici per farlo. È un accesso regolato dal mercato e il mercato ha ben poco di inclusivo. Il museo, dunque, nonostante i proclami di inclusività, di fatto, non è aperto alla città, ma a una fetta molto ridotta, cioè esclusiva, della città. Può esistere un’inclusione esclusiva?

Sala Kennedy, ph. Giovanni de Sandre per Fondazione Luigi Rovati ©

Si dirà che è ovunque così; che anche i musei pubblici applicano politiche simili. È, in parte, vero… ed è vergognoso. Ma i musei pubblici hanno bilanci da miseria. Spesso restano chiusi perché la struttura statale non ha i soldi per pagare il personale necessario per sorvegliare le sale. Per questi musei anche il centesimo diventa sovente questione di sopravvivenza. Ovviamente, questa condizione di indigenza non è giustificazione di una prassi odiosa ma solo testimonianza della cecità della classe politica nell’allocazione delle risorse e delle priorità a lungo termine di una comunità. Ma dalla borghesia illuminata, visto che compie operazioni meritevoli come l’apertura di questo per molti versi mirabile museo, ci si aspetterebbe altro. Questa borghesia che obiettivi ha? vuole davvero, attraverso processi virtuosi, condividere la cultura? vuole far sì che i giovani di oggi e gli uomini di domani comprendano, attraverso una visione aperta e partecipata, la grandiosità di un patrimonio e di una storia che li riguarda, che guarda a loro e chiede loro di prolungare quel gesto, ben al di là delle tante brutture odierne? oppure questa borghesia compie operazioni di marketing culturale sentendo, in un tic da efficientismo marchionniano, la necessità di guadagnare, oltre quel che già guadagna nel mondo globalizzato del lavoro, anche sui minori di 26 anni (e, ancor più, su quelli con ridotte aspettative di formazione culturale, perché già esclusi dal sistema terziario dell’istruzione)? c’è davvero bisogno di questa efficienza gestionale nel settore della cultura, quando dietro le spalle ci sono patrimoni considerevoli? o, lo speriamo, si tratta solo di sviste, a cui sarebbe facile porre rimedio, dando un segno inequivocabile, forte e controtendenza di cosa significhi mettere la cultura a disposizione della città, della comunità dei cittadini?

Vista dell’allestimento al piano ipogeo ©Giovanni de Sandre per Fondazione Luigi Rovati

L’arte etrusca è un’arte che guarda, in buona parte, oltre la vita, oltre l’oggi, per rivolgersi a un’ulteriorità. Ed è anche un’arte della magnificenza, di una magnificenza sobria, proprio come è sempre stata quella della borghesia illuminata. Se la si fosse compresa davvero, mi pare che, soprattutto quando se ne hanno le possibilità, si dovrebbe essere in grado di elargire, discretamente e senza badare troppo al marketing, con altrettanta magnificenza, pensando, non solo al bilancio del giorno dopo, ma a gesti e opere che contemplino la possibilità che i frutti di tali elargizioni saranno visibili solo in un futuro, forse, lontano, senza dar luogo ad alcun ritorno nell’immediato. Altrimenti, le parole, come l’abusata inclusività, diventano i sintomi solo di vuote mode o di semplice conformismo intellettuale. E i lumi si trasformano in esclusivo spirito d’impresa. Ma questa non è la tradizione della borghesia illuminata, è tutta un’altra storia.  

In copertina: vista dell’ingresso al piano nobile, ph. Giovanni de Sandre per Fondazione Luigi Rovati ©

 

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni” (SE, 2016), "Il silenzio dell'arte" (Sossella, 2021) e, con Jean-Luc Nancy, “Estasi” (Sossella, 2022).