Godard oltre la notte

«Il principio del cinema: andare verso la luce e rivolgerla verso la nostra notte», udiamo in Notre Musique, opera godardiana del 2004. Il più grande cineasta vivente è morto oggi a Parigi, quasi novantaduenne e soprattutto, mi ripeto, vivente. Fino alle soglie della fine Jean-Luc Godard non ha smesso di creare, il suo Gulliver di scintillare, la sua pupilla di saettare. 

Il vulcano s’è spento, okay, ma c’ha lasciato fiumi d’inestinguibile cine-lava su cui surfare come sognava di fare il filmmaker vulcanologo Maurice Krafft sul sangue incandescente della terra. Sulla pensante musica visionaria di JLG si sono accordati gli occhi e le menti dei più ardimentosi tra noi. Personalmente, è da un quarto di secolo che ronzo intorno alla sua fiamma, captandone bagliori, rifrangendoli verso la nostra notte. 

Saluto Godard con due paragrafetti del mio ultimo libro, Ultraporno, ovvero rilanciando per gli amici e i lettori di Antinomie uno dei picchi d’audacia di Jean-Luc, Je vous salue, Marie, un’opera per certi versi bressoniana che crea un dittico ideale con Vivre sa vie, la storia della puttana Nana interpretata da Anna Karina, scomparsa nel dicembre 2019, amata e donna emblematica di questo formidabile ritrattista cinematografico di donne.

Anna Karina in Vivre sa vie (1962)

Godard e la Madonna 

Nessun regista cinematografico ha preso di petto il dogma dell’Immacolata Concezione come Jean-Luc Godard. Il lungometraggio in cui la singolar tenzone accade è apparso nel 1985 e s’intitola Je vous salue, Marie. La Marie che salutiamo nel titolo è proprio lei, la madre di Gesù. A interpretarla è Myriem “The Body” Roussel, attrice all’epoca 23enne nonché compagna di Godard, il quale aveva già incorniciato le sue flessuose nudità nei fotogrammi di Passion (1982) e Prénom Carmen (1983). Je vous salue, Marie segna il culmine e la fine del loro connubio non solo artistico. 

La Madonna di JLG è innanzitutto un corpo. Il corpo inquieto della figlia di un benzinaio con la passione per il basket. Un corpo incorniciato come un cristo morto di Andrea Mantegna, come una donna al bagno di Edgar Degas, come una nuda blu di Matisse, come una venere inarcata di Egon Schiele. Un corpo che accoglie l’elezione per quello che è: un fardello, una condanna. «Io sono un corpo caduto dall’anima», constata crucciata Marie. 

Je vous salue, Marie

Je vous salue, Marie è un film scandalo dove lo scandalo non sta tanto nell’insistenza dell’obiettivo sulle forme svelate della protagonista. Lo scandalo sta piuttosto nel fatto che il cineasta fa quello che fa senza mettere in dubbio il dogma indagato. Marie resta l’Immacolata: la Concezione avviene senza penetrazione né contributo seminale di Giuseppe, come le Sacre Scritture esigono. L’input sovrannaturale coesiste però con la naturalezza delle pulsioni mammifere di una giovane donna come le altre, ormonalmente sana. L’auteur scandaglia le immacolate ignudità in totale, in dettaglio e soprattutto in calore. Stringi stringi, Je vous salue, Marie è un film tanto più problematico in quanto è un film osservante: JLG non contesta il dogma, troppo facile, lo farcisce di carne pulsante, mandando in tilt il flipper fideistico e in bestia gli integralisti cattolici, i custodi della religione di Stato e del comune senso del pudore, i benpensanti. 

Con una parola: eresia! Con un’altra: strike! 

Je vous salue, Marie

L’opera alzò polveroni e provocò accanimenti censorî in tutto il mondo, facendo arrabbiare sia i tribunali di Cesare sia quelli di Dio. Basti dire che in Italia Je vous salue, Marie venne sequestrato per alcuni mesi a Pesaro, Cuneo e Rimini, mentre in Brasile a vietarlo fu il Presidente della Repubblica José Sarney in persona. 

Nonostante alla Berlinale 1985 il film si fosse aggiudicato il premio della Giuria Ecumenica, le autorità vaticane non si dimostrarono di così larghe vedute. Si scomodò addirittura Giovanni Paolo II alias Papa Woytila, il quale presiedette un rosario di espiazione ad hoc nella Chiesa di San Giovanni in Laterano. 

Nel corso del New York Film Festival, il giorno della presentazione, ottomila manifestanti al seguito dell’agguerrito arcivescovo John Joseph O’Connor, fidato di Woytila, si assembrarono davanti al Lincoln Center presidiato dalla polizia. L’effetto a catena fu che il film non circolò negli States, quel verme infettante non sguisciò fuori dalla Grande Mela. Il distributore Triumph aveva fatto dietrofront per via delle pressioni della principale azionista: Coca-Cola. 

Je vous salue, Marie

La fine del mondo 

Il colpo iconografico più micidiale quel sacrilego d’un cineasta lo sferra in chiusura. Ultima scena: Marie si dipinge le labbra con un rossetto rosso sangue, prima di contemplarsi nello specchietto retrovisore di un’automobile ferma. Ultima inquadratura: mentre la bocca della Vergine si spalanca, il nostro occhio sbocca nel nero oltre le labbra, senza nemmeno il bianco di un dente a contrastare il risucchio. L’ultima immagine di Marie è un buco con delle labbra intorno, una ciambella al sanguinaccio, uno zero di carne che richiama, per occhi avvezzi al porno, l’immancabile dettaglio dello sfintere dilatato in una sequenza anal

Il mistero secondo JLG è un orifizio dilatato sulla notte del corpanima, con una crasi che m’è cara. Adottando la prospettiva di un’avventurosa storia della visione come ferita, rilevo come questo epilogo orale rappresenti un idioletto di una lingua comune, l’abissanto parlato dal Taglio di Fontana, dallo Sfregio di Samorì, dall’Origine di Courbet. 

Je vous salue, Marie

Bocca taglio sfregio vulva. Squadernamenti e accessi all’osceno femminino. Ascessi e sineddochi dello sbrego primordiale. 

La nostra retina può anche fermarsi davanti a una barriera fatta di pixel e pigmenti, celluloide e cellule. La nostra ragione può anche dichiarare con saccenza che quell’ombrosa fessura conduce a nient’altro che a un esofago, un telaio, una lastra di rame, un utero. Eppure il nostro occhio interiore non si ferma lì, al culo del sacco. Viene calamitato dall’altra parte, dall’absconditus. Magnetizzato dal colon dell’invisibile. 

Je vous salue, Marie

è scrittore e cineasta. Libri recenti: "Ultraporno" (2021), "La mano bruciata. Scrittori, pittori, elezioni" (2021), "Un uomo con la guerra dentro. Vita disastrata ed epica di Sterling Hayden: navigatore attore traditore scrittore alcolista" (2020), "Nella grande sconfitta c’è la grande umanità" (con Michael Fitzgerald, 2020), "Mal di fuoco" (2016). Tra i film realizzati con Fabio Badolato (insieme sono la BaCo Productions): "Sbundo" (2020), "La lucina" (2018), "Il firmamento" (2012), "Beira Mar" (2010), "Le Corbusier in Calabria" (2009), "Jazz Confusion" (2006). Nel 2009 ha fondato le riviste "Rifrazioni. Dal cinema all’oltre" e "Rivista". Attualmente è redattore del "Primo amore" e collabora con "Antinomie". Insegna "Regia: poetiche e pratiche del cinema" presso la Scuola d'Arte Cinematografica Florestano Vancini a Ferrara e vive a Bologna.