Estasi e psicanalisi. Su Elvio Fachinelli

Esiste un fascino discreto e sottile che emana dalle figure “secondarie”, così differenti rispetto a quelle dei fondatori, il cui genio si impone incondizionatamente, senza possibilità di replica, senz’appello. Questa regola non scritta della lettura vale, ad esempio, per Georg Groddeck, un omaccione – timido ma fermamente convinto delle proprie idee – che aveva la “reverenza di un mistico per le forze che guidano l’uomo sul sentiero della vita”. Quanta più gioia nella sua prosa, rispetto a quella di quel gigante di Freud. Probabilmente, quella gioia gli derivava da una dimensione ludica con cui affrontava le cose della vita. A differenza di Freud, Groddeck nell’infanzia non vedeva primariamente il luogo del trauma, ma anche lo spazio di un’esperienza giocosa, se non estatica, del mondo. In fondo, aveva conservato dentro di sé e dentro al suo pensiero anche un bambino, senza nome, gravido di quell’Es (a lui si deve l’avvento di questo nome nella psicoanalisi) che egli lasciava scorrazzare dentro di sé, permettendogli di parlare ed emergere senza troppo averne timore.

“È meglio ridere di se stessi, di questi infantilismi da cui non ci si libera mai; e invero, ci accade ben di rado di essere completamente adulti, e, anche quando capita, lo siamo sempre solo in superficie: noi ci limitiamo a giocare a fare i grandi, proprio come i bambini, e ritorniamo bambini non appena siamo presi profondamente dalla vita. […] La vita comincia con l’infanzia, e in tutta l’età adulta non fa che perseguire un unico scopo, per mille vie diverse: quello di ritornare bambini; l’unica differenza fra gli uomini consiste nel fatto che alcuni divengono bambini, altri bambineschi” (Il libro dell’Es).

Georg Groddeck

E, sicuramente, Elvio Fachinelli – di cui, grazie alla dedizione della figlia Giuditta e alla cura attentissima di Dario Borso, è uscita, da poco, una raccolta di scritti per Feltrinelli, Esercizi di psicanalisi – aveva posto sotto il segno di questa scoperta gioiosa dell’infante il cammino fecondo inaugurato da Freud nei territori dell’inconscio. La lettura dei testi fachinelliani, a trentatré anni dalla sua prematura scomparsa, rende il suo pensiero, non solo, come si suol dire, in modo un po’ stucchevole e in fondo insensato, estremamente attuale, ma lo fa percepire come necessario per sottrarre un sapere, quello psicanalitico, e, soprattutto, una cosa, l’inconscio e tutti i suoi corollari, all’asfissia di una condizione di calcificazione istituzionalizzante in cui tutti i saperi, nessuno escluso, sembrano sempre più cadere. Fachinelli si batté tutta la vita per sottrarre la ricerca sull’inconscio alla triste reclusione a cui si era destinato tra le quattro pareti dello studio dell’analista. È presente in tutti i suoi scritti – da quelli degli anni settanta come, ad esempio, Il bambino dalle uova d’oro fino al maestoso La mente estatica, pubblicato nell’anno della sua morte – un reiterato tentativo di far straripare il sapere analitico oltre gli argini della disciplina, della professione, dello specialismo, dell’istituzionalizzazione. Il tentativo, cioè, di dare corso a “una psicanalisi della domanda, dell’interrogazione, contrapposta a quella della risposta”, a una psicanalisi costituente e non già definitivamente costituita. Come ricorda Sergio Benvenuto in un nitido ritratto dell’amico, “Fachinelli è un maestro: proprio perché ha decostruito, non costruito.”

In fondo, Fachinelli cercava di far sì che la ricerca analitica potesse proseguire, ampliare i propri orizzonti. Poco importa dove e come. Lo spazio di questa sperimentazione senza fine poteva passare da un asilo per bambini e dall’attenta osservazione della loro vitalità fino a giungere a forme di autopercezione viranti verso l’esperienza estatica, verso quel “sentimento oceanico” che Freud non riusciva in alcun modo a trovare dentro di sé (è la celebre e occlusiva risposta di Freud all’incalzante domandare di Romain Rolland).

Elvio Fachinelli con i bambini dell’asilo di Porta Ticinese a Milano (foto di Lisetta Carmi)

Fachinelli cercava di contaminare i saperi, in primo luogo il proprio sapere, perché credeva che i luoghi in cui l’inconscio poteva emergere fossero molto più vasti di quello della parola. In questa sua ricerca si allontanava anche dall’insegnamento lacaniano, a cui tanto era debitore. Egli cercava, infatti, “la parola contaminata, per così dire, vale a dire una parola non scissa, o il meno scissa possibile, da ciò che non è parola”. Pensava, ad esempio, a un linguaggio prelinguistico del corpo. E, sicuramente, mirava al rapporto tra la parola e ciò che la trascende o, meglio, che la inquieta dall’interno, proiettandola oltre se stessa. Il corpo, ad esempio, che la fa delirare, che la fa uscire dal proprio solco.

In questo senso, ha perfettamente ragione Massimo Recalcati (di cui, su Fachinelli, si può leggere anche Critica della ragione psicoanalitica) nell’individuare nel contrasto all’iconoclastia freudiana uno degli elementi di quella che potremmo chiamare un’analisi per figure di Fachinelli. C’è, infatti, nella sua scrittura, un proliferare di immagini feconde. Si potrebbe quasi azzardare che la sua sia una icono-grafia dell’inconscio. In questo esercizio resta insuperata la prima parte de La mente estatica, libro straordinario che fa tracimare la questione dell’inconscio non solo oltre la questione clinica ma addirittura oltre i confini della psiche, tradizionalmente intesa. Attraverso quelle pagine, grazie alla visione di un mare settembrino sulla spiaggia di San Lorenzo, si apre infatti un orizzonte cosmologico e di autopercezione del mondo-ambiente attraverso e oltre l’Io e l’Es. In questo suo tentativo finale, Fachinelli cercava di portare Freud al di là di se stesso. Proprio ne La mente estatica, Fachinelli cita un frammento dell’ultimo anno di vita di Freud che risulta folgorante nella sua umbratile brevità: “Mistica: l’oscura autopercezione del mondo al di fuori dell’Io, dell’Es.”

Elvio Fachinelli e Jacques Lacan (foto di Lisetta Carmi)

In fondo, Fachinelli era un eretico nel tracciato dell’ortodossia. O, forzando forse leggermente, era un mistico all’interno della chiesa psicoanalitica. Come ogni mistico, Fachinelli si destinava a una certa marginalità, si esponeva al sospetto, se non all’incomprensione diffusa. Ma c’era in lui una capacità fiduciosa di abbandono all’avvenire, all’irruzione dell’“altro” che gli impediva di indietreggiare, di non mantenere fede a questa scelta di apertura, di scoperta e di stupore. Al di fuori di ogni mitologia del modello (straordinarie, a questo proposito, le pagine, nel volume appena pubblicato, dedicate alla morte di Pasolini), Fachinelli si abbandonava gradualmente ma inesorabilmente alla propria vocazione, fino a quel testo estremo che è la La mente estatica. Eppure, forse, Fachinelli non cercava che di riprendere e portare ancora più in là, oltre i suoi confini inaugurali, l’insegnamento di Musatti, suo indimenticato maestro. In uno dei saggi più belli ripresi in Esercizi di psicanalisi, Fachinelli ricorda proprio il suo mentore, anzi, come lui stesso lo definisce, ricorda il folletto Musatti, sorta di figura fiabesca e astuta, capace di magie stupefacenti. Da Musatti, probabilmente, al di là di un approccio rigoroso all’analisi, Fachinelli aveva ereditato, non senza fatica, avendo dentro di sé anche tratti malinconici, la cosa più importante: la comprensione che il fine ultimo della vita non è la negazione, seppur logico o simbolica, del trauma che la vita è in se stessa, ma la felicità. Dalla vita non occorre difendersi, mettendo esclusivamente in atto stratagemmi di contenimento del dolore (“inibizione, rimozione, negazione, ecc.”), alla vita occorre abbandonarsi, occorre rispondere alla vita, al suo orizzonte aprente, attraverso un’inversione di prospettiva, cioè, attraverso una capacità di “accoglimento, accettazione, fiducia”.

Cesare Musatti

Fachinelli vedeva in Musatti “un modello totale di felicità”, così descritto in una lunga citazione, dello stesso Musatti, riportata nel suo “ritratto”.

“Ci sono individui per i quali le disgrazie esistono, sì, ma vengono sopportate, non per insensibilità, per aridità, o per labilità di memoria, per cui le cose sgradevoli vengano gettate dietro le spalle, ma perché hanno in se stessi una forza speciale, che alimenta ed arricchisce continuamente la vita, così che godono di cose che lasciano indifferenti altri, e dispongono di inesauribili risorse; tanto che non ci sono persecuzioni, sventure familiari, economiche, o di salute, che li possono piegare.
Felici, e contenti della propria esistenza, qualunque cosa accada. È proprio di questi individui che vorrei parlare. Danno l’impressione di essere in possesso di un segreto: che sul piano spirituale muta il carbone in oro, fa spuntare fra le nuvole il sole, rende una landa deserta un giardino fiorito, e la malvagità degli uomini una simpatica ingenuità di poveracci.
Credo che questi, nel Medioevo, li facessero santi. Santi con l’aureola, perché capaci di far scomparire il male negli altri, ma soprattutto in se stessi.
Per chi ai santi crede, il problema è dunque bello e risolto. Ma il povero psicologo moderno, che ai santi non può rifarsi, come se la cava per spiegare la natura di questi individui e il segreto dunque del loro ottimismo? Che ovviamente non è un privilegio dei santi, e che personalmente neppure ritengo sia un dono della fede, di origine dunque soprannaturale, ma qualche cosa che nasce dalla intima essenza della persona.
Ci si può rappresentare la vita come qualche cosa suscettibile di impoverirsi progressivamente, fino a divenire un nulla, per cui non vale la pena di viverla; ma che può invece anche dilatarsi, dilatarsi a dismisura: tanto da non sembrare più una vita sola riguardante una singola persona (in contatto sì con il mondo e con gli altri uomini con cui convive, ma restando singola, e perciò in definitiva, se non del tutto distaccata, separata dagli altri). Per queste altre persone invece avviene una cosa diversa. E cioè un arricchirsi con la vita altrui, che trasforma la propria unicità in una pluralità di esistenze. Questo è il segreto.”

Un modello asintotico, da assumere e rilanciare, nell’impossibilità di ogni identificazione, di ogni imitatio. I santi esistono ma la loro esemplarità non spiega nulla; essi semplicemente esistono portando con sé e in sé il segreto della loro felicità. I mistici, invece, testimoniano di ciò che va oltre di loro e scompaiono nelle loro stesse parole, lasciando spazio al mondo. Fachinelli, in fondo, sapeva che i modelli sono inimitabili. Non gli restava, allora, che la via della mistica, dell’estasi, dell’abolizione dell’io, per accogliere “l’ospite interno”, l’intruso, per ritrovare infine se stesso fuori di sé, nel mondo. Forse, non solo nella luminosità auratica del santo, ma anche in quel luogo di nessuno, nello spazio inappropriabile dell’estasi, nell’incommensurabile dimensione oceanica, la felicità poteva – e ancora può – avere una chance.

Elvio Fachinelli
Esercizi di psicanalisi
A cura di Dario Borso
Prefazione di Massimo Racalcati
Feltrinelli, 2022
192 pp., 20,00€

Ringraziamo Giuditta Fachinelli per averci trasmesso le fotografie scattate da Lisetta Carmi

In copertina: Elvio Fachinelli (a destra) con Cesare Musatti (a sinistra). Fotografia di Lisetta Carmi

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni” (SE, 2016), "Il silenzio dell'arte" (Sossella, 2021) e, con Jean-Luc Nancy, “Estasi” (Sossella, 2022).