Bolle di sapone

Più passano gli anni e più ho la sensazione che non si viaggi che all’interno di se stessi. Non tanto nel senso che non ci sarebbe più nulla da scoprire fuori di noi. Ma, in modo più sorprendente, perché “dentro” di noi c’è un mondo talmente sconosciuto da far apparire tutto ciò che è “fuori” come un pallido riflesso en abyme di quel territorio, infinito e oscuro, a cui diamo comunemente il nome di psiche. Solo esplorando le impalpabili e quasi invisibili superfici della psiche, solo soffiandole fuori di noi, lasciandole librare nell’aria, riusciamo, talvolta, in un gioco di riflessi a lasciarci sorprendere da qualcosa di davvero invisto. Come inafferrabile riverbero sulla fragile epidermide di una bolla di sapone, l’invisto, l’inconscio di ogni vedere, se vi si presta attenzione, lascia intravedere nuovi dettagli, nuovi squarci, nuovi punti di vista. Il resto è solo un gioco di luci e ombre, un caleidoscopio di distrazioni che nulla aggiunge e nulla toglie. Non si dà visione che rovesciando lo sguardo.

Immagine: Jean-Baptiste-Siméon Chardin, Bolle di sapone, 1733-34 ca., National Gallery of Art, Washington (particolare)

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni” (SE, 2016), "Il silenzio dell'arte" (Sossella, 2021) e, con Jean-Luc Nancy, “Estasi” (Sossella, 2022).