Dolci Nullità

Aprile 2022. Varco la soglia di Palazzo Grassi, sede dal 2005 della collezione di François Pinault, per visitare la mostra di Marlene Dumas. La prima volta che ho sentito il nome di quest’artista è stato dalla bocca dello scrittore e regista Jonny Costantino che da anni ha instaurato un dialogo con Marlene Dumas culminato nella copertina del suo libro “La mano bruciata”, fregiata dal ritratto di Charles Baudelaire. Mesi prima ero stato al Musée d’Orsay di Parigi per ammirare la mostra di Dumas dedicata proprio al suo faro Baudelaire. Ora siamo a Venezia, altra storia, qui ci sono quasi cento opere di Marlene Dumas, per una delle più grandi mostre dedicate all’artista. “Marlene Dumas. Open-end”, il titolo lo s’incontra un po’ dappertutto a Venezia, nei manifesti sui muri, agli approdi dei vaporetti e su quest’ultimi il titolo naviga nei canali dove la fine è sempre aperta. Qui un visitatore che non ha mai visto un’opera della Dumas può innamorarsi o continuare per la sua strada. Al di là di ciò, quella a Palazzo Grassi è una Signora Mostra, su questo non c’è dubbio. Ma in realtà non sono qui per parlarvi della mostra, credo che l’unico modo per sapere delle mostre sia andarci, alzare il culo dalla propria bara quotidiana e varcare le soglie dei musei, delle gallerie, e riuscire a stare per qualche minuto dinanzi a un quadro dimenticandosi della propria ombra. In realtà non voglio parlarvi di nulla se non che nel bookshop al pianterreno di Palazzo Grassi ho trovato un libro di Marlene Dumas, Sweet Nothings – Notes and Texts, nella seconda edizione rivista e ampliata, stampato da Koening Books nel 2014. Ora ci sono tanti modi di leggere un libro in lingua straniera, cercare la sua traduzione nel caso non si conosca la lingua in questione o tradurselo. Qui di seguito troverete una scelta di testi che ho tradotto con Celia Notarbili alla quale devo la parte di voce straniera che mi manca.

Domenico Brancale

Perché scrivo (di Arte)

Scrivo di arte perché sono una che crede.
Credo
nel potere
delle parole
soprattutto delle
PAROLE SCRITTE.

Ho visto lo splendore e la potenza delle parole.
Ho vissuto la potenza della ripetizione,
l’intossicazione della stimolazione ritmica e retorica.

Scrivo perché amo le parole.
O meglio, cosa c’è di più erotico di un corpo con sex appeal?
Una frase con sex appeal.

Scrivo perché mi piace scrivere.
Scrivo di arte perché fornisce un contesto (sicuro). È un
privilegio saper leggere ed essere letta. Che meraviglia poter
avere conversazioni con esseri (viventi e morti) senza doverli
incontrare.

Scrivo perché rispondo istintivamente a qualcosa di già scritto.
Sono influenzata dalla LEGGE. La LEGGE è già stata scritta. Siccome vengo dal Sud Africa, si sa che una virgola o una parentesi di troppo possono costare caro alla vita di una persona. Un buon avvocato (interprete della legge) è fondamentale per la sopravvivenza. Non c’è bisogno di rispettarla, c’è bisogno però di conoscere degli escamotage per raggirarla: oppure riscriverla.

Vorrei crescere, alzarmi, anche se preferisco stare distesa
(scrivo da stesa).

Scrivo delle mie opere perché voglio dire la mia.
Potrei non essere l’unica autorità, né la migliore, ma voglio partecipare alla stesura della mia storia. Perché gli artisti dovrebbero essere approvati da autorità esterne. Non mi piace essere paternalizzata e colonizzata da un qualsiasi Tom, Dick o Harry che capita (maschi o femmine).

La sovraesposizione del ‘Significato’ e la sua mistificazione.

Non è la paura di essere ‘incompresa’ che mi spinge a scrivere (ormai non più). ‘Significato’ e ‘In-comprensione’ non sono termini così utili per descrivere le problematiche visive. De- e ri- contestualizzazioni sono parte e materia delle esperienze creative. Persino Duchamp dichiarò la relazione tra ‘l’inespresso ma volontario e l’involontariamente espresso’. Siccome il cosiddetto spettatore passivo è scomparso, siamo rimasti fermi a collaboratori fin troppo attivi che portano a termine le opere. Data la libertà di espressione, quello è inevitabile. Ma è una questione per distinguere chi ha detto cosa (e di chi ne trae vantaggio?). I critici non dovrebbero essere tratti in inganno dall’errore intenzionale, al contrario, giocare a Freud per svelarmi le mie vere intenzioni. Le opere d’arte non sono sinonimo di volontà. È singolare il fatto che nonostante quasi tutti dicano che le opere d’arte non diano risposte, sembra che siano comunque convinti che una bella opera ponga delle domande. Mi sembra che sia soltanto l’altra faccia della medaglia. Ciò che le opere d’arte fanno, il ruolo che hanno o che possono ancora avere nella nostra società, non mi è chiaro. Scrivere di arte perfeziona la mia confusione e le contraddizioni che ci sono a riguardo.

Scrivo perché sono divertita dalla politica dell’interpretazione.
‘All’inizio era la parola
e la parola divenne carne
e non guarì più.’ Breyten Breytenbach.
All’inizio vi è la descrizione che contiene la prescrizione –
e il tacito pregiudizio.
– l’ho detto. (?!)

I continui preconcetti e il minaccioso e opprimente uso (s)corretto della teoria. Come studente di arte, mi offende l’espressione ‘stupido come un pittore’. I pittori sembravano incapaci di una qualsiasi critica seria sulle loro convinzioni (e lo sono ancora). Tuttavia la teorizzazione come parametro per l’intelligenza è stata messa in discussione da molti. Marguerite Duras: ‘È stato preso di mira da secoli. Da tempo doveva essere annullato e dovrebbe abbandonarsi a un risveglio dei sensi, accecarsi e restare immobile.’ Ci sono tanti altri modi per scrivere che la mente umana nemmeno immagina. Vorrei dipingere canzoni d’amore e scrivere come una canzone rap… 

Scrivo di arte perché mi voglio dissociare dal tono che hanno preso la maggior parte degli scritti sull’arte. Non sono impressionata dall’ARTE né delusa, perché comunque non ho mai creduto all’ARTE come la Grande Speranza Bianca; né visto artisti più grandi della vita stessa.

a) Non mi piace la prosa troppo elaborata e pomposa; piuttosto datemi un testo freddo e spietato con un tocco di cattiveria e un pugno di sale da strofinare sulle ferite.

b) Nessun comportamento accademico educato, noioso e pedante. L’arte non si forma in modi chiari e lineari. Perché cercare di descriverla in questo modo. David Hammons una volta disse che non gli importava molto del pubblico dell’arte. Erano persone troppo erudite e non si divertivano mai.

c) Nessuna scrittura di opposizione poco lungimirante accompagna principi poveri politicamente corretti. Mi piacciono i testi brevi, ma condensato non è la stessa cosa di ipersemplificato. Per esempio da quando il povero vecchio Modernismo (equiparato al formalismo) è diventato il Nazismo della storia dell’arte recente, allora tutti si sentono di criticare, ma da che pulpito viene la predica.

Il concetto di ‘Rilevante’.

A un certo punto soltanto alcuni aspetti vengono evidenziati e altri repressi. Alcune opere d’arte sono ignorate sulla base del fatto che trattano problematiche ir-rilevanti per il nostro tempo, come se ciò che viene descritto siccome fa parte del passato non sarà e non potrà mai essere risolto. (Come se non ci fosse vita oltre la morte.) Il più delle volte questo viene fatto dalle stesse autorità che pretendono di rifiutare il pensiero lineare. Per me il passato è sempre presente, sebbene non sappia nulla su gran parte di esso. Per esempio, Gesù è tuttora la figura maschile più erotica in pittura.

Scrivo di arte non per farne promozione, difenderla o per spiegare le opere, ma piuttosto per chiedere scusa. Da quando faccio parte del ‘mondo dell’arte’ me ne vergogno. (la vergogna è la Cenerentola delle emozioni sgradevoli, avendo ricevuto molta meno attenzione dell’ansia, del senso di colpa e della depressione! E non sono di certo una malinconica). L’apprezzamento di coloro per cui nutri un’ambivalenza è malsano e alimenta una sensazione d’insignificanza. Scrivo per analizzare le mie incoerenze.  

Scrivere o non scrivere.  

Mi piace leggere di arte. È anche stimolante per cominciare a fare qualcosa di completamente diverso nel bel mezzo di una frase, o dopo, come per esempio afferrare un pennello. È solo grazie a una miriade di storici dell’arte, artisti e altre persone nell’arte che navighiamo sopra libri insignificanti, fino al punto che quando giungi a quello interessante, sei troppo stanco per leggere.  

Di parole e immagini

Capisco perché a tanti visual artist
non piacciono le parole nelle opere d’arte. Credono
che le parole sporchino l’acqua pulita che
deve rispecchiare il cielo. Disturba
il piacere dell’immagine in silenzio,
la libertà dalla storia, la bellezza
di forme senza nome.

Voglio dare un nome ai nostri dolori.
Voglio continuare a cambiare
i nostri nomi.

Sono consapevole che né le immagini né le parole,
potranno salvarci dall’ubriachezza e
dalla brama causata da questo mondo
che cambia.
Parole e immagini bevono
dalla stessa bottiglia.
Non c’è nessuna purezza da proteggere.

La mentalità appestata

Che cosa faremo
adesso che sappiamo
che il nemico non si trova al di fuori delle mura
ma che vive STRETTAMENTE dentro
e si sposta
in modo tale
che CHIUNQUE e QUALSIASI COSA
siano sospetti?

Il presentimento del pericolo

L’opera d’arte di per sé non è pericolosa.
I pensieri omicidi non sono la stessa cosa
che commettere un vero omicidio.
Dipingo perché ho paura.

Datemi – opere d’arte che vibrano
con un senso proprio di futilità.
Quelle commesse dai segugi.
Che annusano le macchie persino
nel bianco più pulito,
nella pioggia più brillante!

Essere consapevoli del proprio alito cattivo.
Dei fetidi odori ascellari.
Che rilasciano – informazioni eclatanti sulla
intossicazione di paura e l’acida
attrazione delle cose che non hai detto.

Perciò – per citare una donna fuori dal contesto –
‘Perché il pericolo rimane lo stesso
e il pericolo non sembra mai andare via.’
Vi lascerò in sospeso.
Senza salutare.

Artisti morti

In Europa ho scoperto definitivamente gli artisti morti.
Quelli che erano più vivi di qualsiasi altro vivo,
come Goya, Holbein, Manet, Degas e Courbet. La cosa più
importante è che io li potessi vedere nella carne cruda. Divenne chiaro
che (per esempio) il fatto che non mi piacesse l’Impressionismo era basato
in gran parte sull’ignoranza e il pregiudizio. Quello che pensavo (era stato
detto, letto) non era quello che vedevo.
Non ho pittori o artisti che siano i miei eroi. Mi piace e uso
frammenti di tanti, molti artisti e non artisti.
Non posso esistere senza gli altri. Sono il mio pubblico, sono
il mio fardello, la mia ispirazione, i miei soggetti e oggetti.

Dipingere non è essere in crisi

La pittura è lenta per sua natura. Qualcuno dovrà fare
un dipinto. Sarà quel che sarà, attraverso il proprio processo di creazione.
Il pensiero creativo diventa psicopatico quando diventa
ossessionato da ‘il Nuovo’. Il mondo dell’arte iniziò a vergognarsi
della pittura, in un mondo dove la velocità è potere; la pittura
potrebbe sembrare un luogo dove ragazzi deboli giocano a nascondino,
così l’immagine sta perdendo la sua lucentezza e si trasforma
nelle pagine (dei Notiziari) di ieri, i dipinti di ieri
sorridono.

Disegnare è più vicino

Disegnare è più vicino a sussurrare all’orecchio di qualcuno, mentre
dipingere è più simile all’orecchio in sé. Racchiude tutto ciò che ci
sia mai entrato. Ascolta più di quanto parli. Getta
la parola nel buio. Dipingere non è senza parole.
Trabocca. È la canzone di una sirena ubriaca.

Le domande sbagliate

Se fai le domande sbagliate
non riceverai le giuste risposte.

Non ho la disperazione da fin-de-siècle.
Non mi piace ‘prendere una posizione’.
Preferisco sfuggire e creare distanze
perché questo è ciò che la mente crea e che dovrebbe creare.

L’arte non punta il dito contro o è al servizio del ‘bene’.
L’arte è e dovrebbe rimanere più immorale che si può.

Gli artisti dovrebbero (ri)considerare la loro coscienza ESTETICA;
la loro coscienza ETICA non è per nulla interessante
– se non un inconveniente.

L’arte prende parte al Male e a qualsiasi cosa la Bellezza vede.

Arte e Prostituzione

Se – una prostituta è una persona
che lo svolge di professione
per soddisfare il desiderio di diverse persone
per questioni economiche o di guadagno,
laddove il coinvolgimento emotivo può
esserci o meno;

allora – non sembra così distaccato
dalla mia definizione di artista.
Gli artisti amano fingere.
Gli artisti fingono di amare
più di quanto possano permettersi.
Vogliono che tutti li desiderino
mentre loro non vogliono nessuno.

Donne

Ho dipinto più donne
che uomini
dipingo donne per gli uomini
dipingo donne per le donne
dipingo le donne dei miei uomini.

Chlorosis (Lovesick), 1994

Traduzione di Celia Notarbili e Domenico Brancale.
Ringraziamo Marlene Dumas per aver concesso i diritti per la traduzione di questi testi.

Le immagini sono tratte dal libro Sweet Nothings – Notes and Texts (Koening Books 2014), così come la riproduzione in bianco e nero di Chlorosis (Lovesick), 1994. Tutti i diritti sono riservati a Marlene Dumas.

Leggi anche: Guido Mannucci, Open-end. Le figure di Marlene Dumas

Nata nel 1953 a Città del Capo, lascia il nativo Sud Africa nel 1976 trasferendosi nei Paesi Bassi, dove intraprende studi artistici presso gli Ateliers '63 di Haarlem. Si dedica poi alla psicologia all'Università di Amsterdam, prima di esporre per la prima volta a Parigi nel 1979. Da quel momento ha esposto nelle maggiori città del mondo e il suo lavoro è entrato a far parte di molte prestigiose collezioni e musei. Nel 2022 Palazzo Grassi a Venezia ha allestito una sua importante retrospettiva, intitolata “Open-end”.