Gustav Metzger e il “progetto Stoccolma”

Il 5 giugno si sono svolte le celebrazioni per il cinquantennale del World Environment Day. La giornata mondiale dell’ambiente, infatti, è stata istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1972, in seguito alla costituzione del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP). Sebbene i primi effettivi festeggiamenti risalgano solamente al 1974, la conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano, tenutasi a Stoccolma, la prima nel suo genere, attesta l’inedito interesse istituzionale per la tutela dell’ambiente. La stessa carta delle Nazioni Unite del 1945, a tal proposito, non prende in considerazione la questione, limitandosi ad affermare la volontà di perseguire, attraverso la cooperazione, il progresso sociale e il, non meglio precisato, miglioramento dello standard di vita. La conferenza di Stoccolma, pertanto, si sofferma sulla necessità di salvaguardare le risorse naturali a beneficio della collettività, argomentando le posizioni sostenute nell’omonima dichiarazione, contenente ventisei principi su diritti e responsabilità dell’uomo in relazione all’ambiente.

La dichiarazione rappresenta un passaggio dirimente nella definizione del concetto stesso di sviluppo sostenibile, formulando strategie quotidianamente perseguibili. Si riconosce, quindi, la bidirezionalità tra le nostre azioni e lo stato della realtà circostante. Non a caso, il World Environment Day si propone di rimettere in discussione l’impatto costante della collettività. Il governo svedese, ad esempio, in occasione del cinquantennale, si pone l’obiettivo di ridurre le emissioni negative – il flusso di anidride carbonica sottratta all’aria – e di raggiungere zero emissioni nette – l’equilibrio tra la quantità di gas serra prodotti dalle attività umane e la quantità rimossa dall’atmosfera – entro il 2045, riprendendo il motto della conferenza nell’hashtag, diffuso sui social, #OnlyOneEarth.

Tali propositi, ciononostante, non sembrano trovare riscontro tangibile. Se da una parte aumenta sensibilmente l’attenzione rivolta alla questione ambientale, dall’altra le parole e gli slogan spesso faticano a concretizzarsi nel raggiungimento di cambiamenti effettivi, forse anche per l’irreversibilità di processi sempre più difficili da contrastare. Il cinquantennale della giornata mondiale dell’ambiente, infatti, coincide con l’aumento senza precedenti del livello del mare, con la progressiva essiccazione della foresta amazzonica e con le ondate di calore recentemente riportate, ad esempio, in Spagna o negli Stati Uniti. Sono quanto mai significativi, a tal proposito, gli studi realizzati in India e Pakistan per dimostrare come l’innalzamento delle temperature abbia oltrepassato di cento volte la soglia di tolleranza. E le conseguenze non sono difficili da immaginare. Il riscaldamento globale, infatti, potrebbe portare all’aumento della malnutrizione, al consolidamento di situazioni di conflitto sociale e all’estinzione della metà circa delle specie terrestri, mettendo a rischio la biodiversità. Lo scenario, pertanto, appare tutt’altro che rassicurante.

Eppure, per quanto i numerosi rischi siano abbastanza evidenti, la questione ambientale e, in particolar modo, il riscaldamento globale sembrano degli iperoggetti, ovvero eventi inesperibili come unicità concrete, a causa delle proprie dimensioni spaziotemporali e della pluralità di forme. Per essere più chiari, come sottolineato da Timoty Morthon, l’iperoggetto per eccellenza è proprio il riscaldamento globale, in quanto si tratta di un fenomeno paradossalmente così esteso da risultare impercettibile in maniera diretta. La stessa ondata di calore in India, per esempio, potrebbe ipoteticamente comportare l’abbassamento delle temperature estive in Spagna. Non a caso, si parla di viscosità, come se fossimo immersi a tal punto negli iperoggetti da non poterne individuare i confini sempre più sfuggenti.

Project Stockholm, modello

Tuttavia, non si tratta affatto di un fenomeno così recente. Sebbene oggi possa risultare paradossalmente tangibile, tale invisibilità sembra consolidata da tempo. Gustav Metzger, infatti, denuncia senza successo la presunta immaterialità della questione ambientale, proprio in occasione della Conferenza di Stoccolma, concretizzando in anticipo la teorizzazione del concetto stesso di iperoggetto. Il lungimirante e irrealizzato progetto presentato dall’artista si propone di mostrare al pubblico le possibili e disastrose conseguenze derivanti dall’inquinamento atmosferico, sottolineandone l’apparente immaterialità.

Stockholm June, anche nota come Project Stockholm, si suddivide in due fasi. La prima prevede la disposizione di 120 vetture, trenta per ogni lato, intorno a un’imponente struttura cubica di plastica collocata all’esterno della sede conferenziale. I tubi di scappamento delle automobili verrebbero inseriti nelle fessure presenti lungo le pareti del cubo, riversando il getto all’interno della struttura. I motori dei veicoli rimarrebbero accessi per tutta la durata della conferenza, nell’intento di riempire il cubo con i gas di scarico emessi dalle marmitte. In questo modo, l’azione delle esalazioni porterebbe le pareti del cubo a opacizzarsi, per poi raggiungere un punto critico, introducendo così la seconda fase dell’opera, consistente nella deflagrazione, indotta o spontanea, delle automobili ricollocate all’interno della struttura stessa.

Mobbile

Il progetto, in realtà, riprende su larga scala Mobbile, opera precedentemente realizzata da Metzger per l’esposizione collettiva Kinetics, tenutasi presso l’Hayward Gallery di Londra, in concomitanza, questa volta, con l’istituzione della giornata della terra promossa da John McConnell. Mobbile, infatti, prevede l’inserimento di una pianta all’interno di un cubo di plexiglass posto sul tettuccio di una macchina. Il tubo di scappamento del veicolo viene direzionato all’interno del cubo, mediante l’utilizzo di una conduttura. L’artista guida la vettura per le strade di Londra, sostando in diverse zone della città, mostrando ai passanti come i gas di scarico emessi lungo il tragitto avessero provocato la morte per asfissia della pianta. Mobbile si sofferma, inoltre, sulle disastrose conseguenze di un erroneo e sconsiderato utilizzo delle innovazioni tecnologiche e industriali, palesando la pulsione autodistruttiva insita nella stessa natura umana. Ma non si tratta affatto di opporsi al progresso, quanto piuttosto di incentivarne un approccio socialmente consapevole.

Mobbile

Come sottolineato da Sophie o’Brien, Metzger in entrambi i casi adotta un punto di vista esterno, facendo riferimento al Verfremdungseffekt – l’effetto alienante teorizzato da Bertol Brecht in relazione all’effetto straniante del teatro cinese. L’artista sembra ricordare ai passanti che si trovano di fronte a una rappresentazione della realtà, e non davanti alla realtà stessa. Tale sottile ma fondamentale scarto tra l’opera e la realtà circostante, pertanto, consente al pubblico di fruire dell’opera in modo critico, nell’intento di generare cambiamento. Allo stesso tempo, però, Metzger prende nettamente le distanze dall’utopia. L’artista, in un certo senso, si limita a visualizzare la problematica in oggetto. La presa di coscienza, in questo modo, passa dall’autodistruzione, come fosse un monito, muovendosi costantemente in equilibrio tra la ragione e il desiderio, tra la regola e il caso, tra passato, presente e futuro.

“L’utopia è una parola per me estranea e sono francamente scettico in merito al suo utilizzo. A oggi abbiamo sbattuto così tante volte la testa, siamo stati disillusi, siamo andati per la strada sbagliata, abbiamo seguito sentieri che non andavano da nessuna parte e per questo siamo rimasti scottati dall’utopia. Cerco di non usare quella parola”[1].

Gli ingenti costi di produzione e i rischi derivanti dalla seconda fase di Project Stockholm impediscono la realizzazione dell’opera. Metzger propone il ridimensionamento del progetto a Harald Szeemann per Documenta 5, riducendo la portata della  struttura cubica – quattro metri di lunghezza per lato –  e il numero delle vetture – quattro. Nonostante il modello in scala del progetto venga inserito all’interno del catalogo, l’opera rimane irrealizzata anche questa volta. A tal proposito, Mark Godfrey individua le possibili cause della mancata concretizzazione del progetto, sottolineando le allarmanti analogie tra Stockholm June e le camere a gas utilizzate dai nazisti. Lo stesso Metzger, in seguito alla visione del documentario Shoah di Claude Lanzmann, si dice atterrito da tale assonanza.

“Fu un profondo shock per me realizzare che c’era una connessione tra i lavori che stavo progettando e i primi esperimenti nazisti per le camere a gas […] Questo è un punto fondamentale perché quando proposi l’opera, nel 1972, non avevo visto Shoah e non realizzai che ci potesse essere tale connessione”[2].

La gestazione dell’opera si protrae per anni, concretizzandosi solamente nella sua prima fase, in occasione della biennale di Sharjah del 2007. I gas di scarico emessi per una settimana dalle cento vetture presenti, infatti, avrebbero dovuto portare al collasso la struttura realizzata alle spalle del padiglione centrale della manifestazione, ma l’approssimativa copertura esterna delle assi non ha contenuto l’azione dei tubi di scappamento, portando i gas di scarico verso l’alto.

Project Sharjah

Certo, le contraddizioni dell’opera, specie in questo caso, risultano piuttosto evidenti. Project Sharjah, infatti, mostra le disastrose conseguenze dell’inquinamento atmosferico, pur contribuendone di fatto alla generazione. Gli Emirati Arabi Uniti, inoltre, sono tra i maggiori esportatori internazionali di petrolio. Tuttavia, l’opera non intende affatto assumere tratti moralistici, prediligendo al contrario un approccio diretto, senza filtri, per mettere a fuoco le conseguenze, ma soprattutto le cause, altrimenti sfuggenti, delle problematicità in oggetto. L’emissione dei gas di scarico, a tal proposito, rappresenta lo spettro della produttività, la crescita capitalistica. La natura stessa, in questo modo, si riduce alla propria commercializzazione, diventando solo un prodotto in vendita al miglior offerente.

Project Sharjah

Forse, allora, dovremmo accogliere queste contraddizioni, affrontando l’antinomia, piuttosto che rivendicare la presunta e aleatoria purezza della natura. La realtà circostante, in fondo, manifesta quotidianamente la propria assordante inesorabilità. Metzger, pertanto, suggerisce l’epilogo delle celebrazioni, forzando tale ostinato processo di rimozione percettiva. Le manifestazioni, i festeggiamenti e le sfilate cedono il passo all’incessante ronzio dei motori, al grigiore degli scarichi, alla sensazione di pericolo imminente. Osservare, respirare con affanno, ascoltare l’incertezza. La consapevolezza, in questo modo, passa dal monito della possibilità, riaffermandosi nell’azione, nella libertà di scelta: artefici e al tempo stesso carnefici del proprio destino.


[1] Obrist, Hans Ulrich, Gustav Metzger. The Conversation Series: V.17, Walther König, Colonia, 2008, p. 72

[2] Godfrey, Mark, Protest and Survive. An Interview with Gustav Metzger, on of the Key Figures of British Postwar Art in Frieze, n.108, jun-aug 2007, pp. 196-203

In copertina: Gustav Metzger, A Project for Stockholm 1–15 June 1972, Phase 1 (Model), 1972/2015

(Roma, 1993) si è laureato con lode in storia dell'arte all'Università “La Sapienza” di Roma, attualmente assistente bibliotecario presso il MAXXI di Roma. È stato collaboratore dell’artista Maria Dompè e mediatore culturale presso il Palazzo delle Esposizioni. Curatore indipendente, si occupa prevalentemente del rapporto tra arte contemporanea e società.