Lotman tra le muse

Indefesso propugnatore di un modello sistemico di cultura in cui tutto circola, interagisce e si modifica, Jurij Michajlovič Lotman, essendo inviso alle autorità sovietiche e pertanto privo di un passaporto per l’estero, non aveva mai varcato le frontiere del suo paese. Finché nel 1989, grazie alla fondazione Alexander von Humboldt, poté recarsi in quella che per qualche mese ancora sarebbe stata la Germania dell’Ovest. A Monaco, costretto ad aprire un conto in banca, nell’attesa si auto-ritrasse in un ironico schizzo, pluri-semanticamente intitolato Lotman v bankev banke in russo può significare “in banca”, ma anche “nel barattolo”. E un contenitore trasparente, ma ermeticamente sigillato, era stata in effetti per lui fin lì l’Urss. Se lo studioso di Tartu non poteva “uscire”, in compenso viaggiavano (e in modo assai avventuroso) i suoi manoscritti. Un’attonita Simonetta Salvestroni, incaricata di trafugarne alcuni oltre la cortina di ferro, si vide attribuire dall’autore in persona una inattesa “maternità” putativa: “Se ve li trovano alla dogana, dite che li avete scritti voi”.

Non si sa se la ricercatrice fosse dovuta ricorrere a un simile stratagemma, di certo quei testi incentrati sul concetto di semiosfera vennero raccolti in un volume pubblicato da Marsilio nel 1985 e ora – nel centenario della nascita di Lotman, nato a Pietrogrado il 28 febbraio 1922 e morto a Tartu il 28 ottobre 1993 – riproposto dalla stessa Salvestroni e da Franciscu Sedda per La nave di Teseo. Un’iniziativa provvidenziale che permette di apprezzare uno degli snodi cruciali del suo pensiero, ossia l’emancipazione della semiotica dalla linguistica (che pure l’aveva generata) mediante il passaggio dal singolo atto comunicativo all’universo dei segni, abbracciato nel suo insieme. Ispirandosi al termine “biosfera”, coniato negli anni Venti dal geologo e biochimico Vladimir Vernadskij, Lotman parlerà di “semiosfera” in riferimento a quel “continuum” di significazione che di lì a breve diventerà l’oggetto della nuova scienza da lui fondata, vale a dire la culturologia.

Tale modello, basato sul riconoscimento che “sistemi costituiti da elementi chiaramente separati l’uno dall’altro e funzionalmente univoci non esistono nella realtà in una condizione di isolamento”, chiama in causa l’idea di confine, interpretata in chiave storico-culturale. Se la realtà extra-semiotica si fa rilevante per la semiosfera esclusivamente nella misura in cui è tradotta nel suo linguaggio, a diventare determinante è allora quella permeabile zona periferica (la superficie vitrea del “barattolo”, verrebbe da dire) che, collocata a debita distanza dal “tempio delle divinità culturali”, garantisce in virtù di questa sua posizione liminale “i contatti semiotici fra i mondi”. Per cui “la trasmissione dell’informazione attraverso questi confini, il gioco fra strutture e sottostrutture diverse, le continue ‘irruzioni semiotiche in un territorio ‘estraneo’ generano la produzione di informazioni nuove”. Al contempo, l’enfasi posta sulla capacità della cultura di creare non solo la propria organizzazione interna, “ma anche un proprio tipo di disorganizzazione esterna” capace di accelerare i processi di semantizzazione, permette a Lotman di spiegare come mai ogni sistema semiotico non possa essere ridotto soltanto a un mero meccanismo comunicativo, ma tenda inevitabilmente alla complicazione.

Un processo che coinvolge anche l’atto della ricezione, dal momento che l’esperienza semiotica individuale avviene nel tempo e nello spazio. Nella prospettiva dello studioso di Tartu la storia del “complicarsi” (e del perfezionarsi) dei testi è quindi anche “la storia del complicarsi della loro comprensione, del loro trasformarsi in enigmatici e non monosignificanti”. E, d’altronde, non potrebbe essere altrimenti, visto che per Lotman le opere, letterarie o non, non sono contenuti di idee bell’e pronte a cui attingere, bensì “il meccanismo per produrre” tali idee.

Forse proprio per questo i suoi interessi col passare del tempo si andarono via via indirizzando verso una “grammatica della percezione” concepita in senso interdisciplinare, come dimostrano gli scritti sulle arti visive e performative raccolti da Silvia Burini nel volume Il girotondo delle muse, uscito nel 1998 da Moretti & Vitali e anch’esso riproposto, ora, in una nuova versione ampliata. Qui l’immagine totalizzante e vagamente opprimente di un organismo semiotico universale dotato di un suo “comportamento” e capace di inglobare in sé “i segnali dei satelliti, così come i versi dei poeti e le grida degli animali”, lascia il posto a un’allegoria decisamente più lieve e gioiosa: quella di un eterno rincorrersi in cerchio delle arti che Lotman vedeva rispecchiato nell’allestimento e nell’organizzazione degli intérieur nobiliari sette-ottocenteschi, descritti in romanzi o raffigurati sulla tela. Rilevando come un’opera d’arte, osservata nel suo “habitat” naturale (vale a dire l’intérieur), convivesse sempre con esempi non solo di modalità espressive diverse, ma anche di altre epoche, lo studioso sottolineava come ogni forma d’arte, per avere piena consapevolezza della propria specificità, necessiti della presenza di linguaggi artistici paralleli.

Tenuta dei principi Jusupov Archangel’sk, Sala da pranzo egizia

Un tema che lo riportava a quell’opposizione fra sfera interna della cultura svoja, propria, e sfera esterna o čužaja, altrui, che avrebbe affrontato anche in vari scritti di La semiosfera, e soprattutto sul saggio dedicato all’izgoj, o “emarginato”, nella cultura pre-petrina. In queste pagine Lotman con grande raffinatezza coglie sfumature che sono tuttora, drammaticamente, al centro del conflittuale rapporto fra Russia e Occidente: “Il fatto di considerare ciò che è ‘estraneo’ dotato di valore, […] normativo, non elimina la sfiducia psicologica suscitata dal senso sempre rinnovato della sua estraneità”. Di fronte agli interdetti e ai boicottaggi incrociati odierni, è doloroso dover constatare l’immutata validità di quel “paradigma di isolamento” rilevato dallo studioso all’inizio degli anni Ottanta, quando osservava: “l’ambiguità del mondo esterno, fonte di […] conoscenza, ma anche di peccato e di assenza di fede, generava una conflittualità interna riguardo al rapporto da sviluppare con gli stranieri”. E proprio per questo, con forse ingiustificata fiducia, ci si vorrebbe affidare a un’altra massima lotmaniana: “La cultura, fra l’altro, esiste per questo, per analizzare e disperdere i timori”.

Jurij M. Lotman
La semiosfera. L’asimmetria e il dialogo nelle strutture pensanti
a cura di Simonetta Salvestroni e Franciscu Sedda
traduzione di Simonetta Salvestroni
La nave di Teseo, 2022, pp. 336, € 19

Il girotondo delle muse. Semiotica delle arti
a cura di Silvia Burini
traduzioni di Daniela Almansi, Silvia Burini, Patrizia Deotto, Emilio Mari e Alessandro Niero
Bompiani, 2022, pp. 432, € 35

In copertina: seguace di Poussin, La danza della vita, dal prototipo dipinto da Nicolas Poussin nel 1634-35 ca. e conservato a Londra alla Wallace Collection

è nata nel 1976 a Milano, dove abita. Dopo il dottorato di ricerca in letterature slave, ha vissuto all’estero con varie borse di studio, in Germania e a Budapest.
Attualmente assegnista di ricerca in letteratura russa presso l’Università degli Studi di Pavia, ha tradotto dal russo opere di Alexandra Petrova, Lev Šestov, Pavel Florenskij, Léon Bakst, Pavel Sanaev, Vasilij Grossman, Anton Čechov, Vasilij Golovanov e, dal polacco, testi in prosa di Wisława Szymborska, Adam Zagajewski, Hanna Krall, Stanisław Lem.
Ha pubblicato un libro sull’editoria clandestina nell’Urss ("Il lettore eccedente. Edizioni periodiche del samizdat sovietico, 1956-1990", Il Mulino, 2014) e la "Guida alla Mosca ribelle" (Voland, 2017).
Dal 2007 collabora regolarmente alle pagine culturali de «il manifesto» e di «AliasD». Ha scritto inoltre su «Diario della settimana», «Galatea», «Pagina 99» e «alfabeta2».