Di forme mutate in corpi nuovi. ‘Icarus’ di Giorgio Andreotta Calò

Non è poi vero che le cose appaiono solo nella luce e che scompaiono solo nel buio. Anche quando chiudiamo gli occhi vediamo delle macchie, degli scintillii ed è proprio lì, in quel momento in cui ci abituiamo al buio, che iniziamo a vedere e sentire in modo diverso. Nel buio i confini si confondono, i ricordi si mischiano ai sogni e, non di rado, nei controtempi della notte, accade che si è chiamati a rispondere a qualcosa di antico: ci si trova in una condizione di assoluta disposizione a ricevere e a dare in cui il potere che si esercita sull’immaginario è senza padronanza, in cui l’immaginario diventa ciò che si sottrae al potere.

È proprio in questo interstizio spaziale e temporale che Giorgio Andreotta Calò (Venezia, 1979) lavora da più di un decennio. Infatti, fin da Prima che sia notte, opera vincitrice del premio MAXXI 2012, fino a Senza titolo (La fine del mondo) opera con cui, nel 2017, è  tra i protagonisti del Padiglione Italia nella 57.ma Biennale di Venezia, o con CittàdiMilano, la personale del 2019 a Hangar Bicocca, la produzione artistica di Calò, per quanto eterogenea e mai ripetitiva, sembra emergere costantemente dal dialogo con il buio e la notte, con gli spazi abissali e sotterranei da cui trae ispirazione e in cui intravede la possibilità di un’apertura verso un mondo liminale da immaginare e inventare. L’attenzione di Calò si concentra sui materiali e la possibilità intrinseca di riconsiderarli come qualcosa di diverso da quel che rappresentano o da ciò per cui sono stati prodotti: dal legno al bronzo, dall’argento fino al caranto, lo strato argilloso sottomarino su cui poggia Venezia, spingendo la sua ricerca anche verso i materiali organici e viventi. Parallelamente, parte fondamentale del fare artistico di Calò è il rapporto con i luoghi in cui le opere vengono create o esposte: il contesto geografico ispira, influenza e riconfigura costantemente il lavoro nel suo farsi.


ΊΚΑΡΟΣ (Icarus), 2020-2021, 30’23”, film, colour, installation view at ΊΚΑΡΟΣ (ICARUS), ZERO…, Milano, 2022; courtesy of the artist and ZERO…, Milan, ph. Roberto Marossi

Non fanno eccezione gli ultimi lavori esposti in mostra alla Galleria ZERO… a Milano. Il nuovo progetto si intitola Ίκαρος (Icarus). A fare da cardine all’intera mostra c’è un mediometraggio girato tra il 2020 e il 2021, che vede protagonisti Enzo Moretto, entomologo, e Bart Coppens, giovane entomologo autodidatta, in un padiglione di un complesso zoologico in disuso, ormai prossimo alla demolizione, a Emmen, nei Paesi Bassi. Nel padiglione disabitato che un tempo accoglieva le farfalle, come ultimo, simbolico gesto, viene ristabilita una colonia di centinaia e centinaia di falene attraverso cui tutto torna alla vita, in un processo di metamorfosi notturna che anima le fessure dei simboli e confonde la realtà. Sono proprio le falene, infatti, e il loro continuo mutamento, il loro breve ciclo di vita – che tuttavia le vede cambiare incessantemente forma – a spingere i due entomologi verso una possibilità di un’altra esistenza parallela e liminale: se il giorno, quando le falene riposano immobili, viene dedicato allo studio e all’osservazione scientifica, di notte, col buio e le falene animate, si apre uno scenario in cui l’entomologo e il suo apprendista, in un controtempo complice della notte, diventano Dedalo e Icaro, incarnando non solo i ruoli, ma anche i loro sogni.


Icarus, 2022, 95 x 35 x 20 cm ca., felpa, bozzoli naturali cuciti, falene Samia Ricini; courtesy of the artist and ZERO…, Milano, ph. Roberto Marossi

L’opera filmica di Giorgio Andreotta Calò vibra tra il documentario e il sogno in un gioco di avvicinamento sempre più serrato verso la sovrapposizione delle due realtà. Nel film si realizza ciò che l’entomologo/Dedalo spiega all’apprendista/Icaro: così come le falene inesorabilmente si avvicinano alla luce artificiale da cui sono attratte con un movimento a spirale sempre più stretto e veloce da cui è impossibile uscire, tutto il film si presenta come un vortice che ci conduce verso una dimensione simbolica e mitica. Parallelamente si assiste all’avvicinamento e all’ibridazione tra Icaro e le falene: da oggetto di studio e osservazione, esse diventano a poco a poco propaggini del corpo dell’apprendista entomologo, in un legame metamorfico sempre più intimo e affettivo. Ed è proprio Dedalo, l’entomologo, padre di Icaro, ad aiutare il figlio nella preparazione delle ali e nella vestizione: Icaro, all’acme del film, infatti, indosserà una felpa coperta di falene e, con e grazie a esse, coronerà il suo sogno di volo. È significativo che l’artista abbia scelto una felpa con cappuccio: si ha l’impressione che proprio quell’indumento ricoperto di falene, una volta indossato da Icaro, gli permetta di raggiungere un nuovo stadio della sua stessa evoluzione, una nuova forma della metamorfosi. È come se Icaro stesso, in quel preciso momento, raggiungesse la forma di crisalide, per diventare cosa non è importante saperlo, ma fondamentale è la possibilità di divenire altro da sé grazie all’incontro con l’assolutamente altro.

Il film di Calò è dunque la testimonianza di come ancora oggi i miti ci abitino, ci parlino e ci spingano fuori, verso un non-sapere che è apertura di orizzonti possibili. Il divenire-altro non ammette negazione, tiene insieme pacificamente il dritto e il rovescio, non è mai questo o quello, piuttosto questo e quello e anche altro.


Senza titolo (Dedalo), 2022, dimensioni variabili, voliera, bozzoli naturali, microfusioni in argento, falene Samia Ricini (dettaglio), installation view di ΊΚΑΡΟΣ (ICARUS), ZERO…, Milano, 2022; courtesy of the artist and ZERO…, Milano, ph. Roberto Marossi

La mostra stessa, strutturata sui due piani della galleria, segue la grammatica del film e gioca con la luce e il buio: se il piano di sopra, invaso dalla luce, è disseminato di una serie di sculture d’argento, microfusioni del bozzolo della falena Agema Mimosae, innestate sui lacerti labirintici dell’impalcatura metallica che nel film è il luogo in cui avviene la metamorfosi, scendendo nel piano inferiore, ci si trova nell’oscurità in cui il film appare e si mostra allo spettatore. C’è poi uno spazio altro, separato dal resto: un box chiuso in cui è possibile entrare e fare esperienza dell’incontro con le falene. Le pareti sono coperte di falene vive, di uova, di bozzoli e crisalidi; a terra esemplari morti con le ali spiegate: una stanza in cui sono presenti tutti gli stadi della breve vita di una falena.


ΊΚΑΡΟΣ (Icarus), 2020-2021, 30’23”, film, colour, installation view di ΊΚΑΡΟΣ (ICARUS), ZERO…, Milano, 2022; courtesy of the artist and ZERO…, Milano, ph. Roberto Marossi

Entrandovi, torna alla mente il breve testo che, poco prima della sua morte, Virginia Woolf scrisse proprio in seguito a un incontro fortuito con quest’insetto: “Eppure, proprio perché era così piccolo, e una forma così semplice dell’energia che rotolava all’interno dalla finestra aperta e si faceva strada lungo corridoi stretti e intricati fino al mio cervello e a quello di altri esseri umani, c’era in lui qualcosa di meraviglioso e insieme patetico. Era come se qualcuno avesse preso una minuscola perla di pura vita e, avendola rivestita con tutta la leggerezza possibile di piume e lanugine, la facesse danzare e zigzagare per mostrarci la vera natura della vita […].”[1]

Giorgio Andreotta Calò, con questa mostra, riesce a ottenere lo stesso risultato e ci consegna la possibilità di orientarci anche nel buio più fitto. Se si è troppo impegnati a proteggere la luce, è impossibile vedere la notte, ma nel buio, se si ha la pazienza di guardarci dentro, le cose appaiono.

 Solo di notte è possibile raccontare le storie di forme mutate in corpi nuovi.

Ίκαρος (Icarus) Giorgio Andreotta Calò
Galleria Zero, Milano
fino al 23 luglio 2022


[1] Virginia Woolf, Morte di una falena, trad. di Anna Nadotti

In copertina: Giorgio Andreotta Calò, Ίκαρος (Icarus), vista dell’installazione alla Galleria ZERO…, Milano, 2022. Courtesy: l’artista e ZERO…, Milano. Photo: Roberto Marossi

Nato ad Atri (TE) nel 1988, attualmente lavora e studia a Milano.
Si laurea in Filosofia presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, si specializza in seguito in Estetica e Teorie dell’Immagine presso l’Università Statale di Milano. È attualmente studente del corso “Visual Studies” presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.
È regista teatrale, dramaturg, musicista e sound designer. La sua ricerca nel performativo si concentra sulle modalità di costruzione dell’immagine nell’ambito delle arti performative, sull’interazione transmediale del visivo e sui meccanismi interni alla relazione tra immagine e canone dello sguardo. Nel 2016 è tra i fondatori di Compagnia La Lucina, realtà attiva nelle arti performative, nel teatro e nella danza contemporanea.