Il futuro del fascismo

Ci eravamo innamorati dell’elica, della sua forma e della sua forza, della sua capacità di trascinare i corpi pesanti nell’aria, di sollevarli verticalmente o lanciarli orizzontalmente—non eravamo ancora capaci di dominarla al punto di farle fare entrambe le cose, ma prima o poi ce l’avremmo fatta: la fede nel Futuro era incrollabile ed è ancora per noi indefettibile.

Ci servivano motori efficienti, potentissimi, che ancora non sapevamo costruire: ci venivano sempre troppo pesanti, sperimentavamo metalli più leggeri, ma più deboli, che finivano per spaccarsi per la troppa forza che dovevano contenere, imbrigliare, per l’indicibile serie di esplosioni che vi accadevano.

Era (ed è ancora) l’Era Fascista del Fuoco Controllato.

Ma nei primi tempi il controllo era largamente imperfetto. Saltavano le testate. Per quanto cercassimo di farle robuste saltavano lo stesso, partivano le valvole come proiettili, pistoni che sfondavano involucri e coperture aeronautiche, pompe dell’olio che scoppiavano senza preavviso, lordando carlinghe lucide e perfette, parabrezza, occhiali, costringendo piloti a gettarsi con paracadute che non sempre si aprivano. Perdevamo i nostri uomini migliori, ma ne valse la pena.

Presto saremmo stati in grado di correggere ogni difetto, avremmo creato motori precisi, luccicanti puliti perfetti come usciti direttamente dalla mano di Dio onnipotente. Tutti sanno—lo insegniamo nelle scuole—che eravamo già capaci di volare veloci, velocissimi, a cinque, seicento chilometri orari, e presto saremmo stati in grado di farlo con aeromobili da guerra dotati di mitragliatrici e cannoncini, macchine imbattibili.

La Tecnica Nazionale si misurava continuamente con le potenze demoplutocratiche d’Occidente in gare di velocità e di distanza, ottenendo primati come quello strappato tanto tempo fa—quando?—dall’Idrocorsa Macchi M39 magistralmente pilotato dal colonnello De Bernardi, oggetto di indicibile misteriosa futuristica plasticità che, ancora oggi nella sua grande teca di cristallo al Museo del Volo Fascistico, ci incanta con le sue rosse linee slanciate, le prese d’aria come branchie di squalo, come bocche spalancate di manta.

Ogni nostra macchina è un prodotto coerente della Nuova Civiltà Italica, dove l’ideale del bello, nostra indefettibile tradizione, nonché irrinunciabile imperativo per il Futuro, non cede mai del tutto alle esigenze dell’utile, del solido, del durevole. A quel tempo eravamo capaci di costruire grandi aeromobili a molti motori, ma c’era come un limite, o almeno ci sembrava vi fosse, alle dimensioni di quegli oggetti: inventavamo soluzioni, le sognavamo da svegli durante le pause del lavoro al tavolo da disegno e persino nelle lucenti notti mediterranee, sdraiati dopo l’amore accanto alle nostre compagne di vita.

Segretamente avevamo la de-strutturazione malata ma affascinante del jazz—parola per molto tempo proibita—, apertamente avevamo l’ispirazione del Futurismo, il Realismo come prassi, la Geometria come obbligo interiore, la Tecnica come strumento, il Volo come scopo assoluto. Attorno a noi un mondo fascistico, in cui le forme non restavano aperte ma si chiudevano, secondo l’Imperativo Categorico numero 58—SIMMETRIA OVUNQUE E PRIMA DI TUTTO–: gli edifici battevano e ribattevano su sé stessi in simmetrie bilaterali e perfino arditamente tridimensionali finché queste ultime non furono condannate come «estremismo estetico» dal Duce in persona.

Le Corbusier, Ville Contemporaine, 1922

La Radio—conquista tecnica del genio patrio (che tutto il mondo ci invidia)—e le Masse erano (e sono) una cosa sola col Duce che settimanalmente interrompeva ogni trasmissione, negli ultimi tempi anche quelle televisive, per comunicare direttamente col suo Popolo, affascinandoci con la sua sintassi limpida diretta assertiva—le sue asserzioni (si diceva che fossero molto meditate, ma alcune sembravano genialmente estemporanee) si trasformavano automaticamente in Imperativi Categorici che, codificati con un numero d’ordine, diventavano leggi, in vigore ancora oggi—le sue pause, i suoi gesti, le torsioni del busto, l’atteggiarsi di un corpo robusto e tonico, che amavamo: tutto in lui ci piaceva e ci piace ancora adesso che Lui non c’è più da anni.

Il Duce era Forma, era Tecnica, Velocità, Bellezza, Direzione, Guida. Il Paese era un velivolo lanciato verso le nuvole. Ai comandi c’era Lui. Ogni residuo dissenso era stato spazzato via. Noi, il Popolo, eravamo con lui, compatti. Non c’erano ostacoli alle conquiste della Rivoluzione Fascista.

Lui esigeva facciate bianche, colonnati essenziali, nuove città splendenti di luce mediterranea, tra filari di pini marittimi, grandi strade a molte corsie lanciate verso il mare, obelischi, immensi templi laici dedicati alla Patria e al suo passato di glorie, grandi cenotafi per accogliere le spoglie dei Padri.

Distrutte le immonde sghembe poltiglie edilizie delle città antiche, di cui lasciammo in piedi solo i monumenti sommi, ci dedicammo alla casa per tutti, edificammo centinaia di migliaia di edifici per abitazione, alti per lo più sette piani, ben distanziati gli uni dagli altri, pieni di aria e di luce, case quasi gratuite per il Popolo, tecnologie semplici tradizionali come prescritto dal Duce, il quale dal 1944 in poi ci indicò da un lato il Passato come piattaforma storica di civiltà, dall’altro il Futuro come destino da costruire, inevitabile sfida.

Gli Intellettuali Nazionali citavano solo studiosi cui il Duce a suo tempo aveva dedicato la sua attenzione, adottandone le istanze teoriche e inglobandole nel necessario Pensiero Unico. Quindi il Dettato Filosofico Ufficiale ci diceva che l’uomo fascistico si compiace del Divenire e del Trascorrere: il Duce aveva dichiarato necessarie entrambe le percezioni.

Il Fascismo aveva una storica potente magnifica cultura del divenire nel Futurismo, col suo sprezzo dell’anticaglia, la sua proiezione stupendamente farneticante verso il tempo che abbiamo davanti, sconfinato e luminoso. Ma il Duce sapeva che l’eredità del nostro potente e incredibilmente ricco passato non poteva essere cancellata, ma anzi doveva a tutti i costi essere valorizzata. Occorreva operare in entrambe le direzioni: lavorare sul futuro e per il futuro, curare il passato ma, per così dire, ristrutturandolo al fine di adattarlo a nuove fascistiche esigenze estetiche.

Di ciò—all’unisono col sentire del Duce—si erano convinti gli Intellettuali Nazionali riuniti in numerosi successivi consessi, dove avevano molto dibattuto su quale fosse il passato da conservare e quale quello da distruggere per far posto al nostro divenire. Si concluse che andava eliminato l’informe, il vernacolo, tutto ciò che sul nostro territorio contraddiceva col suo stesso esistere l’idea di futuro nello Spazio-Tempo-Luce-Calore mediterranei del Regime. Quando non serviva alla Velocità lo Spazio-Tempo doveva essere composto racchiuso, controllato, reso simmetrico e organizzato prospetticamente. Altrimenti il Duce preferiva il vuoto.

Il vuoto fu uno dei nostri temi preferiti perché, secondo le direttive del Duce, esprime l’essenza estetica del fascismo: CIÒ CHE NECESSARIAMENTE DEVE ESISTERE HA DIRITTO AL PROPRIO VUOTO DI RISPETTO (Imperativo Categorico numero 82). E il vuoto fu. 

Oltre alle grandi divaricazioni urbane, alle grandi diradazioni e demolizioni del Vecchio, sovente destinate alle nostre Adunate settimanali—momenti di bellezza inesorabile, in cui ciascuno di noi, organismo imperfetto, poteva farsi molecola di immense geometrie umane in movimento, di sincronie armoniche, di canti inauditi, irrefrenabili nella loro assoluta disciplina—c’erano le grandi distese ventose e assolate degli idro-scali e degli aeroporti, i frequenti spiazzi e piattaforme per gli eliporti, privati e pubblici, dove era un via-vai continuo di elimobili, monoelicotteri, plurielicotteri, autogiro. Le nostre città si agganciavano poeticamente al cielo attraverso i tantissimi vuoti fascistici, lunghissimi viali piazze piazzali aerodromi, circondati da alberi, che si aprivano nel tessuto informe delle antiche città italiche.

Lungo le cinte periferiche delle città, inflessibilmente servite da perfette radio-centriche reti di ferrovia metropolitana, sorgevano immense e luminose le fabbriche, che ci resero presto una potenza economica mondiale, e immensi centri di commercio dove il cittadino trovava ogni sorta di merci provenienti da ogni parte del globo: sulle prime furono solo prodotti nazionali, ma poi, la nostra inflessibile potenza commerciale ci condusse fatalmente ad inglobare i prodotti stranieri nel Corpus Economico Nazionale, rigorosamente italianizzati fin nelle etichette.

Nella Penisola—ormai estesasi fisicamente alla Sicilia mediante il Mussolini, il più grande ponte sospeso del mondo su progetto del geniale ingegner Musumeci, defunto da decenni, il cui bianco cenotafio perfettamente cilindrico sorge orgoglioso sulle alture di Villa San Giovanni—regnava una gaia prosperità: a ciascuno erano garantiti casa lavoro istruzione sanità, da ciascuno ci si aspettava collaborazione e consenso. Che puntualmente arrivavano. Come sarebbe potuto essere altrimenti?

Per i rari casi di sparuto debole residuale immotivato dissenso c’era il confino sulle vecchie piattaforme petrolifere dismesse, appositamente ristrutturate a questo scopo. Visti i trionfi indiscutibili del Fascismo, non capimmo mai i motivi politici di questi episodi di opposizione democraticista. Grazie al Totalitarismo Fascista, che dimostra ogni giorno di più la sua superiorità rispetto ai regimi demopluto, eravamo felici, siamo felici, saremo felici.  

Morto nel ’37 Adolfo Hitler—ancora si discute su chi sia stato il vero mandante dell’attentato di Shabback—, caduto dopo lunghe convulsioni interne il nazional-socialismo, con la restaurazione dell’antecedente regime democratico, e allentatesi di conseguenza le tensioni centro-europee, il Fascismo ebbe modo di dispiegarsi in tutta la sua inequivocabile solare potenza.

Ma dopo la svolta ideologica del ’41, non si trattò di potenza militare, o meglio non solo, ma di potenza estetica, di energia culturale, di cui l’Urbe divenne centro di emanazione mondiale, soppiantando l’ormai consunta e corrotta Parigi, surclassando l’emergente Nuova York.

Nel ’41 il Duce scandì con voce netta e metallica l’Imperativo Categorico numero 23: ALLA BELLEZZA SOCIALE DEL FASCISMO DEVE CORRISPONDERE UNA SUA NECESSARIA BELLEZZA FISICA. Non disse altro, né commentò, né in alcun modo chiarì cosa volesse dire, ma tutti sapevano che era la messa in chiaro di un concetto implicito nella fascisticità già dai primordi: ordine e purezza negli animi, nell’essere, nel fare e nelle cose e nelle case. Realizzare questo obbiettivo non fu facile e ci stiamo ancora lavorando intensamente: per restare ancorati al Passato occorre avere una grande voglia di Futuro.

Negli anni Trenta Quaranta e Cinquanta, uomini con potente intelligenza tecnica preconizzarono e perfezionarono ipotesi che il Futurismo aveva appena abbozzato, seguendo l’invito del Duce, che volle fortissimamente rendere concrete le visioni di Antonio Sant’Elia, morto nella Grande Guerra. Dal ’38 alle porte dell’Urbe, verso il mare, si costruì la sua stupefacente Stazione d’Aeroplani e Treni con funicolari e ascensori su tre piani stradali. Pianificate secondo le inflessibili geometrie imposte dall’Imperativo Categorico numero 57—GEOMETRIA È VITA—le nostre città si riempirono delle più diverse interpretazioni di quel suo disegno, della serie La città nuova, che nel 1914 preconizzava la casa a gradinata.

Antonio Sant’Elia, La città nuova casa a gradinate con ascensori esterni, 1914

Con queste realizzazioni—di cui l’anima del Duce sottilmente divisa tra la celebrazione del passato e la costruzione dell’avvenire (L’AVVENIRE È ORA, recitava l’Imperativo Categorico numero 34) si compiacque grandemente—l’Italia incantò il mondo intero e capimmo che il futuro, il nostro futuro, era arrivato: da quel momento in poi il Fascismo fu, secondo la definizione fornita direttamente dal Duce, una Macchina Italica di costruzione di un avvenire radioso di pace. Prima sotto la guida del Duce poi, secondo la Riforma Dinastica introdotta nel ’52, sotto il governo di Romano—durante il quale il Jazz fu reso temporaneamente legale—, presto soppiantato da Alessandra la Grande, che avviò la Grande Riforma ormai modello per tutto l’Occidente.

Quando il Duce morì, nel 1963, dopo i 6 mesi di lutto prescritti dal Partito—durante i quali il Popolo fu invitato a vestire integralmente di rosso carminio e a tacere il più possibile nei luoghi pubblici—su un’immensa spianata erbosa perfettamente orizzontale ricavata da titaniche demolizioni di interi quartieri dell’Urbe, a partire dalla Rupe Tarpea fino al Mare, costruimmo la Sfera. Aveva un diametro di 200 metri e ospitava un cono alto 100 metri sulla sommità del quale era la teca di vetro che ospitava il Corpo Nudo del Duce, per sempre incorrotto.

Una fenditura orientata in modo da seguire perfettamente il corso del sole del 21 luglio, giorno della Sua morte, tagliava la sfera nella sua interezza come un colpo di lama. Ogni 21 di luglio il sole vi lascia la sua traccia di luce dall’alba al tramonto. L’ingresso alla Sfera, secondo l’interpretazione corrente dell’Imperativo Categorico numero 100 (l’ultimo) che recita così, IO NUDO INCORROTTO CELATO PER SEMPRE NELLA SFERA A MEZZA VIA TRA LA RUPE E IL MARE, fu interdetto per sempre a chiunque.

Sappiamo—oramai possiamo dirlo senza nulla togliere al suo Genio—che fu un libro sulle architetture di Étienne Louis Boullée, ove compare un cenotafio dedicato a Isacco Newton, a suggerire al Duce l’idea della Sfera, mentre l’idea poetica della sua collocazione a metà strada tra l’Urbe e il Mare fu interamente sua. Inflessibilmente la realizzammo nel corso di vent’anni. Il Vuoto, ove ogni anno si radunano in schiere milioni di cittadini, ebbe un suo prezzo. Per ogni casa demolita ne fu realizzata una altrove. Furono trasferiti quasi cinquecentomila romani in quartieri di nuova costruzione.

Un popolo, oltre al benessere, deve avere uno scopo superiore. I nostri furono la Pace, il Vuoto e la Sfera. Nella Sfera è contenuto non solo il Corpo del Duce, ma l’idea assoluta di Fascismo, che si staglia contro il mare al tramonto e getta un’immensa ombra ellittica su tutto il territorio circostante, mentre sulle acque dell’Idroscalo Sant’Elia atterrano, provenienti da tutto l’orbe terracqueo, gli idro-volanti della sera. 

In copertina: Étienne-Louis Boullée, progetto per il Cenotafio di Newton, 1784

è nato a Roma nel 1945. Esercita il mestiere di architetto in un ente pubblico prima di scrivere i racconti di “Dove credi di andare” (Premio Berto, Premio Napoli), Mondadori 2007. Per qualche anno è titolare di un blog in rete di cui, nel 2008, pubblica una scelta di scritti: “Questa e altre preistorie”, Le Lettere. Nel 2012 escono i versi di “Primordio vertebrale”, Ponte Sisto. Pubblica numerosi saggi e racconti su giornali e riviste, cartacee e on line. Nel 2013 per Ponte alle Grazie esce il suo primo romanzo, “La vita in tempo di pace”, che è finalista al Premio Strega, vince il Premio Viareggio ed è tradotto in quattro lingue. Nel 2019 esce “Lo Stradone”, sempre per Ponte alle Grazie, finalista al Premio Campiello.