‘Cancel Culture’: a che punto siamo in Italia?

Ogni cambiamento politico porta con sé storie di vita e di morte delle immagini. Ce lo ricorda di recente Germano Maifreda, professore di Storia economica, che ha pubblicato Immagini contese. Storia politica delle figure dal Rinascimento alla cancel culture. Il volume si compone di tre capitoli: in ognuno di essi l’autore analizza il rapporto che si instaura tra le immagini e il potere in Italia, rispettivamente al tempo della Controriforma, dell’Unità e del Novecento fascista e post seconda guerra mondiale. La ricerca è di volta in volta ben documentata, sul modello della microstoria di Ginzburg, in cui le carte processuali giocano un ruolo cruciale. Le immagini contese appartengono a diverse tipologie: pittura, musica, statuaria e cinematografia.

Stampa seicentesca di un’opera di Vincenzo Sanvito raffigurante il martirio di Simonino da Trento

Si inizia dal dipinto infamante del mediocre pittore Vincenzo Sanvito, che provocò non pochi grattacapi al marchese Gonzaga, tanto erano pressanti le richieste per ritirarlo dal mercato da parte della comunità ebraica mantovana; si prosegue poi con la storia della Casa Ricordi, legata all’affermazione di Verdi e parallelamente dell’Italia unita. In questo quadro, una specifica attenzione è dedicata alla ricostruzione delle vicende che, nell’arco di un paio d’anni, portarono a innalzare nel cuore di Roma e poi di Venezia due monumenti scultorei in bronzo in ricordo di due “martiri” del pensiero laico, Giordano Bruno e Paolo Sarpi, in sintonia con l’acceso anticlericalismo dei primi governi.

Inaugurazione del monumento a Giordano Bruno, Campo de’ Fiori, Roma 1889

Nell’ultimo capitolo si approda al Novecento e in particolare al caso Pasolini e l’estenuante cronaca giudiziaria che i suoi film dovettero subire perché finiti puntualmente sotto l’occhio della censura. Il volumetto narra dunque storie di immagini (pescate qua e là nella rete della storia senza un vero e proprio filo conduttore), la cui sopravvivenza o cancellazione è direttamente connessa all’orientamento politico e ideologico dell’Europa moderna, storie controverse, di non sempre facile accesso, che partecipano però alla formazione della “memoria collettiva”. Ogni cambiamento politico porta con sé, infatti, una critica al potere delle immagini.

Che cos’è infatti la cancel culture, espressione di cui si pregia il sottotitolo del libro (ma della cui complessità enunciativa si trovano ben poche tracce all’interno)? La cancel culture è letteralmente la cultura della cancellazione, quel fenomeno similare a ciò che un tempo si chiamava revisionismo storico, in cui si assiste a una manipolazione della storia per orientare la conoscenza. In un’epoca in cui la visibilità legittima l’esistenza, condannare all’invisibilità qualcuno o qualcosa, corrisponde a una vera e propria damnatio memoriæ. Dal termine in latino è evidente che questo fenomeno non è assolutamente relegato alla contemporaneità, anzi; ma all’interno di un discorso pubblico in cui si fa continuo riferimento alle fake news ha assunto oggi un ruolo determinante. Il colossale lavoro di Pierre Nora, Les lieux de Mémoire, aveva ben dimostrato come la memoria di un popolo, con le sue ricorrenze e le sue celebrazioni, non si fa da sé e men che meno si affida al caso per poter essere tramandata; si costruisce di volta in volta attraverso volontà tutte umane, cui l’establishment di turno non è di certo estraneo.

Né rappresenta una novità che le immagini abbiano un potere, suscitando empatia ed emozioni e stabilendo una connessione tra chi guarda e chi è guardato: l’assunto è al centro degli studi visuali (in Italia il primo compendio è quello di Antonio Somaini e Andrea Pinotti, Cultura visuale: immagini, sguardi, media, dispositivi, Einaudi 2017). Quando nel 1989 David Freedberg pubblicò Il Potere delle immagini. Il mondo delle figure: reazioni e emozioni del pubblico, consolidò definitivamente un metodo che aveva portato a una rivoluzione nell’ambito degli studi di Storia dell’Arte, sancendo la definitiva scomparsa della distinzione tra Belle Arti e Arti Minori e inserendo l’analisi delle immagini, e non solo delle opere, all’interno della rete di esperienze che le ha generate e in quella in cui vengono fruite. Padri putativi di questo approccio erano stati John Dewey (Arte come esperienza, 1934) e Nelson Goodman (I linguaggi dell’arte, 1968) sul versante americano, Aby Warburg e gli allievi e i docenti del Warburg Institute su quello europeo. Tra questi indubbiamente spicca Ernst Gombrich che con Freedberg divise la sorte di essere stato direttore del Warburg Institute.

Andrea del Sarto, disegno preparatorio per pittura infamante, 1529

Se Gombrich aveva ragionato sul potere illusorio delle immagini (Arte e Illusione. Studio sulla psicologia della rappresentazione pittorica, 1960), Freedberg analizzava il potere di verosimiglianza che le immagini intrattengono con il reale, cercando la risposta a una semplice, antica domanda: perché fin dall’antichità le immagini funzionano come se fossero vive? Le si può amare, come nel mito di Pigmalione, o le si può odiare, scatenando lotte iconoclaste. Dewey aveva indicato la strada: «a chi comincia a scrivere sulla filosofia delle belle arti si impone un compito primario: ripristinare la continuità tra quelle forme raffinate e intense d’esperienza che sono le opere d’arte e gli eventi, i fatti e i patimenti di ogni giorno che, com’è riconosciuto universalmente, costituiscono l’esperienza»[1], perché le fonti dell’arte devono essere cercate nell’esperienza umana. Goodman aggiungeva un tassello importante affermando che le emozioni funzionano in maniera cognitiva: «le proprietà estetiche di un quadro non includono solo quelle che percepiamo guardandolo ma anche quelle che determinano come esso deve essere guardato»[2]. Sostenendo poi che «la mente può cogliere l’invisibile solo per mezzo del, o con riferimento al, visibile», Freedberg apriva la strada «alla costruzione di quadri mentali basati sull’esperienza» quando ci si propone «il compito di afferrare e soffermarsi su ciò che è assente e speculativo»[3].

La storia delle immagini è una storia che si intreccia al potere; ma il suo studio, nonostante quello specifico alla storia dell’arte sia sempre più ridotto nelle scuole e troppo specializzato nelle università, abbraccia orizzonti ben più ampi della singola disciplina. Ben vengano dunque il libro di Maifreda, o quello dello storico medievale Gherardo Ortalli sulle pitture infamanti (La pittura infamante. Secoli XIII-XVI, Viella 2015), a dimostrare la necessità di un approccio interdisciplinare; ma si auspica che gli stessi studi vengano contestualizzati alla luce di una ricerca ormai quasi secolare e su cui all’estero continuano a fiorire pubblicazioni e approfondimenti. Finché in Italia la Storia dell’Arte rimarrà l’ancella alla corte dei sacerdoti – come del resto fu per tanti anni la pittura nei confronti della poesia – o appannaggio della contemplazione turistica, fenomeni rilevanti come la cancel culture non potranno essere indagati nella loro complessità. E a quanto pare dalle ultime mostre in laguna, ce ne sarebbe proprio bisogno.

Germano Maifreda
Immagini contese. Storia politica delle figure dal Rinascimento alla cancel culture
Feltrinelli 2022, pp. 160, € 18


[1]   J. Dewey, Arte come esperienza, Aesthetica, Palermo 2010, p. 31

[2]   N. Goodman, I Linguaggi dell’arte, Il Saggiatore, Milano 2017, p. 101

[3]   D. Freedberg, Il potere delle immagini. Il mondo delle figure: reazioni e emozioni del pubblico, Einaudi, Torino 2009, p. 282

In copertina: una scena dal film Salò o le 120 giornate di Sodoma, di Pier Paolo Pasolini (1975)

(1981) si occupa di storia e critica d’arte contemporanea, con particolare riguardo alla relazione che intercorre tra arte, storia e società. PhD in Studi Culturali Europei, è autrice del libro “Marcel Broodthaers. Poetiche dell’ombra” (Mimesis 2018). Ha curato la mostra “No, Oreste, No. Diari da un archivio impossibile” al MAMbo con la relativa pubblicazione (2019) e insegna presso la Fondazione Accademia Internazionale di Imola. Ha scritto saggi e articoli su diverse riviste di settore, collabora con il quotidiano “il manifesto”.