Il dizionario romanzato

Per conoscere l’indole di un popolo val più la lettura
del dizionario della sua lingua, che non tutte le storie.
Per me, in generale preferisco la lettura di un vocabolario,
a quella di un romanzo.
Carlo Dossi, Note Azzurre

Il più grande capolavoro letterario non è altro
che un dizionario in disordine.
Jean Cocteau, Il Potomak

Parte prima

Nell’«Almanacco Letterario Bompiani 1966», dedicato al rapporto arte e gioco, J. Rodolfo Wilcock (1919-1978), a proposito dei vari modi di introdurre il gioco nella letteratura, evoca la possibilità di creare un «Dizionario Romanzato» (l’espressione è sua), con la definizione di ogni voce, corredata da brevissimi passi narrativi collegati tra loro a mo’ di romanzo.[1]

Wilcock riporta questo piccolo esempio:

«Indistinto: non distinto, confuso. Nella penombra indistinta, Giulia smise di piangere: “Ieri ancora parlavi del tuo amore…”»

«Indistruttibile: che non può essere distrutto. L’uomo rispose: “Può darsi”.»

E così fino alla Z.[2]

Fantastico. Ecco una nuova idea per la forma del romanzo, il Dizionario Romanzato. Wilcock non finisce mai di sorprenderci. Qualcuno l’avrà sperimentata questa “contrainte”, cioè scrivere un romanzo in forma di dizionario?[3]

Il primo esempio che mi viene in mente, il più calzante al genere «dizionario romanzato», è il Dizionario dei Chazari, il cui sottotitolo, Romanzo lessico, non lascia margini di fraintendimento sulla sua struttura.[4] Ne è autore lo scrittore serbo Milorad Pavič (1929-2009), professore di letteratura serba a Belgrado e a Novi Sad (capoluogo della Voivodina), esperto di barocco letterario serbo. I Chazari sono un popolo turco, di cui oggi quasi non restano tracce, che tra il VII e il X secolo si stabilì sulle rive del Mar Caspio convertendosi a una delle tre grandi religioni: secondo i cristiani al Cristianesimo, secondo i musulmani all’Islam, secondo gli ebrei all’Ebraismo.

Il romanzo di Pavič è molte cose, come si legge nel risvolto di copertina: romanzo d’avventura, romanzo d’amore, romanzo storico, collezione di versi e racconti, manuale cabalistico, puzzle, libro dei sogni, giallo, gioco enigmistico, cubo magico, rebus. Del romanzo, contenente parole d’ordine e rimandi, fonti e appendici, composto di un libro cristiano, uno islamico e uno ebraico, esistono due versioni a stampa, una maschile e un’altra femminile.

Nelle «istruzioni per l’uso» si spiega che il libro

si può leggere dal principio alla fine, ma si può iniziare anche dove capita. Lo si può leggere in diagonale o a ritroso, e una volta giunti all’inizio rileggerlo fino alla fine. È possibile perdercisi dentro e aprirvi un sentiero come in un bosco, orientandosi con croci, lune e stelle. Ci si può giocare come si gioca una partita di domino, e più si indaga più si vince.

In esergo al libro brilla questa frase:

Qui giace il lettore che non / aprirà mai questo libro. / Qui è morto per sempre.

Senza entrare nel merito della storia (ci sono tre uomini che nell’attimo in cui si incontrano nel 1689 perdono la vita; trecento anni dopo, nel 1982, a Istanbul, si incontrano tre scienziati: un egiziano, uno iugoslavo e un’ebrea polacca; tutti e tre, come i loro predecessori secenteschi, si occupano degli Chazari, e hanno messo insieme i frammenti di un dizionario chazaro; nell’istante che sembra preludere a un chiarimento decisivo, due di loro muoiono), quello di Pavič è un chiaro esempio wilcockiano di «dizionario romanzato».

La forma-romanzo di Pavič non è tuttavia un caso isolato. Ad esempio, il Dizionario delle cose perdute di Francesco Guccini (1940) è anch’esso paragonabile a un romanzo sulla nostalgia del passato. In effetti nella quarta di copertina del libro, si legge: «Un viaggio nella vita di ieri che si legge come un romanzo». Fra le voci del Dizionario di Guccini figurano il chewing-gum, i treni a vapore, le braghe corte, il caffè d’orzo, le pezze al culo, i vespasiani, le osterie, i calendarietti dei barbieri, la carta carbone, l’idrolitina.[5]

Per inciso, intrecciare la forma-romanzo, spaventosamente losca e imprevedibile, con quella di dizionario, rassicurante e perecchianamente classificatoria, è in sintonia con chi sostiene che si possa leggere un dizionario «come un romanzo», e ciò, credo, in virtù del fatto che vagabondare fra le pagine dei dizionari, dormitori di parole, dove le parole stanno appese come i pipistrelli e si staccano e cominciano a svolazzare quando uno le chiama a voce, è cosa gradevole, che procura piacere, un’occupazione «dilettosa» (per dirla con Manganelli), appunto come leggere un (buon) romanzo.[6]

Della stessa opinione del Manga è Edmondo De Amicis per il quale il vocabolario è:

un libro da leggersi per disteso, come una storia, o un trattato, o un romanzo; e da tenersi sul tavolino da notte; e da portarsi, a fascicoli, nelle passeggiate in campagna.[7]

Il vocabolario, scrive De Amicis, è un libro incantevole, fantastico, che eccita i sensi e accende faville nella testa. «Cinquanta pagine di Vocabolario suscitano nella testa una folla d’immagini più fitta, più varia, più turbinosa, che quella delle Mille e una notte». Il vocabolario è un libro ameno, utile e morale, in cui «vi son le parole moribonde, le vittoriose, le storpiate, le trasfigurate, le invulnerabili, le uccise, le sotterrate, le fracide, le risorte».

Dentro il vocabolario s’incontra:

una folla di parole che vi paiono larve di persone; le dotte, tronfie, professori cogli occhiali; le antiquate, archeologi tabacconi, pieni d’acciacchi, che brontolano contro la gente nuova; le nuove, fresche, sfrontate, come giovanotti entrati or ora nel mondo, con qualche lettera commendatizia di scrittore autorevole; le comuni, uomini pubblici con un lungo codazzo di clienti; le sinistre, soggetti da questura; le altisonanti, spacconi da assemblee popolari; le leziose, nobilucce affettate; le sconcie, donnaccie senza pudore, con un marchio di riprovazione sulla fronte; le straniere, viaggiatori smarriti; i diminutivi, frotte di bambini, in lunghe file, colle mamme alla testa.

[…] Se fossi Ministro della istruzione pubblica – conclude quasi minaccioso De Amicis – metterei nel programma d’insegnamento per le scuole del Regno, colla più profonda convinzione di far cosa utile all’Italia, la lettura obbligatoria di tutto il Vocabolario della lingua, con spogli, commenti ed esame alla fine di ogni anno.

Ma torniamo ai «dizionari romanzati».

Un sillabario, si legge nello Zingarelli, è un «testo scolastico sul quale gli scolari delle prime classi della scuola primaria imparano a leggere e a scrivere secondo il metodo sillabico». Un giorno, verso la fine degli anni Sessanta, Goffredo Parise (1929-1986) vede sotto casa un bambino che ha in mano un sillabario; si avvicina e legge: «L’erba è verde», una frase semplice e limpida, un monito all’essenzialità della vita e della poesia. Gli uomini – riflette Parise – hanno più bisogno di sentimenti che di ideologie. È la scintilla che lo spinge a scrivere brevi racconti, o romanzi in miniatura, poesie in prosa su alcuni sentimenti umani essenziali che «disposti in ordine alfabetico compongono una sorta di dizionario».[8]

Si va dalla A di AMORE alla S di SOLITUDINE. Sì, perché Parise si ferma alla lettera S, e la ragione è che la poesia lo ha abbandonato, come spiega nell’Avvertenza datata 1982: «La poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti. Mi dispiace ma è così. Un poco come la vita, soprattutto come l’amore».

A titolo di esempio riporto il meraviglioso incipit della voce NOIA:

Un giorno un uomo che spesso si illudeva (ma non troppo) di poter scovare nei suoi simili e nella vita qualche motivo di novità, di imprevedibilità e addirittura di mistero come nei romanzi gialli, si trovò a colazione con un gruppetto di conoscenti in un bel terrazzo sul mare. La ragione delle sue speranze nasceva dal fatto che da più parti aveva sentito dire: la vita è sempre imprevedibile, talvolta romanzesca, mai noiosa. Convinzione che l’uomo sotto sotto non condivideva avendo vissuto sessant’anni di avvenimenti che, a partire dai venticinque-trenta, erano stati tutti previsti o quanto meno prevedibili.

Di natura sperimentale è la struttura di Quelle cose scomparse, parole (2004) di Giuseppe A. Samonà (1958), sottotitolato Dizionario, «un testo inclassificabile, di estrosa, irresistibile comicità e insieme di meditazione grave sull’“infermità” o ferita originaria dell’esistenza» (La Porta).[9] Il romanzo, che muove storicamente dalla strage di Piazza Fontana, avvenuta il 12 dicembre 1969, è una raccolta alfabeticamente ordinata di “concetti” cari all’autore, una narrazione autobiografica che si può leggere tutta di seguito o anche a salti, tracciando un proprio percorso, grazie anche all’utilizzo di rimandi. A tratti, vi sono brevi divagazioni: il «Pollo colpisce ancora», ricordo di uno sballo allucinogeno; il resoconto di un’assemblea di condominio; mostri ovvero una fauna di avanzi, spastici e focomelici, riuniti in un istituto fra Todi e Perugia, ecc. Le voci, tenute insieme da un filo conduttore esistenziale, vanno dalla A (si parte da Abbecceddario, parola scandita alla sarda, con due “b”, due “c” e due “d”) alla Z (Zziò, imitazione di “zio”), passando per una serie di lemmi personalissimi, anche nell’ortografia, tipo Cchiipiriintallaria, termine siciliano che sta per con-i-piedi-dentro-l’aria, cioè distratto; Nunsosearivoaccapimme, romano per non-so-se-arrivo-a-capirmi, come dire: dico cose così intelligenti che nemmeno io arrivo a capirmi; Vaffancina, correttivo educato per vaffanculo.

Un romanzo in forma di «dizionario enciclopedico», le cui voci avrebbero dovuto essere gli oggetti (una radio, un orologio a muro, un accendino…), i luoghi (un palazzo, piazza Taksim, il Pelür Bar…) e i concetti (l’amore, la pazienza, il nervosismo…), aveva concepito di redigere Orhan Pamuk (1952) quando inizialmente pensò di scrivere Il Museo dell’innocenza (2008). «I miei amici – scrive Pamuk – mi dicevano: “Orhan, dovresti scrivere un romanzo enciclopedico, forse si venderebbe”. Come giovane scrittore con velleità sperimentali prendevo in molta considerazione queste proposte, anche se erano formulate dai miei amici tra il serio e il faceto».[10]

Da parte mia, scusandomi per l’auto-citazione, ho scritto un testo, Fenomeni curiosi (2014),[11] che è, come scrive Marco Filoni,

il repertorio ragionato di alcuni fatti di cronaca più o meno attendibili, che colpiscono per la loro inverosimiglianza, imprevedibilità, e per collocarsi nel limbo delle eccezioni. Elencati per parole chiave disposti alfabeticamente, dalla “a” di “appuntamenti saltati” alla “z” di “zingarelli” (inteso come vocabolario, di cui si passa in rassegna la voce “integrale”), passando per il “complesso della frase a metà” o “Hašek e la guida al nulla” e così via. Emergono personaggi incredibili, fautori di teorie singolari, a volte deliranti, strampalati filosofi assertori di pensieri arditi e bizzarri inventori d’incerti attrezzi. Personaggi eccentrici, a volte patetici e involontariamente comici, una specie che ricorda quei “folli letterari”, così li chiamava Queneau, che lo stesso Albani ha raccontato come “mattoidi italiani”: mattoidi davvero ma non matti abbastanza d’aver varcato la soglia di un manicomio. Comunque, come gli iconoclasti di Wilcock, il lato grottesco di questi personaggi anonimi e marginali ha un che di autentico, “di sanamente istruttivo che li riscatta e li rende simpaticamente amabili”.[12]

In una raccolta di racconti, intitolata Piccola enciclopedia delle ossessioni (2015),[13] Francesco Recami (1956) fornisce un campionario di vizi e maniere, fisime e nevrosi che affollano l’animo umano, come quelle di un solitario signore che, durante una gita a Castiglioncello, cronometra ossessivo ogni momento della giornata, o di Davide che, ispirato a Lapo Elkann, scrive innovative strategie di marketing per articoli religiosi. L’idea di “enciclopedia”, come recita il titolo, è più teorica che effettiva nella struttura del libro, nel senso che lo scrittore toscano non si muove tra singole “voci enciclopediche”, ma in una rete di titoli di racconti: Il gommone dominante, Fatti vedere, Una giornata a Castiglioncello, ECG con prova da sforzo, Il gruppo di lettura, La cena estiva (Doxa), Personal belongings, Ortoressia, L’evaporazione del padre.

Si può redigere un dizionario anche con parole che non esistono, tipo attacismo, caransèbico, quèstico, zeissiano, e su queste costruire dei racconti. Prendiamo ad esempio la definizione di:

ATTACISMO – Sostantivo maschile. Derivato dal soprannome “the attached” toccato in sorte a Charlie Bud Cowart, marinaio americano – Indica lo stato d’animo di chi si sente dimenticato dal resto del mondo, percependo che la vita di ciascuno intorno a sé continua inalterata nonostante il proprio dolore.

La parola in questione offre lo spunto per imbastire la trama di un racconto. È l’operazione fatta dallo scrittore e drammaturgo Stefano Massini (1975) in Dizionario inesistente (2018).[14] Le parole sono state scelte da Massini pensando a tutte quelle occasioni in cui la sfumatura di un’emozione lo ha portato a esclamare: «magari ci fosse una parola per dirlo».

Anche Ugo Cornia (1965) ha scritto un romanzo in forma di dizionario, La vita in ordine alfabetico.[15] Si tratta di una serie di racconti ordinati in ordine alfabetico. Si va dalla prima voce AFTA EPIZOOTICA DEL MAIALE 1 all’ultima intitolata ZECCHE 2.

Nel preambolo spiega Cornia il senso della sua operazione:

Per molto tempo, senza mai scrivere neanche una riga, ho avuto questa idea di fare una specie di Dizionario ragionato della mia vita, anche per vedere quale “mia vita” ne sarebbe saltata fuori.

Il titolo del libro di Cornia ne richiama un altro, quello scritto da Andrea Bajani (1975), La vita non è in ordine alfabetico (2014), quaranta racconti che prendono spunto da quaranta parole, disposte in ordine alfabetico: da Amore a Zoo, passando per Drago, Infanzia, Mattina, Senza, ecc., nel tentativo di far stare tutta una vita, dalla nascita alla morte, in quel nucleo di parole. Insomma, una commedia umana in miniatura.[16]

Una curiosità. Nel racconto L’indice, uscito in origine sulla rivista «Bananas» nel 1977, lo scrittore britannico James Graham Ballard (1930-2009) delinea l’autobiografia di Henry Rhodes Hamilton, medico e filosofo, uomo d’azione e protettore delle arti, pretendente al trono d’Inghilterra e fondatore di una nuova religione.[17] L’autobiografia di Hamilton, figura ambigua e avvolta nel mistero, è tracciata attraverso un indice, dalla A alla Z. Il lettore ricostruisce la storia di Hamilton usando alcune parole chiave, brevi sottotitoli e l’andamento cronologico suggerito dai numeri di pagina. In altri termini, il racconto di Ballard scandisce le tappe salienti della vita di Hamilton ricorrendo alla forma di un indice analitico. Ad esempio, nella sezione A, incontriamo la voce: «Avignone, luogo di nascita di HRH, p. 9-13», nella D «Dalai Lama, concede udienza a HRH, 321; sostiene le iniziative di HRH con Mao Tse-tung, 325; si rifiuta di ricevere HRH, 381»; nella G «Gandhi, Mahatma, visitato in prigione da HRH, 251; ecc. fino alla Z. In questo caso si potrebbe parlare, non di «dizionario romanzato», bensì di «indice romanzato».

E seconda

Interessante è l’esperienza degli scrittori che hanno compilato dizionari/enciclopedie «da vedere», in cui le parole, spesso inventate, sono rappresentate da immagini (niente a che fare con il genere «graphic novel»). Sono testi che, forse ancor più di quelli finora esaminati, si prestano a una lettura, in questo caso verbo-visiva, assimilabile a un romanzo.

Mi piace partire da Le Petit Peignot. Dictionnaire de mots-images (1996)di Jérôme Peignot (1926).[18] Le «parole-immagini» di Peignot (da ABAISSE-LANGUE a ZYGÈNE) compongono dei «typoèmes», come li chiama il suo inventore, giochi visivi che danno vita a un «divertissement typoétique» in cui il significato di una parola è interpretato in modo grafico, usando segni elaborati al computer (un Macintosh).

Il procedimento con cui Peignot costruisce le parole “tipoétiques” si richiama alla scrittura anagrammatica o palindromica, a quella quadrata o incrociata, agli effetti-specchio, alle parole dentro altre parole, alle variazioni di grandezza dei caratteri, al rovesciamento, totale o parziale, delle lettere, ai giochi con gli accenti, ecc.

La forma espressiva dei «typoèmes» è un godimento per l’occhio.

AMOUR. L’amore.

RÉVEILLE-MATIN (SVEGLIA). Con lei, il sole mostra l’estremità del suo naso.

RING. Essere sul ring, è già mettere i puntini sulle «i».

SIAMOIS (SIAMESI). Siamesi con un cuore solo.

Usando la tecnica tipografica dei «typoèmes», Peignot ha scritto un vero e proprio romanzo per immagini, Toutes les pommes se croquent. Divertissement typoétique en cinq actes (1996), che racconta una storia d’amore i cui protagonisti sono «marito, moglie, amante e computer».[19]

L’incipit del romanzo è questo:

Come Narciso, Rémi era tutto sconvolto nel vedersi così bello.

Poiché tratta di un argomento amoroso, il romanzo avrebbe potuto intitolarsi AIMER, scrive Peignot, e avere una dedica a Rémi, il protagonista, così congegnata:

Un’opera di indole enciclopedica, come la definisce Franco Maria Ricci nella nota introduttiva, è il Codex Seraphinianus di Luigi Serafini (1949),[20] la cui particolarità è di essere scritta in una «grafia corsiva minuziosa e agile e (dobbiamo ammetterlo) chiarissima, che sempre ci sentiamo a un pelo dal poter leggere e che pure ci sfugge in ogni sua parola e ogni sua lettera».[21]

Che si tratti di un’enciclopedia lo si deduce dalla struttura, dove, grazie a alcuni disegni fantasiosi, si percepisce che gli argomenti trattati nei vari capitoli sono: botanica, zoologia, fisica, chimica, mineralogia, meccanica, etnografia, storia, gastronomia, giochi, sport, abbigliamento, linguistica, urbanistica, ecc.

La prima pagina del Codex Seraphinianus

È una grafia, quella inventata da Serafini, che ha precedenti illustri, ad esempio i segni, non ancora decifrati, che compaiono nel manoscritto Voynich (dal nome di Wilfrid Voynich, un mercante di libri rari di origini polacche, naturalizzato inglese, che lo acquista dal collegio gesuita di Villa Mondragone, nei pressi di Frascati, nel 1912), risalente al XV secolo (la datazione al radiocarbonio ha stabilito con quasi certezza che il manoscritto è stato redatto tra il 1404 e 1438).[22]

Una pagina del manoscritto Voynich

I segni del Codex Seraphinianus ricordano anche il finto sanscrito elaborato dall’architetto francese Henry Legrand (1814-1876), autore di una serie di diari (1835-1865), 45 volumi, più di 15.000 pagine, redatti in una lingua inventata da lui denominata “sanscrito”.[23]

Esempio di scrittura inventata da Henry Legrand

Nel 1838 Legrand costituisce un circolo segreto, il «Cercle amoureux», i cui membri (quasi tutte donne) sono uniti in primo luogo dall’uso della lingua iniziatica e misteriosa da lui creata. La “chiave” dei diari di Legrand rimane un mistero per almeno una quarantina d’anni, fino a quando lo scrittore Pierre Louÿs (1870-1925) non riesce a decrittare l’enigmatico codice formato da due diverse “lingue”: due alfabeti differenti, di cui uno, composto di 352 caratteri, ispirato all’arabo, mentre l’altro, comprendente 100 caratteri, alla scrittura sanscrita. I numeri sono rappresentati da 30 caratteri imitati dall’alfabeto greco.


[1] J. Rodolfo Wilcock, Giochi letterari, «Almanacco Letterario Bompiani 1966», Bompiani, Milano 1965, pp. 38-40.

[2] J. Rodolfo Wilcock, op. cit., p. 40. Wilcock conclude così il suo testo: «Le possibilità [di introdurre il gioco nella letteratura, ndr] sono forse infinite: collages di annunci funebri; trascrizione diretta di passi di critica accademica, rimescolati; oppure di poesie bruttissime, di notizie giornalistiche assurde o di maniera; tesi di laurea fabbricate coi brani più incomprensibili dei più noti filosofi contemporanei; recensioni di libri immaginari [che Wilcock fece: «Su “Il punto”teneva una rubrica dal titolo sfacciatamente borgesiano (“La biblioteca di Babele”), in cui, al posto dei libri da leggere, (s)consigliava quelli “da non leggere”. Inutile precisare che si trattava perlopiù di titoli inesistenti» (Gabriele Gimmelli, Wilcock, iconoclasta solitario, «doppiozero», 13 dicembre 2017), ndr]; testi di economia politica o di genetica presentati con la tecnica del fotoromanzo…».

[3] Restringo il campo, altrimenti chissà dove andremmo a finire, alla forma dizionario e enciclopedia (tralascio repertori, manuali, ecc., che spesso hanno voci in ordine alfabetico) e alla tipologia dello scrittore, cioè colui che scrive romanzi e racconti (senza dimenticare la distinzione manganelliana fra “scrittore” e “scrivente”).

[4] Milorad Pavič, Dizionario dei Chazari. Romanzo lessico, traduzione di Branka Ničija, Garzanti, Milano 1988.

[5] Francesco Guccini, Dizionario delle cose perdute, Mondadori, Milano 2012, cui è seguito nel 2015, sempre per Mondadori, un Nuovo dizionario delle cose perdute.

[6] Giorgio Manganelli, Tutto il Gotha dei fantasmi, in Il rumore sottile della prosa, a cura di Paola Italia, Adelphi, Milano 1994, pp. 173-176. Insieme a Cesare Garboli, Manganelli compilò un “dizionarietto” (sono io che uso questo termine) dei cento libri da tenere in casa. Quarantasette schede (voci) per ciascuno, scritte per conto del quotidiano «Il Giorno»: Cesare Garboli, Giorgio Manganelli, Cento libri per due secoli di letteratura, prefazione di Paolo Murialdi, Archinto, Milano 1989.

[7] Edmondo De Amicis, La lettura del vocabolario, in Pagine sparse, Tipografia Editrice Lombarda, Milano 1874, pp. 135-147; poi anche, con il titolo Vocabolario, in Mario Scognamiglio, a cura di, Apologia del vocabolario e altri scritti di bibliofilia, «Almanacco del bibliofilo», anno IX, N. 9, Edizioni Rovello, Milano gennaio 1999, pp. 39-52.

[8] Goffredo Parise, Sillabari, Adelphi, Milano 2004; il libro riunisce Sillabario n. 1, prefazione di Silvio Perrella, Einaudi, Torino 1972, e Sillabario n. 2, postfazione di Natalia Ginzburg, Mondadori, Milano 1982. Nel 2016, presso l’editore vicentino Ronzani, esce Sillabari veneti.

[9] Giuseppe A. Samonà, Quelle cose scomparse, parole, postfazione di Filippo La Porta, Ilisso Edizioni, Nuoro 2004; riedito nel 2013 in formato e-book.

[10] Orhan Pamuk, L’innocenza degli oggetti. Il Museo dell’innocenza, Istanbul, traduzione di Barbara La Rosa Salim, Einaudi, Torino 2012, p. 17. Il romanzo di Pamuk, Il museo dell’innocenza, esce in italiano con la traduzione di Barbara La Rosa Salim presso Einaudi nel 2009.

[11] Paolo Albani, Fenomeni curiosi, e-book, collana Note azzurre, Quodlibet, Macerata 2014.

[12] Marco Filoni, Tacchini danzanti e altre strampalate bizzarrie, «pagina99 we», sabato 10 maggio 2014, p. 41.

[13] Francesco Recami, Piccola enciclopedia delle ossessioni, Sellerio, Palermo 2015. Il libro di Recami, solo nel titolo, mi ricorda il bellissimo racconto Enciclopedia dei morti dello scrittore serbo Danilo Kiš (1935-1989), tradotto in italiano da Lionello Costantini per Adelphi nel 1988. L’Enciclopedia dei morti di cui parla Kiš è un’opera in migliaia di volumi dove sono ammesse soltanto le voci riguardanti persone che non compaiono in alcun’altra enciclopedia.

[14] Stefano Massini, Dizionario inesistente, Mondadori, Milano 2018. Masini è autore, fra l’altro, di Qualcosa sui Lehmann (2016), romanzo di grande successo, pluripremiato e tradotto in vari paesi.

[15] Ugo Cornia, La vita in ordine alfabetico, La nave di Teseo, Milano 2021.

[16] Andrea Bajani, La vita non è in ordine alfabetico, Einaudi, Torino 2014.

[17] James G. Ballard, L’indice, in Tutti i racconti. Volume III. 1969-1992, traduzione di Luca Briasco, Feltrinelli, Milano 2019, pp. 530-549. Una riflessione su questo racconto si trova in Dennis Duncan, Indice, Storia dell’. Dai manoscritti a Google, l’avventurosa storia di come abbiamo imparato a orientarci nel sapere, traduzione di Chiara Baffa, Utet, Torino 2022, pp. 25-27. A proposito di indici, un esempio paradossale è quello di Ambroise Perrin che in Madame Bovary dans l’ordre (préfaces de Gustave Flaubert et Jacques Roubaud, Éditions Bourg Blanc, Schiltigheim 2012) classifica in ordine alfabetico tutte le parole che compaiono nell’edizione Charpentier del 1873 del romanzo di Flaubert; così la parola et, presente 2812 volte, viene stampata 2812 volte, occupando quasi nove pagine del libro di Perrin.

[18] Jérôme Peignot, Le Petit Peignot. Dictionnaire de mots-images, Éditions des Cendres, Paris 1996. Peignot è romanziere, poeta, scrittore di pamphlet, esperto di tipografia, nipote di Georges Peignot (1872-1915), tipografo e direttore della fonderia G. Peignot et Fils.

[19] Jérôme Peignot, Toutes les pommes se croquent. Divertissement typoétique en cinq actes, Éditions des Cendres, Paris 1996.

[20] Luigi Serafini, Codex Seraphinianus, 2 voll., Franco Maria Ricci, Milano 1981; poi Rizzoli 2006, 2008, 2010, 2013, 2016 e 2021, quest’ultima nuova edizione è nata per celebrare il 40° anniversario della prima uscita.

[21] Italo Calvino, L’enciclopedia d’un visionario, in Collezione di sabbia, Mondadori, Milano 1994, pp. 157-162.

[22] Stephen Skinner, Rafał T Prinke e René Zandbergen, Il manoscritto Voynich. Il codice più misterioso ed esoterico al mondo, prefazione di Stephen Skinner, postfazione di Rafał T Prinke e René Zandbergen, traduzione di Mattia Faes Belgrado, Bompiani, Milano 2018.

[23] Henry Legrand, Adèle, Adèle, Adèle, textes recueillis, transcrits et présentés par Jean-Paul et Paul-Ursin Dumont, Cristrian Bourgois Editeur, Paris 1979; Henry Legrand, Le Cercle amoureux d’Henry Legrand, transcrit et présenté par Jean-Paul Dumont et Paul-Ursin Dumont, Gallimard, Paris 1979.

In copertina: Emilio Isgrò, Mattino d’agosto, 2010

è autore di repertori enciclopedici per Zanichelli e Quodlibet su lingue immaginarie, scienze strane, libri introvabili, istituti anomali, mattoidi, comici involontari, oltre che di libri di racconti. Membro dell’OpLePo (Opificio di Letteratura Potenziale), dirige «Nuova Tèchne», rivista di bizzarrie letterarie e non. Collabora alla «Domenica de il Sole 24 ore».