Sono uno scrittore, ma nessuno è perfetto. Billy Wilder reporter

Karl Kraus provocò l’espulsione da Vienna dell’editore che diede lavoro per primo nei suoi giornali di pettegolezzi e scandali a un diciottenne sfrenato arrivato negli anni Venti dalla Galizia polacca. L’umorista corrosivo però gli fu da esempio, probabilmente, con la sua scrittura fatta di ellissi, aforismi e iperboli, fino a contagiarlo con una creatività linguistica spericolata. L’editore era l’immigrato ungherese Imré Békessy, che ricattava i notabili di città minacciando di pubblicare i loro segreti inconfessabili, e il giovane reporter era Billie Wilder, ancora senza la y, prima di arrivare sulle sponde del Nuovo mondo, dopo una tappa a Parigi.

A chi gli chiedeva se fosse stata una sua scelta abbandonare l’Europa, rispondeva “No, è stata di Hitler”. 27 febbraio 1933, fuga da Berlino il giorno dopo l’incendio del Reichstag e l’arrivo delle camicie brune. I giornali nel mirino di Kraus e della sua rivista, La torcia, dal ’23 al ’26 – arresto dei collaboratori ed esodo forzato di Békessy in Francia – si intitolavano Die Stunde (L’ora) e Die Bühne (Il palcoscenico), il quale ripubblicò l’ormai celebre “reportage” Cameriere, un ballerino, per favore! uscito a puntate sulle pagine del Berliner Zeitung am Mittag nel gennaio del 1927. Il racconto autobiografico apre il volume Billy Wilder – Inviato speciale ed è una meravigliosa cronaca del regista di A qualcuno piace caldo a Vienna e a Berlino, dove si era trasferito al seguito del musicista bianco Paul Whiteman, il “re del jazz”. Appunti di “vita autentica” scritti da un city editor molto speciale.

Billy Wilder sul set di Viale del tramonto (Sunset Boulevard), 1950

1926, Repubblica di Weimar, euforia, velocità, erotismo… fame e scarpe bucate, così che Billie lascia il cenacolo al Romanisches Café, intorno al critico praghese Erwin Kisch, si offre come ballerino a pagamento nel lussuoso Eden Hotel berlinese e volteggia sulla pista da ballo “con le più snelle e con quelle che bevono tisane dimagranti”. Ma soprattutto si esercita con la penna e prova a comporre testi ritmici asincronici a colpi di incoerenze sintattiche che nella versione inglese, a cura di Noah Isenberg[1], suonano così “…Mr. Isin’s face is smiling, yellow and distant” (La faccia del signor Isin sorride, gialla e lontana) e “… Kurt, nice fellow, son of good people, with a tasteful, diagonally striped necktie and a weak stomach” (Kurt, tipo simpatico, figlio di buona famiglia, con una cravatta di buon gusto a righe diagonali e il mal di stomaco). L’ottima traduzione di Alberto Pezzotta (curatore del libro) ci riporta a un italiano fluente: “Ma la faccia giallastra del signor Isin mi sorride da lontano”. E “… Kurt. Un tipo a posto, figlio di brava agente, con un’elegante cravatta a strisce diagonali. E debole di stomaco…”. Il giovane Wilder, però, sfugge alla grammatica, gioca a rimpiattino con le parole e inventa strategie di un linguaggio perforante che ritroveremo nei suoi film e sulla sua lapide: “I’m a Writer, but then Nobody’s Perfect”, sono un scrittore, e non un regista. Parole sperimentate a Vienna e a Berlino con effetto dada, create per assonanza con altre, come spiega Silvia Verdiani nella versione tradotta dal tedesco del 2016[2].

È tutta una questione di tempo ritmato dai tacchi del ballerino da sala, e dalle dita frenetiche sulla macchina da scrivere in una Berlino che ancora vive nell’euforia tra le due guerre, in bilico sull’abisso. Una città zeppa di giornali, locali e gite spensierate che Wilder registra su carta per il film Uomini di domenica (Menschen am Sonntag, 1930), muto e in bianco e nero, diretto da futuri colleghi di prima grandezza, Siodmak, Ulmer, Zinnemann, ebrei anche loro fuggiti a Hollywood dalla Germania nazista. Billie il flâneur segue due coppie di giovani nella parte di se stessi – tassisti e commesse – in un giorno di festa nel parco di Wannsee, ed esce subito dal formato documentario per farsi crudele nell’infelicità di chi è trascurato dall’amore domenicale. Gelosia, invidia, vendetta… sentimenti trattati con disinvoltura nei più di 80 articoli inanellati nel libro, una galleria di ritratti surreali come quello del Perfetto ottimista cercasi, e cioè l’uomo-portafortuna “basso e grasso, calvo e con dentatura sana”, assunto per 40 dollari la settimana dal produttore delle “incomparabili marmellate Gridgeman” perché sorrida sempre seduto a una scrivania di un ufficio tappezzato di poster con “interessantissimi dati sul contenuto di proteine delle prugne californiane”, pubblicità sul valore culturale delle banane e slogan sull’aroma della gelatina di ananas.

Sempre sull’orlo del nonsense, il reportage Il principe di Galles va in vacanza dove Wilder scortica vivo il principe-pavone, futuro Edoardo VIII che abdicherà sia per amore di Wallis Simpson sia per quello del Fuhrer. “Tediato a morte e profondamente infelice”, il principe non sa più dove andare, conosce già mezzo mondo, l’Australia gli dà sui nervi e in “quanto all’Egitto, i coccodrilli già fischiettano il suo nome davanti alle piramidi”. Quindi decide per un semplice ranch in Canada, fornito di “sei bagni, due sale da biliardo, una da bridge, un salone da ballo, tre bar e così via”, indeciso se indossare il frac, lo smoking l’abito da cowboy o un completo porpora (“va di moda il Principe porpora”) per la cavalcata mattutina. Humour yiddish, sì, ma c’è qualcos’altro, e Giuseppe Turroni lo trova nel suo saggio sul cineasta[3]. Il surrealismo. Ma come, non è l’espressionismo tedesco, quello del Dottor Caligari, a tracciare ombre sbilenche negli interni di La fiamma del peccato? “Wilder era stato a volte accostato alla lezione espressionistica – scrive il critico – Egli però non amava l’espressionismo, neppure a semplice livello di gusto”. A modificare le tetre atmosfere tedesche del primo dopoguerra interviene, splendido, il sole della California, con lo stesso effetto subito dall’“emigrato” Man Ray, e forse anche dall’amico Duchamp, sotto i raggi più pallidi di New York. Dadaismo e surrealismo fanno il surf.

“La linea surrealista, con la commedia del travestimento – scrive ancora Turroni – lo attira piuttosto vistosamente”. Tony Curtis e Jack Lemmon in A qualcuno piace caldo. Ma viene in mente anche Lo studente di Praga, con Paul Weneger perseguitato dal suo stesso riflesso, in una perturbante interpretazione del Faust. Indossare i panni che non sono i propri, non riconoscere l’amico, essere qualcun altro nel passaggio dall’Europa cupa all’America soleggiata, ma con un’anima che non si vende, neppure a Hollywood. “Si fa strada in lui, in una luce rosata, non si sa se di alba o di tramonto, la tematica surrealista, del sovvertimento della psiche e del corpo, dell’apparenza e della realtà, del travestitismo come idea formale portante, in grado di materializzare i suoi principi di dissacrazione e di rivoluzione estetica” (Turroni).

Billy Wilder, A qualcuno piace caldo (Some like it hot), 1959

Il miscuglio tra tenebre e luce radiante californiana, come centinaia di riflettori accesi in esterni, modella lo spirito di Wilder, così sarcastico da anticipare la fama di Erich Von Stroheim “l’uomo che amerete odiare”, per la rivista d’arte berlinese Der Querschnitt, il 4 aprile del 1929. Perché quel Von viene pronunciato maliziosamente “one”?, uno? “Perché ogni casa di produzione può girare un solo film con lui, dopodiché fallisce”. Il cronista passa alla colonna degli elzeviri e si domanda perché I fiammiferi non hanno più l’odore di una volta? E racconta di un certo signor Erwin, L’uomo che sembrava qualcun altro, tanto che “in una sala da ballo, una virago ossuta cercò di reclamare Erwin come il proprio sposo, scappato di casa qualche tempo prima”.

Ma c’è sempre un’ombra che si getta su scrittura e fotogrammi e si fonde con la risata amara nei Rendez-vous a Berlino dove circolano madame in pelliccia di cincillà e “un gentiluomo paffuto odora di pomate parigine e sfoggia pantaloni dalla piega perfetta” accanto alle impiegate e commesse che prediligono Alexanderplatz. E dove è possibile incontrare una strega chiamata Magda C., disponibile a desiderare per conto del cliente, “soprattutto morte e distruzione”, miseria e catastrofi per i nemici, fino a scendere negli “abissi dell’anima umana”.

Il “ballerino a pagamento” non ci dice, però, quel che si vede di altrettanto surreale e più dark fuori del suo Eden Hotel ai tempi della repubblica di Weimar.  Lo racconta Louise Brooks, a Berlino per girare la Lulu di Pabst (1929): “le prostitute di lusso si allineavano al bar dell’Eden Hotel, dove alloggiavo a Berlino. Quelle più a buon mercato passeggiavano sul marciapiede di fronte. All’angolo alcune ragazze con gli stivali proponevano la fustigazione. Agenti teatrali facevano i ruffiani per le signore che abitavano nei lussuosi appartamenti del quartiere bavarese. All’ippodromo di Hoppergarten alcuni allibratori organizzavano orge per gruppi di sportivi. Il night-club Eldorado offriva una scelta allettante di travestiti. Il Maly era il ritrovo delle lesbiche, mascoline o femminili”[4].

Il Billy Wilder cinico, quello che scandalizza per la sua mancanza di moralità, il regista dell’Asso nella manica, un film noir nonostante il sole accecante del deserto, secondo Maurizio Grande ha origine proprio da quell’esercizio di cronista: “Il tanto citato cinismo di Wilder va ricondotto alla matrice originaria della sua sfrontatezza del guardare e di una sensibilità del dire che trovano i loro precedenti della esperienza giornalistica del regista nella Vienna degli anni 20”[5]. Un cinismo che si rafforza, sostiene Grande, nelle contraddizioni della cultura americana.

Questo cinismo, però, non è che l’estensione suprema dell’intolleranza per la cattiveria umana, lo stupore di fronte al superamento della linea sopportabile del dolore, uno sguardo che nessuno vorrebbe condividere, là nel campo di sterminio di Auschwitz dove morirono sua madre, sua nonna e il patrigno. Billy Wilder è un grande regista morale, ha ragione Volker Schlöndorff, autore del Tamburo di latta, che lo ha radiografato in Billy, ma cosa hai fatto?[6]. C’è in ogni suo film l’assurdo e lo sberleffo nascosti tra le lacrime, e il cinema come arma di difesa, ma che importa se la catastrofe incombe? “Io sono un ballerino. Il mondo mi accoglierà tra le sue braccia”.

Billy Wilder
Inviato speciale. Cronache da Berlino e Vienna tra le due guerre
a cura di Alberto Pezzotta
La nave di Teseo, 2022, pp. 270, € 20


[1] Billy Wilder, On Assignment. Dispatches from Weimar Berlin and Interwar Vienna, Princeton University Press 2021.

[2] Billy Wilder, Il principe di Galles va in vacanza, Lindau 2016.

[3] In Americana 4. Quaderni di Filmcritica 21, Bulzoni 1988.

[4] Louise Brooks, Lulu a Hollywood, Ubulibri 1984.

[5] Maurizio Grande, Billy Wilder, Moizzi 1978.

[6] Billy Wilder, wie haben Sies’s gemacht? Di Volker Schlöndorff e Gisela Grischov, Documentario-intervista, 1992.

In copertina: Billy Wilder, Quando la moglie è in vacanza (The seven year itch), 1955

giornalista e critico cinematografico, autrice di programmi radiotelevisivi, ha scritto saggi e libri su autori e generi del grande schermo. Tra le sue pubblicazioni: “Walt Disney. Prima stella a sinistra”, “Da Hollywood a Cartoonia”, “Un marziano in tv”, “Rockpolitik”, “Il Ciotta-Silvestri”, “Il film del secolo”, “Bambole ribelli”. Ha diretto il quotidiano “il manifesto”.