La fotografia come menzogna

Nel 1993 il noto artista visuale, curatore e docente catalano Joan Fontcuberta allestì a Rochester, nello stato di New York, un’articolata esposizione sotto gli auspici di una misteriosa istituzione denominata ripa (Rochester Institute of Prospective Anthropology). Soggetto della mostra era il popolo dei retseh-cor, che si rivelava essere vissuto su quelle rive del lago Ontario sino alla metà del Settecento, prima di venire sterminato dalle tribù rivali e dai colonizzatori europei. La ricca documentazione esposta includeva fotografie di scavi archeologici e di frammenti pittorici e scultorei, lettere manoscritte e schizzi di antichi esploratori, descrizioni e perfino una registrazione audio del muggito del cocatrix (o Porcatrix Autosite), l’animale delle paludi divinizzato dai retseh-cor. Come il nome stesso dell’antica popolazione poteva far sospettare – si tratta di un esatto palindromo di ‘Rochester’ – la storia, le fotografie e i manufatti in mostra e l’esistenza stessa dei retseh-cor erano frutto di una finzione, messa in atto da Fontcuberta per “mettere a confronto lo spettatore con il proprio livello di credulità”.

Joan Fontcuberta (RIPA – Rochester Institute of Prospective Anthropology), Retseh-cor, 1993

La messinscena di Rochester, che includeva la diffusione di un coupon per associarsi al ripa (diligentemente compilato da alcuni benintenzionati visitatori, informa l’autore), è raccontata nel Bacio di Giuda. Fotografia e verità, saggio pubblicato originariamente in lingua francese quale “giustificazione programmatica” delle “Rencontres de la photographie” di Arles dirette da Fontcuberta nel 1996 (la traduzione spagnola seguì pochi mesi dopo), ora proposto in italiano da Mimesis, a un quarto di secolo e un paio di rivoluzioni digitali di distanza. Dell’esposizione fittizia di Rochester, come di altre consimili sperimentazioni sul terrain vague del vrai-faux, proprie e altrui, Il bacio di Giuda esplicita la poetica, fondata su un’attitudine scettica rispetto al ritrovato di Daguerre: “La fotografia mente sempre, mente per istinto, mente perché la sua natura non le permette di fare diversamente. Ciò che conta, però, non è quell’inevitabile menzogna. Ciò che conta è il modo in cui se ne serve il fotografo, con che proposito la usa. […] Il buon fotografo è quello che mente bene la verità” (di qui il riferimento al tradimento nel titolo). La distinzione tra straight e staged photography, avverte Fontcuberta, non è poi così netta, perché, nel mondo delle immagini tecniche, “tutto è scoperta e invenzione”; soprattutto dopo l’avvento di ciò che l’autore, in scritti posteriori (qui si limita a confessare di non aver ancora trovato il termine adatto) chiamerà postfotografia, ovvero la fotografia nell’era digitale.

Joan Fontcuberta, Herbarium: Guillumeta polymorpha, 1982

È interessante notare come un osservatore avvertito quale Fontcuberta prefigurasse, un quarto di secolo fa, gli effetti della sconvolgente trasformazione tuttora in atto. L’uso di software per il trattamento delle immagini, prevedeva, “metterà fine al mito dell’oggettività fotografica”, risvegliando gli spettatori dal lungo sonno indotto dall’idea di fotografia come mera registrazione meccanica. Mette conto riportare per intero un passo del Bacio di Giuda, anche per riesumare l’atmosfera di attese e di speranze che si respirava in quegli anni: “È proprio il torpore di questo ampio pubblico ciò che verrà scosso dal confronto con una sovrabbondanza di immagini manipolate in cui le modifiche e le sostituzioni non sono più individuabili. […] Sì, finiremo travolti da un vortice di confusione i cui effetti saranno paradossalmente illuminanti. Non potremo più credere ciecamente nelle nuove immagini elettroniche, e sarà anche impossibile restituirle al mondo della finzione. Le immagini riveleranno il proprio spazio, uno spazio neutro, ambiguo, tanto illusorio quanto attuale: il vrai-faux, la terra di nessuno tra l’incertezza e l’invenzione, forse la categoria più autentica del nostro tempo. Una terra di nessuno che propizia il ruolo di demiurgo per l’artista responsabile, incoraggiandolo a seminare dubbi, smantellare certezza, annichilire convinzioni affinché, a partire dal caos, possa costruire una sensibilità e un pensiero nuovi”. Come a Rochester e in altri progetti dell’autore (una panoramica è disponibile sul sito web www.fontcuberta.com), Fontcuberta si impegna in questo progetto genuinamente utopico attraverso “tranelli concettuali di sapore omeopatico”, come scrive Michele Smargiassi in prefazione; o, con profetico riferimento dell’autore stesso all’attualità, attraverso “intossicazioni informative controllate, cioè vaccini la cui missione è indurre l’organismo (sociale) a generare le proprie difese”.

Joel-Peter Witkin, Still-life, Marseille, 1992

Pratiche di détournement come quella descritta sono oggi sul banco degli imputati a causa della loro inefficacia nell’universo delle fake news, dove la parodia rischia di essere fagocitata da un letteralismo vorace e violento (si sono ultimamente occupati della questione, da prospettive diverse, Pietro Montani in Emozioni dell’intelligenza. Un percorso nel sensorio digitale, Meltemi 2020 e Wu Ming 1 nella Q di complotto. QAnon e dintorni. Come le fantasie di complotto difendono il sistema, Alegre 2021). Non bisogna tuttavia dimenticare che Il bacio di Giuda fu pubblicato appena quattro anni dopo il primo caricamento di una fotografia sul web, e che dunque registra unicamente i sommovimenti determinati dalla digitalizzazione delle immagini, alla quale convenzionalmente ci si riferisce come alla prima rivoluzione digitale; solo dopo verrà la (seconda) rivoluzione digitale del web 2.0, con la quale inizierà tutta un’altra storia. Limitatamente alle novità introdotte dalla digitalizzazione, occorre qui almeno osservare che la profezia di una scomparsa dell’oggettualità delle immagini è ora perentoriamente sconfessata dalla rapidissima espansione di procedure come i non fungible tokens, che di fatto neutralizzano quella che Fontcuberta definisce l’ubiquità dell’icona numerica.

Nancy Burson, Mankind (Oriental, Caucasian and Black weighted according to current population statistics), 1983-1985

Fontcuberta si è occupato degli effetti della seconda rivoluzione digitale sulle immagini nel contemporaneo in due successivi saggi: La (foto)camera di Pandora. La fotografi@ dopo la fotografia, Contrasto 2012, e La furia delle immagini. Note sulla postfotografia, Einaudi 2018. È importante osservare che, dall’uno all’altro, le sue opinioni sull’argomento sono significativamente mutate. I titoli delle due opere alludono in modo convergente allo sconvolgimento prodottosi nel mondo delle immagini; ma mentre nella (Foto)camera di Pandora l’avvento della postfotografia è osservato con un’attitudine ex professo malinconica, La furia delle immagini è animato da un atteggiamento diverso, di piena accettazione della sfida rappresentata dalle rivoluzioni in corso. Il discorso di Fontcuberta si articola qui intorno a una concezione della creazione come assegnazione di senso, come “adozione” di immagini prelevate dal marasma iconico contemporaneo, alle quali l’artista (per il quale l’autore conia il neologismo di “prescrittore”) concede la possibilità di un “secondo sguardo”. Programmaticamente sulla linea concettuale impressa all’arte contemporanea dalla svolta operata da Duchamp, la postfotografia trova nella pratica della photo trouvée l’espressione più tipica, come la stessa produzione creativa di Fontcuberta testimonia con ricca inventiva.

Joan Fontcuberta, Enoshima, 1992

Ritornando al primo libro dell’autore, se Il bacio di Giuda rappresenta qualcosa di più che la testimonianza di un tempo ormai remoto, e merita dunque di essere letto anche a venticinque anni di distanza dalla pubblicazione, ciò è dovuto alla sua interpretazione della fotografia, anziché come ritrovato tecnologico, come “una particolare cultura della visione”, che segue percorsi indipendenti e talvolta precorre le stesse innovazioni tecniche, come nel caso delle manipolazioni, delle quali l’autore rintraccia le mistificazioni sin nei primordi dell’arte fotografica. “In fondo – scrive Fontcuberta nella prefazione datata 2011, – possiamo essere d’accordo sul fatto che le tematiche trattate in questo libro (modelli di conoscenza, regimi di verità e termini di verosimiglianza, natura e funzioni della memoria, costruzione dell’identità, ecc.), sebbene appartengano a problematiche che affondano le loro radici nella notte dei tempi, nel xxi secolo sono ancora aperte, e continuano a turbarci profondamente”.

Joan Fontcuberta
Il bacio di Giuda. Fotografia e verità
traduzione di Francesca Di Renzo, presentazione di Michele Smargiassi
Mimesis, 2022, pp. 177, ill. in b/n nel testo, € 16

Da ricordare:
La cámara de Pandora. La fotografi@ después de la fotografía, Editorial Gustavo Gili, 2010; traduzione italiana di Guia Boni, La (foto)camera di Pandora. La fotografi@ dopo la fotografia, Contrasto, 2012, pp. 206, € 19,90

La furia de las imágenes. Notas sobre la postfotografia, Barcelona, Galaxia Gutenberg, 2016; traduzione italiana di Sergio Giusti, La furia delle immagini. Note sulla postfotografia, Einaudi, 2018, pp. 233, € 22

Una versione più breve di questo articolo è apparsa su «L’Indice dei Libri del Mese», marzo 2022

In copertina: Joan Fontcuberta, Trauma #2879, 2016, photographic print on Duratrans with LED lightbox. Ed. 5

è professore straordinario di Letterature comparate e teoria della letteratura all’Università della Svizzera italiana. Ha pubblicato “Walter Benjamin e Dante. Una costellazione nello spazio delle immagini” (Donzelli 2017) e “Modernità visuale nei ‘Promessi Sposi’. Romanzo e fantasmagoria da Manzoni a Bellocchio” (Bruno Mondadori 2019) e ha curato edizioni di testi del Seicento (“Aurore barocche. Concerto di arti sorelle”, Aragno 2006, e “Vocabulario italiano” di Emanuele Tesauro, Olschki 2008). Ha curato la riedizione di Rensselaer W. Lee, “Ut pictura poesis” (SE 2011) e Mario Praz, “Studi sul concettismo” (Abscondita 2014). È responsabile del fondo Lea Ritter Santini presso l’archivio del Centro studi Natalino Sapegno. Per la Radio Svizzera Italiana ha curato le 44 puntate di “Classici italiani. Da Francesco d’Assisi a Italo Calvino”. Collabora regolarmente a "L’Indice dei Libri del Mese".