Gabriele Frasca, il desiderio chiamato Trockij

Leggere in questi giorni le Lettere a Valentinov di Gabriele Frasca mi ha fatto pensare a uno dei più affascinanti quadri della storia della pittura occidentale, conservato presso il museo di Capodimonte di Napoli: La parabola dei ciechi. Dipinto da Bruegel intorno al 1568 e ispirato a un celebre passo neotestamentario («Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!», Mt. 15, 14), raffigura un gruppo di uomini che avanza incerto lungo un costone roccioso. Questi sei ciechi, nordici d’origine e meridionali d’adozione, ci inquadrano oggi meglio di qualsiasi framing telegiornalistico, offrendoci una straordinaria metafora dell’epoca che stiamo vivendo: se in questo primo scorcio di Ventunesimo secolo la cultura occidentale, in fuga dal baratro della Storia (su cui aleggiano gli spettri del revisionismo), si dirige con piglio deciso verso la cavità che sta all’altro capo del paesaggio, quella scavata dalla falsa coscienza del presente assoluto.

L’uomo ancora giovane che guida il corteo, arricchitosi grazie a trascorsi poco limpidi (sterminio dei nativi, schiavismo, destabilizzazione dei governi non graditi), è già finito gambe all’aria. I personaggi più attempati che gli tengono dietro sono i discendenti, decaduti, della vecchia nobiltà: dietro le loro palpebre sigillate gli ultimi bagliori dei fasti di Vienna, di Parigi, di Berlino, di Madrid. Quando, in passato, la posizione di testa era la loro, il gruppo è capitato nei posti peggiori, dalle trincee di Verdun alle camere di Auschwitz, passando per le macerie di Guernica. Una serie di traumi insopportabili, al punto che il secondo della fila, un tedesco, ossessionato dal ricordo degli orrori visti e commessi, ha finito per strapparsi gli occhi. Ora se ne stanno prudentemente dietro, i quattro europei, un po’ fiduciosi un po’ persuasi che i loro tre quarti di nobiltà li rendano comunque superiori al parvenu capofila e al poveretto in coda. Costui, dimesso, attaccato al bastone di chi precede come un cane al guinzaglio, è a sua volta ottenebrato da gravi tare (a cominciare dalla patologia autoimmune del fascismo). Contadino inurbato, da secoli si è adattato al ruolo di lacchè, di servo da commedia: scafato, malandrino, e tuttavia inerte, passivo, si guarda bene dal prendere l’iniziativa. Segue a ruota lungo il canale sassoso, perché altro non sa e non vuole fare.

La fossa nella cui direzione il drappello procede spedito e a suo modo baldanzoso – «stick in / hand triumphant to disaster» scrive William Carlos Williams in The Parable of the Blind – è appunto quella del progressismo ottuso (perché si crede illuminato), benpensante (perché si crede nel giusto, a priori), a senso unico (perché non ammette complessità) che domina larghi strati della produzione culturale di questi anni. Il percorso è tracciato, e non c’è modo di deviare: occorre avanzare fiduciosi, ci dicono la macchina burocratica e la gattopardesca ortodossia dei media, luminosi, ronzanti, narcotici, verso una rieducazione delle menti planetarie. Verso il progresso civile e morale. Beninteso, un progresso che non deve scalfire di un ette la sostanza dei rapporti di forza economici. Una cura Ludovico, insomma, che intende spalancare gli occhi di tutti sui mali da spazzare via (eyes wide) e che invece finisce solo per accecare (shut). Col suo genio limpido nel far risuonare Brecht dentro le teste dei boomer, Fassbinder lo aveva spiegato molti anni or sono: «c’è sempre una classe che vuole educarne un’altra: sempre questo rapporto di educazione, questo rapporto servo-padrone, molto da guru. Un rapporto che è quasi fascista».

L’esplosione del conflitto tra Russia e Ucraina – o meglio il fatto che non lo si possa più ignorare – invece di sollecitare una ripresa delle idee di fratellanza tra i popoli e di giustizia sociale ha reso ancor più ardente lo zelo purificatore che anima i guru dell’ecosfera culturale occidentale. In questo tardo inverno Duemilaventidue, la cura Ludovico è finalizzata al vituperio della barbara cultura russa: rifiuto sistematico di tutto ciò che viene, o è venuto – non importa quando, l’ortodossia oscurantista conosce una sola dimensione: il presente perpetuo, su cui tutto si parametra – da oltre gli Urali. Come se Mandelštam e Cvetaeva, Vertov ed Ėjzenštejn, Tarkovskij e Sokurov (autore, a un tempo, di Arca russa e di Francofonia), fossero corpi estranei e non parti integranti, ineliminabili, del nostro sapere e della nostra arte. Come se estirpandoli dal nostro patrimonio di idee e immagini non ci strappassimo gli occhi.

Mi pare allora particolarmente significativo che proprio in queste settimane in cui noi orbi farisei d’Occidente marciamo arditi tra i cavalli di frisia verso la prossima fossa, forse l’ultima, l’editore Sossella abbia dato alle stampe un volume come Lettere a Valentinov, intriso di riferimenti alla cultura russa e la cui copertina rinvia inequivocabilmente alla grafica della prima età sovietica. Un libro che fa risuonare una voce-guida cui dovremmo prestare attenzione per tentare di guadagnare l’unico spazio alternativo ai due precipizi incombenti: quello fuori dalla cornice discorsiva che tutti ci inquadra, come sonnambuli, in fila per uno.

Facendo ricorso ai raffinati mezzi della sua scrittura espressionista, sottilmente intertestuale (dalla lirica medievale e barocca alle avanguardie di inizio Novecento), rigorosamente disciplinata e sempre ad alto voltaggio affabulatorio, Gabriele Frasca restituisce sulla pagina le rime stonate, e tragiche, di un passato che non smette di accadere. La sezione proemiale, ed eponima, del libro – altre ne seguono, e di grande rilievo: manca qui lo spazio necessario per parlarne – si configura come una «sorta di poesia lirica della storia», secondo la definizione d’autore, e recupera l’idea joyciana (dall’Ulysses, 1922) di una «literature of instruction rather than of amusement». Ai fascisti nostalgici del sempre uguale (la Storia come eterno ritorno, ripetizione psicotica del passato) e ai custodi «quasi fascisti» (Fassbinder) del sempre nuovo, attivamente o passivamente intenti ad anestetizzare il tempo, insomma alle due voragini suprematiste che da tempo si dividono il campo, lo scrittore partenopeo contrappone una pedagogia del futuro, la necessità di figurarsi membri di una comunità a venire che rifiuta la resa sia alla barbarie particolaristica sia all’oppio dell’omologazione ubiqua.

Il medium è il messaggio, insegna McLuhan: e non a caso il modello prescelto è quello della finzione epistolare, e in particolare della lettera paolina, che corre le strade e, senza badare a confini di sorta, permette alla voce di risuonare a distanza. Donde la peculiare natura di questi testi, il cui andamento armonico ha la forma di un flusso di coscienza corale e la natura di un ordigno che si installa nelle corde vocali e chiede di essere eseguito come uno spartito. In effetti, se non le si leggono ad alta voce, queste Lettere, non è proprio possibile capirle: il processo di estroflessione del dettato è tanto calibrato ed efficace da abolire quasi del tutto le spaziature e la punteggiatura, affidando all’oralità il respiro, la pausa, l’intervallo tra i periodi (endecasillabi, in realtà) da cui promana il senso. Non sarà superfluo ricordare che Mario Pomilio, ancora in fase di ideazione del Quinto evangelio (1975), aveva pensato proprio a un’architettura epistolare: lettere che, vergate attraverso i secoli, dovevano dar adito a un unico progetto a vocazione universalistica (la ricerca del Vangelo mancante, appunto).

E una temporalità dislocata, erratica fra i decenni di quella che Hobsbawm ha chiamato Age of extremes, caratterizza i dispaccidi Frasca. Tutto ricade entro i confini di un secolo – dal 1927 delle purghe e poi dei katorga/gulag al 2027 del nuovo ordine mondiale a venire (se mondo ci sarà, e non solo mundus*) – che l’esperienza del Settantasette divide giusto a metà, fungendo da spartiacque privato (i vent’anni dell’autore) e pubblico (il Movimento come ultima ondata desiderante, ultimo Ottobre di rivolta collettiva), nella persuasione che in ogni caso tale separazione, quella appunto tra sé e contesto storico-sociale, non esista, se ogni “io” è una particella fluttuante e interconnessa, in ogni momento e a ogni livello, al “noi” circostante. Lo chiariscono l’epigrafe iniziale («non conosco tragedia personale») e alcuni degli incisi metaletterari in prima persona che echeggiano la lezione brechtiana dell’inseparabilità dei destini umani: «che cosa c’entro mi chiedete oh bella io c’entro quello che c’entrate voi».

Perno di queste pagine è la figura di Trockij, o, meglio, “il desiderio chiamato Trockij”, per parafrasare Lyotard (Le désir nommé Marx, 1974). Non tanto, e non solo, la persona biografica, l’intellettuale, il teorico, storico e martire della Rivoluzione, ma il Trockij apostolo dei destini del continente eurasiatico. Con lui, quanti si sono adoperati per farne sopravvivere il messaggio, dal Nikolai Valentinov del titolo (altro sconfitto dei fatti del ’17, sebbene con esiti meno tragici) a Van Hejenoort (il logico matematico che di Trockij fu segretario) fino allo stesso Frasca, discepolo e prefatore della Storia della rivoluzione russa (Mondadori 2018). Il compagno Lev rappresenta, per il suo cantore, il motore primo di un clinamen, di un impulso che avrebbe dovuto condurre il secolo dritto fra le braccia della democrazia proletaria: «quella che definiva naturale Schwungkraft che poi vuol dire innanzitutto forza d’inerzia e dunque quello slancio che non s’arresta più se viene dato». Trockij incarna insomma quella forza ripetutamente troncata e fuorviata ogni volta che le vicende dei singoli stavano per incontrarsi e combinarsi fino a generare qualcosa di diverso, di ulteriore, un altro modo di essere al mondo.

Il nazionalismo bellicista, le violenze dittatoriali, il taylorismo, la minaccia atomica, i settarismi di Partito e l’autoritarismo dell’Italia “di piombo”, le droghe che sedano la mente e uccidono il corpo, l’intensificarsi di misure burocratiche totalmente autoreferenziali sono alcuni dei fenomeni con cui nel corso degli ultimi cento anni si è provveduto a deviare lungo una linea morta le economie libidinali, le più profonde convinzioni, le legittime aspirazioni delle generazioni novecentesche. Nessuna sorpresa dunque se oggi, «nel crepuscolo d’un mondo che non è che la triste conseguenza di quello contro cui lottammo invano» – tre endecasillabi mirabili – la cultura occidentale si ritrova più cieca e disorientata che mai, incapace di prospettare qualsivoglia esperimento sociale e perciò oscillante, per tornare alla Parabola di Brueghel, tra due baratri di non-pensiero: di qua la sclerotica voragine scavata dall’immorale oscurantismo reazionario, di là l’immemore scasso moralizzatore del progressismo oscurantista.

Senza il nuovo quanto può durare una cultura? si chiede lucidamente Mark Fisher in Realismo capitalista (2009). Per quanto accidentato sia il futuro è, dev’essere, il sentiero verso cui ogni movimento di pensiero e di creazione muove. E il medium letteratura, cosa inutile e improduttiva – altro che fonte di benessere, come oggi va di moda dire, cercando di integrarla in un sistema valoriale che puntualmente la sente amara, e la risputa – questo almeno può fare: essere l’eccezione immanente alla cultura che la produce. A questo infinito sperpero di forze e di parole Frasca presta di buon grado fiato e inchiostro, nella convinzione che formalizzare i movimenti della realtà sia l’unico modo per opporre qualcosa, invece di niente, all’emorragia dei giorni. Come scrive Badiou nel Secolo (2005), «è solo dissipandosi in un progetto che lo supera, che un individuo può sperare di attribuirsi un qualche reale soggettivo».

Il volume pubblicato da Sossella conferma tale carica radicalmente utopica del progetto autoriale di Frasca. Ogni missiva a Nikolai, l’intellettuale tradito dalla Storia, è un sogno: ma il «sogno di una cosa», per dirla con la formula marxiana cara a Pasolini, a sua volta fra gli interlocutori di queste pagine. Sogno a occhi aperti, reattivo e indocile, che chiama al risveglio. Così già in uno dei testi più lucidi e commossi di Lime (1995), rimarrà mario (dove «Mario» è Spinella):

questo tuo sogno questo sogno nostro
questo tuo sogno nostro che non cede
resiste questo sogno che non vede
sorgere il sole che dilegui il mostro

della sopraffazione questo nostro
sogno che ci hai sognato che le prede
libera dai rapaci questa fede
felice esiste resta è il nostro inchiostro

e adesso che ritornerà l’estate
afosa di zanzare sul naviglio
dove passa e s’azzuffa l’ottimismo

di questa gente che si vive a rate
tu resterai quasi dal nostro esilio
si vedesse venire il comunismo

Un sogno, o un contagio: il testo come informazione non genetica che circola fra i corpi e si diffonde trascorrendo di bocca in bocca, di testa in testa, creando legami, scuotendo coscienze, sottraendo chi la ascolta all’ingiunzione efficientista che ci vuole mite esercito di castigamatti da tastiera. Tutto l’opposto, insomma, del baratro verso cui l’establishment politico-finanziario, complice la «borghesia, quella minuta e insieme sanguinaria», ci sta spingendo. Solo mettendo in comune la parola – e non interdicendola: vedi la grottesca damnatio dostoevskijana di questo marzo Duemilaventidue, una tra le tante obliterazioni, ossia purghe, dell’inverno occidentale – solo alimentando una collettività attenta e in ascolto, chi genera discorsi e visioni può muovere non come gli orbi di Bruegel, «smartphone in / hand triumphant to disaster», per parafrasare Williams, ma come una comunità che avanza.

Utopia unico pragmatismo possibile, dunque. All’imperativo di un’escatologia che o salva tutti o non salva neppure me non c’è alternativa; «l’altra soluzione», come si legge in una delle Lettere a Valentinov, «è solo arrendersi al male necessario come sempre a ribadire necessario il male». Uscire dal quadro: lo si possa o no, si deve.

Gabriele Frasca
Lettere a Valentinov
Luca Sossella, 2022, pp. 165, € 14


*   Alludo al termine con cui il mondo antico definiva la fossa circolare posta nei centri urbani per dar adito ai morti di risalire sulla terra.

In copertina: Pieter Bruegel il Vecchio, La parabola dei ciechi, 1568 (Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte)

insegna all’Università di Salerno; si occupa di letteratura euro-statunitense tra Sette e Novecento, con particolare attenzione ai rapporti tra arte della parola e arti della visione. Tra i suoi lavori più recenti “Critica della trasparenza. Letteratura e mito architettonico” (Rosenberg & Sellier 2016), “La musica muta delle immagini. Sondaggi critici su poeti d’oggi e arti della visione” (Duetredue 2017), “Apri gli occhi e resisti. L’opera in versi e in prosa di Antonella Anedda” (Carocci 2020). Nel 2013 l’Accademia Nazionale dei Lincei gli ha attributo il Premio Giuseppe Borgia per i suoi contributi sulla poesia.