Il paesaggio insonne. Rebecca Solnit in Islanda

Islanda, fine 2007. Visitando una mostra d’arte, la scrittrice americana Rebecca Solnit s’imbatte per puro caso nel presidente islandese Olafur Ragnar Grímsson, che finirà per invitarla a pranzo pochi giorni dopo nella sua residenza ufficiale, Bessastaðir. Solnit è piena d’ammirazione per l’unico paese europeo nella cui storia non c’è traccia di monarchi e aristocrazie ereditarie, e dove ha sede il più antico parlamento europeo, detto Althing (“thing” sta per raduno), fondato nel 930. Un paese che, segnato da secoli di povertà fino all’arrivo delle barche motorizzate nel 1902 e all’occupazione nazista della Danimarca in cui diventa un protettorato delle truppe alleate, conosce uno sviluppo industriale repentino grazie allo sfruttamento dell’energia geotermale e idroelettrica.

News From Nowhere. Iceland’s polite dystopia è il titolo del suo articolo, ripreso dalla raccolta di racconti dell’artista William Morris, News from Nowhere, or an Epoch of Rest (1890). Amante delle saghe islandesi, nel 1871 Morris gira l’isola in sella a un pony, restando colpito dal desertico entroterra: “Il vuoto e nient’altro: una zolla di erba sotto i piedi e il cielo sopra la testa, tutto qui; qualsiasi consolazione cercherai qui nella tua vita non potrà che provenire da te stesso”[1].

Benedetto Bordone, Islanda, 1528

Da allora le cose sono cambiate: la metà degli anni novanta, ricorda Solnit, coincide con lo sviluppo dell’industria d’alluminio, gestita da società straniere (Alcoa) che strappano contratti svantaggiosi per la popolazione locale. La quale non solo non trae alcun beneficio da tale business ma si vede persino sobbarcare le spese per le infrastrutture. Che sia il prezzo da pagare per modernizzare il paese? “One popular claim was that Iceland would become ‘the Kuwait of the north’”[2]. Curiosamente, straniere sono spesso anche le proteste contro lo sfruttamento, come l’organizzazione internazionale Saving Iceland o, per risalire a un evento del 1970 passato alla storia, la demolizione con la dinamite della diga sul fiume Laxá, una volta fallite le negoziazioni per fermarne la costruzione tentate dagli agricoltori della vallata, che si vedevano sottratta la loro terra sotto i piedi.

Fanno eccezione gli artisti. Solnit ricorda il fotografo naturalista Gudmundur Páll Olafsson che, in un documentario per la televisione del 2003, strappa le pagine di un suo libro sulla stessa regione dove presto si sarebbe costruita una diga, accomunandone così i destini: quel suo gesto maldestro sarà presto agito sul territorio. Un territorio che finirà squinternato come un libro che non si può né leggere né restaurare, un libro le cui parole al vento perdono senso compiuto. Solnit ricorda anche la video-installazione Flooding/Nature Lost (2008), un lavoro minore di Rúrí sulla riserva di Kárahnjúkar, dove oche e altri uccelli covavano le uova fino all’innalzamento delle acque che porta via con sé i nidi e le stesse uova. Per un esempio più recente, mi viene in mente La donna elettrica (2018), il film eco-attivista (secondo altri punti di vista eco-terrorista) di Benedikt Erlingsson.

Mathias Quad, Islandia, 1596

Ora, cosa ci fa Rebecca Solnit in Islanda? È ospite alla Library of Water, un’ex-biblioteca a Stykkisholmur, sulla costa occidentale dell’isola, latitudine 65°, un grado a sud rispetto al circolo polare artico per la precisione. Roni Horn l’ha trasformata in un’installazione permanente ma anche in una residenza per scrittrici, grazie a un minuscolo appartamento ricavato al piano inferiore. Solnit è la prima autrice di lingua inglese, assieme alla classicista e poetessa canadese Anne Carson (sul cui legame con Horn è rivenuta di recente Antonella Anedda), dopo il soggiorno inaugurale di Guðrún Eva Mínervudóttir.

Rispetto a Carson, Solnit non è mai stata in Islanda. Il richiamo del Nord più remoto giunge in un momento difficile della sua esistenza, felice al “pensiero che ci fosse un posto lontano da tutti i miei problemi, e che io stessa sarei stata lontana da essi abbastanza presto”. Una lontananza non solo geografica ma psicologica, come se i suoi problemi non avessero diritto di cittadinanza su quell’isola e a quelle latitudini. Così s’immerge a capofitto in questa nuova dimensione: nello stesso periodo scrive nel catalogo di True North, una mostra collettiva al Deutsche Guggenheim di Berlino che include anche Horn; legge Frankenstein (1818) di Mary Shelley, pieno di paesaggi artici e di ghiacciai; la fiaba di Hans Christian Andersen La regina delle nevi (1844); Arctic Dreams. Imagination and Desire in a Northern Landscape (1986) di Barry Lopez, un classico nel suo genere che, tradotto in italiano, è presto finito nel dimenticatoio.

Giorgio Carolo Flandro, Tabula Islandiae, 1645

Rispetto a Horn, Solnit si avvicina all’Islanda gradualmente, osservandola incuriosita dall’alto: “sembrava un puzzle in altorilievo di pietra scura, vegetazione tenue e acqua blu” – “Leggermente meno estesa dell’Irlanda, un po’ più grande di Cuba, l’Islanda è circondata da migliaia di piccole isole, sole e raggrumate sulla costa e nei fiordi come stormi di uccelli in cielo”. Difficile prevedere cosa le aspetta.

Una volta giunta in residenza, quello sguardo astratto a volo d’uccello, dall’alto verso il basso, procede dall’interno verso l’esterno: “Nella stanza spoglia sotto la vecchia biblioteca sulla collina della città all’estremità della piccola penisola vicino al circolo polare artico sull’isola fredda e lontana da ogni cosa, ho vissuto tra sconosciuti e uccelli, sotto ghiacciai sciolti…”. Una volta a terra, insomma, le coordinate della cartografia islandese si estendono a partire dal suo corpo e non dal suo sguardo che spazia all’orizzonte, dal suo modo di misurare quanto la circonda e dalla sensazione di essere, in fondo, piccola cosa: “una piccola figura in mezzo a un paesaggio turbolento di ghiacciai, cascate, rocce laviche, pioggia, nuvole, uccelli, isole e libri. Appena al di là di tutte queste cose, c’era sempre il mare argentato, il confine frastagliato attorno a tutta la terra come il silenzio attorno a tutti i suoni o alle incognite al di là di ogni conoscenza”. È davanti e in mezzo a questi elementi onnipresenti, e inediti per chi vive in città, che bisogna ora misurarsi.

Alain Manesson Mallet, Die Insel Island, 1685

Cos’altro fa Solnit durante la residenza? In sostanza si annoia, come si intuisce dal suo resoconto che, rispetto a quello di Carson, entra nel dettaglio della sua quotidianità fatta non solo di scrittura: “Leggevo, vivevo vite degli altri attraverso i libri e le lettere, scrivevo spesso agli amici sulla mia vita e sulla vita che mi circondava, dormivo, mi stiracchiavo, pensavo al passato e al futuro, preparavo pasti con gli strani ingredienti disponibili nel tetro supermercato simile a una caverna che consideravo la tana dei troll, andavo a camminare nel paesaggio che si risvegliava dove gli uccelli cinguettavano e i cavalli arruffati e amichevoli mi ricordavano la società in cui ero stata ammessa. Era tranquillo ma strano”. Manca il trasporto quasi incantato dei resoconti di Roni Horn, che sanno restituire la solitudine e le condizioni uniche offerte da questi paesaggi che ha imparato a conoscere nel corso di una lunga frequentazione. Horn infatti è islandese d’adozione, da quando visita l’isola per la prima volta nel 1975 a diciannove anni, sua prima escursione fuori dagli Stati Uniti. Cercando informazioni su un’enciclopedia prima d’intraprendere il viaggio, si accorge che il lemma “Iceland” si trova tra “ice hockey” e “ice skating”[3]. Perlomeno sa per certo che troverà tanto ghiaccio.

Anche Solnit s’interessa al ghiaccio. Ne esplora l’ambiguità, a partire dal suo aspetto conservativo visibile nei carotaggi, con le bolle d’aria che trattengono l’atmosfera di epoche tramontate. Il termine freeze rimanda infatti al “fermare il tempo, fermare il progresso, fermare un film, e se il tempo è un fiume, allora forse la sua acqua può trasformarsi in ghiaccio”. Come non pensare ai corpi degli esploratori artici deceduti in missione e ritrovati decenni dopo perfettamente conservati, criogenizzati? O a quello molto più antico di Ötzi, l’uomo di Similaun risalente a oltre 5300 anni fa, vero e proprio archivio della specie umana? Ma il ghiaccio è anche l’antitesi della vita: “Il ghiaccio distruttore: il freddo rallenta le cose. In condizioni di congelamento, il liquido diventa solido, e persino il flusso e il movimento dell’inanimato per lo più si arresta, e alla temperatura impossibile dello zero assoluto gli atomi, le molecole, l’entropia si fermerebbero, e naturalmente la vita si sarebbe estinta molto prima”. Questa dilatazione temporale opera anche, in modo meno estremo, nei cicli stagionali, parte integrante dell’esperienza islandese: il giorno e la notte non si alternano nell’arco di una giornata ma seguono un ciclo molto più lento, al punto che per mesi si vive in assenza di luce e di oscurità. Basta salire più a nord, latitudine 78°, come nella Longyearbyen dove si trova il Seed Vault[4], che la notte o il giorno durano non dodici ore ma una stagione intera.

Henri du Sauzet, Islande, 1734

A questo punto, scardinato il ritmo della giornata, stravolta l’altalena tra luce e oscurità, perché restare fedeli alle vecchie abitudini? Quando giunge l’estate non c’è nulla di urgente da fare prima di sera, per il semplice fatto che, nonostante il cielo grigio, la notte non calerà mai – “Non importava tanto quando mi alzavo, quando dormivo, quando viaggiavo. Potevo andare a passeggiare alle tre del mattino qui su quest’isola in cui si corono pochi rischi e a giugno e luglio senza buio assoluto. Per me il giorno e la notte erano il tempo stesso, e mi mancava il ritmo e la struttura che offrono. Mi mancavano le stelle. Il buio non mi avvolgeva più al suo interno: chiudevo fuori la luce per dormire”. A non dormire è, assieme alla scrittrice, lo stesso paesaggio, visibile attraverso le ampie vetrate della Library of water: “Era come se fossi entrata in un paesaggio che non dormiva mai, non sognava mai, che non abbandonava mai l’allerta razionale del giorno, la luce dell’interrogazione e dell’analisi”. Solo ora che la notte non ritma più il giorno ne coglie il valore: “La sensualità della notte non mi era mai stata così chiara, l’oscurità che scende come velluto per avvolgerti e racchiuderti nel suo bozzolo nero, per portarti verso un altro te stesso e verso gli altri”.

Questi passi sono tratti da The Faraway Nearby che Solnit pubblica nel 2013 e include, tra gli altri, due testi sul ghiaccio e su Roni Horn. Il titolo è mutuato dall’artista Georgia O’Keeffe, che così firmava la sua corrispondenza dal suo buen retiro in New Mexico: “from the faraway nearby”, dalla vicinanza remota o dalla distanza prossima. Una difficoltà a misurare lo spazio perché, con un pensiero che Horn sottoscriverebbe, “era un modo per misurare insieme la geografia fisica e psichica. L’emozione ha la sua geografia, l’affetto è ciò che è vicino, dentro i confini del sé”

The Faraway Nearby è disseminato di riflessioni sull’Islanda, sul ghiaccio, sul Nord, sull’oscurità, su condizioni atmosferiche estreme e sul loro impatto sul nostro sensorio. Riflessioni elaborate senza dubbio durante la residenza, o che qui trovano la loro sorgente. In occasione del primo anniversario dell’apertura di Library of Water, Solnit contribuirà a una serata letteraria e musicale il 24 maggio 2008, dove leggerà The Blue of Distance (raccolto in A Field Guide to Getting Lost) alternandosi all’islandese Mínervudóttir e a Hélène Cixous (già protagonista di un libro d’artista di Horn, Index Cixous (Cix Pax), 2005) che legge Primal Waters. Diverse declinazioni di quella che Carson chiama antropologia dell’acqua e che Library of Water convoglia così bene.

Homann Heirs, Insulæ Islandiæ, 1761

Un’antropologia dove il tempo metereologico non indica semplicemente l’ambiente circostante o l’atmosfera, ma è un agente implacabile quanto imprevedibile che influenza l’esistenza umana. Weather Reports You (2007) è il titolo del libro in cui Horn raccoglie settantasei interviste sul tempo che fa con cittadini di Stykkishólmur e dintorni tra il 2005 e il 2006, pubblicate sul giornale locale “Morgunblaðid” e confluite infine in un libro, in doppia edizione inglese-islandese. Un omaggio all’indifferenza sovrana dei fenomeni atmosferici rispetto ai nostri progetti. Un informatico in una scuola elementare nonché conducente d’ambulanza riviene al giorno in cui si è trovato in mare con un vento avverso: “The weather was as all over the place like a madman’s piss, as they say”[5].

“Usiamo il linguaggio della temperatura per descrivere il carattere e l’emozione: essere caloroso, fare spallucce (cold shoulder), avere un atteggiamento gelido, sentire il calore della passione”, leggiamo in The Faraway Nearby. In Islanda Solnit impara a seguire i capricci delle proprie emozioni nel vento del paesaggio insonne, a fare del suo stesso corpo un’isola, come se questa terra vicino all’Artico, con i suoi elementi naturali ed umani, con i suoi vulcani e le sue dighe, fosse una carte de Tendre.


[1] Cit. in Adrian Searle, How Like the World Was All over after All, in Roni Horn, Vatnasafn/Library of Water. Stykkishólmur, Iceland, Artangel/Steidl, Göttingen 2009, pp. 34-43, cit. p. 36.

[2] Rebecca Solnit, News From Nowhere. Iceland’s polite dystopia, in “Harper’s Magazine”, 5 October 2008, 48-49, poi raccolto in Ead., The Encyclopedia of Trouble and Spaciousness, Trinity University Press, San Antonio (Texas) 2014, pp. 159-172.

[3] Interview with Mimi Thompson, in “Bomb magazine”, 28, summer 1989, cit. in Mark Godfrey, Roni Horn’s Icelandic Encyclopedia, in “Art History”, 32, 5, December 2009, pp. 932-53, poi in Diarmuid Costello, Margaret Iversen (a cura di), Photography After Conceptual Art, Wiley Blackwell, Malden-Oxford 2010, pp. 108-129, cit. p. 117.

[4] Cfr. R. Venturi, Dyveke Sanne. Perpetual Repercussion, in “Futura”, 16 giugno 2021.

[5] In R. Horn, Vatnasafn/Library of Water, op. cit., p. 127.

In copertina: Abraham Ortelius, Islandia, 1587

Si occupa di storia e critica d’arte contemporanea; non ha mai capito dove finisce una e comincia l’altra. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.