ll castello di Atlante e la lingua delle dame

Per la cortesia di Giovanni Zanzotto, e di Massimiliano Cappello che l’ha ritrovato, si propone qui un importante testo disperso di Andrea Zanzotto sul Galateo in Bosco (pubblicato su «Spirali», III, 2, febbraio 1980, pp. 51-2).

A.C.

Vera e propria tappa fantasma del capitolo autoesegetico ora raccolto nella sezione Prospezioni e consuntivi del «Meridiano» Mondadori, Il castello di Atlante e la lingua delle dame si ricollega idealmente a quell’intervista Su «Il Galateo in Bosco» che nella sua prima redazione figurava, con il titolo Lalangue, il dio birbante, proprio all’interno della rivista «Spirali»: vale a dire il «giornale internazionale di cultura» fondato nel 1978 da quell’Armando Verdiglione balzato poi agli onori della cronaca come «il più grande imbroglione esistente».[1] Lo stato di dispersione del testo non è integrale: a ben vedere è proprio Villalta, nella nota dedicata all’intervista di cui sopra, a informare il lettore della presenza di questa trascrizione, frutto di un «incontro avvenuto il 17 marzo 1979 presso la casa editrice Feltrinelli, nel corso del quale Zanzotto parlò diffusamente di questa sua opera».[2]

Dove Lalangue, il dio birbante predilige il versante psicanalitico, Il castello di Atlante e la lingua delle dame indaga più approfonditamente i «graffiti storico-geografici della militarità/terrore/irrealtà» in rapporto a quella «corrente» o «coro» di «citazioni e ricitazioni» che è (o sarebbe) la letteratura.[3] Dove quello si basa su una scrittura tanto più involuta quanto più assurge ad analogo dei versi, questo – forse in virtù della sua prima forma, orale – si svolge in termini a un tempo più allusivi e più distesi.

Tra i riferimenti più significativi di questo testo che – è il caso di ripeterlo – si regge sui «fantasmi» e sulle fantasie, andrà citata almeno la compresenza dello «stillicidio» di una guerra che prosegue oltre se stessa e dell’immarcescibile ed evanescente «castello di Atlante» dell’«iperletteratura». In quella convergenza di tempi e di luoghi che, insomma, richiamano pressoché immediatamente uno dei centri già della Beltà: l’Ernst Bloch del Principio-speranza. La parafrasi è insieme calviniana e ariostesca, senza dubbio, e interseca il Furioso a quel Castello dei destini incrociati che già si segnalava come fonte di ispirazione per l’allegoria di storia come “partita a carte” che popola molti luoghi zanzottiani – e, nel Galateo, Diffrazioni, eritemi in particolare.

L’operazione che presiede alla raccolta del 1978 e alle sue differenti sezioni (entro cui troneggia, con metafora ancora ariostesca, l’Ipersonetto) si glossa, peraltro, e si chiarifica. L’incombenza psicostorica degli ossari si confonde con la loro retorica insistente e serpeggiante, storicamente situata ma anche più generalmente favolistica. In una memoria sospesa il prenatale e l’infantile, l’immagine fantasmatica di un «re da carte da gioco», per l’appunto, assume le fattezze che le conferiscono i proclami pseudo-dannunziani; ma anche le figurazioni folcloristiche di un Orco o, di strato in strato, dell’altrettanto spettrale «Missier grande» di serenissima memoria. Così come l’immagine mesmerizzante di un mutilato narratore che, trapiantato dalla Rima di Coleridge all’entre-deux-guerres, contribuisce a creare un clima da «selva di favole» orride e ammalianti, personali e collettive.

Zanzotto assume in questo intervento alcune delle sue movenze più tipiche. Innanzitutto, l’evocazione di una linea veneta che, da Trissino a Bembo, da Folengo a Gaspara Stampa fino all’ambiente della pittura, testimonia di quella possibilità di sopravvivenza nella devastazione che è la creazione artistica. Ma anche l’idea di un italiano come «lingua in fuga verso l’alto», di stampo assolutamente convenzionale – esemplarmente distillato nei versi del Furioso e della Liberata snocciolati nei filò. Così come la jakobsoniana «posizione metonimica» di quell’io (non meno «fantasma») rispetto al proprio saggio di esistenza di una voce; e, insieme, della materia del Galateo rispetto a quella della «trilogia» che apre.

Zanzotto, insomma, si conferma anche in questo caso capace di compiere, nei confronti di quella «storiografia ultima» che è la poesia, l’analogo (non l’identico) gesto contropelo del materialista storico benjaminiano, che rinviene nelle rovine dei tempi i suoi Topinambùr; ovverosia le tracce di un «che fare» (o meglio: di un «trovarsi a fare»), ancorché modificato o neutralizzato nell’opera d’arte.

Massimiliano Cappello

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[Questa è la trascrizione della prima parte dell’intervento fatto da Andrea Zanzotto nel corso di un incontro letterario avvenuto presso la redazione romana della casa editrice Feltrinelli il 17 marzo 1979 in occasione dell’uscita del suo Galateo in Bosco. A questo incontro sono intervenuti inoltre Domenico Dante, Sergio De Risio, Ferdinando Falco, Filippo Ferro, Ruggero Guarini, Cesare Milanese, Nicola Paniccia, Jacqueline Risset, Gianni Toti. Di Zanzotto sono usciti Sonetto dell’amoroso e del parassita e Lalangue, il dio birbante in «Spirali», 3 e 10].

Devo riconoscermi messo con le spalle al muro nel discorso di Milanese, in rapporto a numerosi aspetti di quello che mi son trovato a fare – non dico neanche «ho cercato di fare»: e tutti i temi che ha toccato meriterebbero di essere sviluppati uno per uno perché si veda come s’intersecano o si dividono e respingono incessantemente fra loro. Quanto al problema dell’euforia: essa non è mai veramente piena, non è la serena oblatrice di qualche cosa di buono, stabile, confortevole. C’è in essa un indecidibile, che però porterebbe il segno dell’euforia. Se fosse euforia pura morirebbe là. Non può non riconoscersi come euforia e non può non scavarsi una traccia come euforia. Nello stesso tempo cade al di fuori di se stessa, non cessa di misconoscersi, di rinnegarsi. Si presenta così una volontà di riscrivere all’infinito le stesse cose e le stesse situazioni, proprio perché il momento euforico si rivela poi un Ersatz e basta.

Angoscioso è anche il problema degli strumenti per captare questi «fili euforici» e farli nostri. L’io fantasma che si appropria di questi fili di euforia in realtà si trova a non avere nulla a che fare con essi e si trova in posizione metonimica ogni volta rispetto a quanto sembrava compiuto; è cacciato fuori dal libro in continuazione, letteralmente respinto. Ho sentito tutto ciò specie in quest’ultimo libro perché è cresciuto insieme con altri due che in qualche modo lo sminuivano; che si stanno svelando, che non so dove mi portino, che sono molto diversi dal Galateo pur riferendosi a esso. Essi già fin da ora si presentano come sondaggi metonimici di un campo che già si «disgràvita» da quello, pure adiacente, del Galateo. Non si tratta di trilogia in senso tradizionale ma di tre rami di un albero che non esiste se non nella divaricazione di questi tre rami.

Ora vorrei ricordare qui, a parte la questione letteraria, un fatto che è per me incombente, reale e giornaliero: la presenza degli ossari nella mia vita. Essendo nato in una zona che era stata proprio al centro delle battaglie del 1915-’18, mi sono trovato letteralmente ossessionato già nella primissima infanzia dalla immensa retorica della guerra vinta, che tuttavia nella sua ingenuità non aveva nulla di retorico. Un alone sacrale si legittimava. E il sacro cos’era? Era questo sangue realmente versato, non la vittoria o altro. Ricordo molto bene, prima ancora che gli ossari fossero eretti, le mille storie di ossa disperse ovunque, e di granate inesplose. Bambini miei coetanei perdevano le mani perché giocando sul greto del Piave incappavano in granate e le facevano esplodere. Questo stillicidio del continuare della guerra dopo la fine della guerra, che si protrasse fino agli anni Trenta, accompagnava nel frattempo l’entrata delle memorie belliche nel folklore favolistico locale. In vari modi si facevano sentire sempre i Comandi Supremi, quelli che vengono da non si sa dove… E che diffondono Bollettini… La comicità involontaria del Bollettino della Vittoria ripetuto ovunque e in continuazione: «… Sotto l’alta guida di Sua maestà il Re, duce supremo…»: si pompava Vittorio Emanuele III, notoriamente piccolo, fino a farlo diventare una specie di Messer Grande o di orco. E così potevano sentirlo tanto il bambino quanto il soldatino morto per lui, in un’oscura favola. Si formava il fantasma di un re da carte da gioco, fiabesco, ambiguo: qualche cosa di malvagio, d’imprevedibile e tuttavia affascinante, un essere, un quid, destinato a muoversi in una favola. E io non potevo vivere la guerra come una specie di memoria prenatale, di memoria «reale» ma pur dissolta in atroce e gloriosa fiaba. Della guerra tutti parlavano tanto che avevo la sensazione di esserci stato io presente. Mia madre era rimasta di qua del Piave (nella zona occupata) mentre mio padre con l’esercito era al di là che combatteva per attraversare il Piave, e appunto questa specie di ricongiungimento simbolico dei due «poli» divisi dal fiume mi aveva realmente già in anni lontanissimi colpito. Dicevo: se mio padre attraversando il Piave fosse stato ucciso, non sarei nato – discorsi sempre filtrati dal misterioso sovrappiù di vitalità che c’è nella mente dei bambini. Poi, nonostante la retorica dannunziana…

Ecco un punto essenziale: D’Annunzio ha scritto anche la Canzone della Sernaglia, subito dopo la battaglia di attraversamento del Piave. C’è un paese ora che si chiama Sernaglia della Battaglia dove ci sono stati morti in quantità: là si verificò a fine ottobre del ’18 lo sfondamento che provocò il crollo del fronte austriaco. La retorica dannunziana aveva steso una specie di velo sopra tutto il territorio, per cui tutti i monumenti ai caduti venivano concepiti secondo un cliché strettamente dannunziano. Ne scaturivano corpi di giganti in torsione, con abbondanza di uccelli araldici ed enfiagioni varie. Al contrario la toponomastica si riformulava secondo la brutalità dell’esperienza reale. Quindi non si diceva «l’isola dei caduti», o degli eroi, ma «l’isola dei morti», non «la valle dei salvatori della patria» ma «la valle dei morti». Nel Montello si è conservata una toponomastica brutalissima proprio perché la gente toccava con mano giorno per giorno, e moriva, anche dopo la guerra, moriva di miseria, tra l’altro.

Prima che si ricostruissero i paesi lungo il fronte, per anni e anni, fino a metà degli anni Trenta, esisterono baracche – baracche provvisorie che erano state messe là in sostituzione delle case distrutte dalla guerra; e molta gente viveva nelle baracche. C’erano poi innumerevoli mutilati. Mi ricordo che al mio paese c’era una medaglia-d’oro che aveva non so quante lesioni: era cieco, era storpio, insomma era una specie di collezione di mutilazioni di ogni genere, tuttavia apriva la bocca e parlava; e in un certo senso ammaliava, e anche atterriva. Ricordo che mio padre da buon socialista (pur combattente anche lui) si era subito preoccupato per la sorte dei mutilati favorendo iniziative di tipo cooperativistico grazie alle quali questi sventurati potessero trovar modo di lavorare (come panierai, ecc.). Infatti i «Comandi Supremi», appena vinta la guerra, si erano resi latitanti per quel che riguardava la sopravvivenza fisica di questi eroi e di tutta la buona gente.

Tutti questi elementi si coagulavano in storie nel senso più sotterraneo, torvo, infame, contraddittorio, e si scomponevano poi nella fantasia, e si ricomponevano in vastissime e capillarizzate selve di favole: ché, appunto, tali divenivano i racconti di esperienze di ogni genere. Ognuno si costruiva il suo tragico epos personale, e lo arricchiva ripetendolo. Ricordo anche tutte le manifestazioni memoriali a cui ci portavano incolonnati: e ghirlande di qua e bandiere di là e comunque sempre morte e morte, sangue e sangue «a bigonce». Vi eravamo tuffati dentro con la testa giorno per giorno.

Comunque non dobbiamo dimenticare che là si è giocato il destino d’Europa. In fin dei conti si potrebbe dire, poi, che l’Europa è ancora divisa lungo la linea degli ossari. L’Europa ancora oggi soffre di questa spaccatura, di questa scissione. È una linea che va dall’Adriatico fino alla Manica. E basti pensare a Verdun. Massacri a non finire che hanno superato qualsiasi fantasia, proprio perché anche massacri alla baionetta, guerra di stampo antichissimo che sopravviveva mentre si annunciavano tipi di guerra più modernamente micidiali. È un insieme di fatti indagati in modo non ancora soddisfacente; e che comunque continuano a pullulare sempre, vivono come una specie di ferita non rimarginata o fonte di fantasmi. Fantasmi in cui si riscoprono strutture del profondo collettivo attraverso quell’orrido dramma.

Poi per me si sovrapponeva paradossalmente a questa realtà il mondo dell’iperletteratura, degli umanisti, non separabile. Appena mi è capitato di avere un po’ di maggior luce sulla realtà, di uscire dalla guerra come mia infanzia personale, si è verificata anche la riscoperta di quel luogo d’incanto, veramente, di quei veri castelli di Atlante che erano le abbazie e le certose perdute in questi boschi. L’Ipersonetto, quella serie di sonetti, ha quasi il posto del castello di Atlante nella selva che è il libro. Dell’abbazia esiste qualche residuo. È andata distrutta proprio nella Prima guerra mondiale; mentre la certosa, molto più ampia e bella, è stata distrutta dal Bonaparte (ci sono qui anche ricordi di quelle bufere, decisive nella storia pur esse).

In ogni caso in questi luoghi dove si celebrava il rito umanistico nel mondo più raffinato, perfetto e anche nonchalant, direi (diventato quasi una parte integrante e del bosco e del contesto umano che c’era intorno), si precisava sempre più un grande fantasma che era presente accanto a questo fantasma di morte. Non fantasma di vita, questo, ma quasi di fuga immobile, di un «campo autre» attraverso il quale si arriva in luoghi che per altre vie risultano inaccessibili.

Vorrei ricordare inoltre che questo quadro ha un legame molto stretto con la storia della lingua italiana, perché le grandi contese sulla lingua nel Cinquecento si svolsero in questi paraggi. Il Trissino, il Bembo e altri protagonisti vissero tra Venezia, il Montello, Asolo, Vicenza. Folengo aveva lavorato in quel di Padova ed è sepolto a Campese, vicino a Bassano. Il Colonna, autore del Sogno di Polifilo, è fra Treviso e Venezia. Là erano fioriti molti latinisti, come il Flaminio e Girolamo da Bologna. Sul Montello, di fronte a Collalto, aveva sognato Gaspara Stampa. E poi quell’enorme ondata creativa della pittura che ha riassorbito questi paesaggi e li ha irreparabilmente proiettati dentro una specie di mise en abîme senza fine, di quadro in quadro, potremmo dire. L’Italia sopravviveva creando, anche se devastata dalle grandi guerre del Cinquecento, dalla peste, dalla fame. E creava anche degli anticorpi per cui nonostante tutto si continuava a fare cultura, e grande cultura. Nel Veneto ciò si verificava sotto la tutela improbabile, incerta, dei Veneziani: che ora si ritiravano, ora comandavano, ora riducevano la loro presa sulle varie zone, ora si trovavano con la fedeltà intorno, ora con il tradimento; e che certamente rubacchiavano molto più di quanto dessero. Ma è difficile fare poi il conto se si considera globalmente lo scambio di valori umani e culturali.

Nel tramonto di quest’epoca e tra i bagliori dell’incipiente Controriforma è poi stato scritto sul Montello quell’incredibile compendio e intreccio di finezze e oscenità che è il Galateo. Della Casa vi ha presentato una collezione di situazioni sgradevoli; è andato alla ricerca di quanto si potesse immaginare di più fastidioso, per mettercelo sotto gli occhi e per codificarne un esorcisma del tutto improbabile. Un oscuro e fiammeo sarcasmo vi domina. Memorabile è il rilievo da lui dato a una «metafisica dello sbadiglio» che sta all’interno del mondo aristocratico e del mondo anche letterario. Immaginiamo che, dove mancasse un Ariosto leggente, come alla corte estense, gli sbadigli sbocciassero in continuazione intorno ai sonetti e alle altre creazioni letterarie. Si trattava di un feroce correttivo, di una ferocia interna anche all’eleganza.

Ma in questa società, in cui pure operava anche un tipo come il Ruzante e non si avevano peli sulla lingua di fronte a nessun fatto, si verificarono tuttavia quei fenomeni che portarono l’italiano verso la sua posizione quasi di lingua in fuga verso l’alto e verso il bel canto. L’italiano stava già sistemandosi pian piano come lingua del bel canto e lingua «delle dame», secondo la definizione di Carlo V, che appunto diceva di usare lo spagnolo quando voleva parlare con Dio, il tedesco con il cavallo, il francese con gli uomini e l’italiano con le dame. Con le dame: si riferiva alla gentilezza «cortegiana» di quel mondo in cui una ritualizzazione teneva lontani gli sbadigli e gli sbrodolamenti di naso, che però esistevano, come non cessava di sbrodolare il sangue. E l’italiano riceve forse il suo massimo impulso a essere lingua di canto, che è canto totale, in Ariosto sopra tutto; e dalle ville e dalle abbazie dilaga in mezzo al popolo. Perché certo si parlava il dialetto (in queste zone, entro le quali lo parlo anch’io, non è cambiato molto, ed è rimasto piuttosto arcaico e marginale rispetto alla venezianità), ma tutti capivano Ariosto e Tasso. Quindi, se è vero quello che dice De Mauro, cioè che al momento dell’unificazione del paese solo una frazione minima, il due e mezzo per cento degli italiani, era in grado di capire l’italiano, per la questione di capirlo come lingua del bel canto e lingua cantabile e lingua anche di racconti popolari, come lingua tecnica anche del passatempo, e di un passatempo di alto livello, credo che bisognerebbe cambiare un po’ il discorso. C’erano numerosissimi contadini che magari crepavano di fame ma chiamavano i loro figli Orlando, Armida, Erminia, ecc. Basta guardare i registri delle nascite; e ci sono testimonianze numerosissime.

In proposito, mi è capitato un episodio meraviglioso. Vicino a Belluno, e precisamente a Mel c’è il castello di Zumelle, che è assai ben conservato. Probabilmente è un vecchio caposaldo romano, situato in una zona del tutto ariostesca; dentro c’è un’osteria. L’ultima volta che l’ho visitato mi hanno detto: «Adesso l’osteria si chiude perché l’Armida ha deciso di cambiar mestiere». Ancora oggi c’è una sia pur vaga eco di questi nomi. Esisteva dunque una ostessa che si chiamava Armida dentro un castello che potrebbe essere tranquillamente il castello di Atlante, perché visto in una certa incidenza «Da lungi par che come fiamma lustri / […] / che non vi può né ruggine né macchia».[4]

In certi momenti è proprio così. È anche vero poi che il castello di Atlante è il castello della follia personale di Ariosto, se ben ci giriamo dentro. Tutto vi è possibile. Follia di Ariosto e follia di Tasso vanno insieme per paesi e boschi e nomi. Ecco, questi erano più o meno i temi di storia personale e di deriva interna e collettiva che mi portavano a vedere in questo modo la mia terra, che il Montello chiude a sud. E il mio libro è nato per accumulo. Io mi sono trovato ad averlo accumulato giorno per giorno senza neanche sapere se esistesse o no, come sempre mi capita; ero molto incerto anche su dove stavo andando o non andando o regredendo, regredendo proprio nel senso dello scrivere cose rimasticate e inutili; tanto, non si sa mai. Poi riprendendo in mano queste carte, vedo che si richiamano fra di loro; questi componimenti si attraggono, si calamitano. C’è una specie di montaggio che si produce quasi per spinta endogena. Forse qualcosa funziona, allora.

Questa volta mi son sentito anche di concedere di più a degli elementi grafici. Uno dei motivi? In questi boschi dove si sta consumando l’ultima degradazione per dissennata incuria e per l’invasione di ville orribili (ben diverse da quelle di altri tempi) c’è tutto un «iconeggiare» di cartelli i quali, mentre si cammina, magari pensando al testo, piovono davanti come bolidi dentro il testo. Diventano segni d’interpunzione in quello che si sta scrivendo, anche interpunzione sgradevole: eppure con una sua funzionalità. Gli incerti Holzwege heideggeriani si decidono e si recidono di fronte ai cartelli con la scritta «proprietà privata».

Infine, la lingua e il fatto langagier che la sottende, questo brusio profondo, qui sono tutt’uno con l’insieme di rumori peristaltici anche della terra, carsica e vivente di numerosissime correnti sotterranee che sbucano qua e là e poi scompaiono. Però stranamente questo è un Carso ricco di verde, al contrario del vero Carso, che è più brullo, più petroso. Queste doline anche adesso in parte si conservano ricche di vegetazione e danno la sensazione di imbuti che sprofondano all’infinito, fino alla faglia della crosta terrestre, appunto quella che fa tremare la terra dalle nostre parti.

Forse qui ho fatto solo dell’autobiografismo, non mi sentivo assolutamente di parlare, di aggredire quello che… Uno è troppo vicino alla sua secrezione («reo» di essa) per poterla poi definire, inquadrare entro delle coordinate. Io mi fermo qui in questi paraggi della scrittura.


[1] A. Zanzotto, Eterna riabilitazione da un trauma di cui s’ignora la natura, conversazione con L. Barile e G. Bompiani, Roma, nottetempo, 2007, p. 25.

[2] Id., Le Poesie e Prose scelte, a cura di S. Dal Bianco e G.M. Villalta, saggi introduttivi di S. Agosti e F. Bandini, Milano, «I Meridiani» Mondadori, 1999, p. 1729.

[3] Ibid.

[4] Mi permetto di correggere la trascrizione originale («Da lungi par che come fiamma / lustri / ché non vi può né ruggine né macchia») per tre ordini di motivi. Il primo riguarda l’evidente lapsus che porta il trascrittore a troncare il primo endecasillabo in un novenario; il secondo, decisamente più indicativo, riguarda l’omissione dei versi mancanti tra Orlando Furioso, II, 42, 1 e II, 43, 2; fatto che permette di mettere in luce un particolare aspetto della pratica citazionistica di Zanzotto. La fusione delle ottave, operata con tutta probabilità per la prossimità semantica e narrativa che cinge le due strofe, sembrerebbe infatti segnalare una tecnica mnemonica tipica dei Filò. (M.C.)

Massimiliano Cappello è dottorando presso l’Università degli studi di Milano, dove sta ultimando una tesi dedicata alle scritture saggistiche di Zanzotto, Giudici e Raboni. Si occupa principalmente dei rapporti tra poesia e prosa nel Novecento italiano, e in particolare (oltre agli autori già menzionati) di Cesare Pavese, Franco Fortini, Giorgio Cesarano. È o è stato nella redazione di «Qui e ora», «La Balena Bianca», «Teatro di Oklahoma». 

In copertina: David Gabrić, The fog slowly overtaking the old fortress ruins, Samobor (Croazia)

è nato il 10 ottobre 1921 ed è morto il 18 ottobre 2011 a Pieve di Soligo, il piccolo centro nel Trevigiano dove ha conservato la propria "abitazione" per tutta la vita. Dopo il coinvolgimento traumatico nella guerra civile (militando nelle Brigate Mazzini al seguito del "partigiano non violento" Toni Adami), il suo esordio editoriale risale al 1951 con la raccolta “Dietro il paesaggio” pubblicata da Mondadori: che resterà il suo editore sino all’ultimo libro, “Conglomerati”, pubblicato nel 2009. A lungo insegnante e preside nelle scuole della “heimat”, ha svolto anche le attività di traduttore (fra gli altri di Honoré de Balzac, Michel Leiris e Georges Bataille) e consulente editoriale, impegnandosi con continuità in difesa dell’ambiente minacciato dall’inquinamento e dalla speculazione edilizia. Le sue opere poetiche sono raccolte nell’"Oscar" “Tutte le poesie”, curato da Stefano Dal Bianco nel 2011, mentre un "Meridiano" dal titolo “Le Poesie e Prose scelte”, curato dallo stesso Dal Bianco e da Gian Mario Villalta, ha raccolto e commentato nel 1999 le poesie pubblicate sino a quel momento e un’ampia scelta di prose narrative, autobiografiche, critiche e saggistiche. Nel 2012 negli Stati Uniti e nel 2019 in Italia, sono uscite le poesie in inglese “Haiku for a Season” (a cura di Anna Secco e Patrick Barron). I suoi scritti propriamente critici sono raccolti in un doppio «Oscar» curato da Villalta nel 2001 col titolo “Scritti sulla letteratura”. In occasione del centenario della nascita Mondadori ha pubblicato “Traduzioni, trapianti e imitazioni” (a cura di Giuseppe Sandrini) ed “Erratici. Disperse e altre poesie 1937-2011” (a cura di Francesco Carbognin). Si segnalano ancora gli scritti sul cinema (“Il cinema brucia e illumina”, a cura di Luciano De Giusti, Marsilio 2011), quelli sulla pittura e sull’ambiente (“Luoghi e paesaggi”, a cura di Matteo Giancotti, Bompiani 2013; “Premesse all’abitazione e altre prospezioni”, a cura di Andrea Cortellessa, Aragno 2021) e i libri-intervista “Eterna riabilitazione da un trauma di cui s’ignora la natura” (con Laura Barile e Ginevra Bompiani, nottetempo 2007) e “In questo progresso scorsoio” (con Marzio Breda, Garzanti 2009).