2 racconti

È uscito da Silvana Editoriale (48 pp. ill. b/n, 8 €) 9 racconti tra arte e fotografia di Andrea Tinterri. In questa sorta di diario, l’autore “racconta” la sua frequentazione con alcuni protagonisti, di diverse generazioni, della scena contemporanea. Insieme a quelli con Alessandro Sambini, Francesco Jodice, Alessandra Spranzi, Guido Segni, Gianni Pezzani, Uliano Lucas e Stefano Serretta, nel volumetto sono compresi gli “incontri” con Irma Blank e Nicolò Cecchella: che per la cortesia dell’autore e dell’editore proponiamo qui.

Irma Blank

Arrivo leggermente in anticipo, ho il tempo di mangiare una brioche congelata in un bar vicino al suo studio, la scelta è ridotta ai minimi termini, vorrei uscire, ma evito: la barista mi ha già guardato in faccia, non posso far altro che scegliere, indicare l’oggetto indesiderato ed essere cortese.

Fra pochi minuti avrei incontrato Irma Blank, a Milano, in gennaio.

Salgo le scale, come fossero una piccola fatica da superare, un gesto iniziatico prima dell’avvicinamento. Non ho preparato domande, non è un’intervista, voglio conoscerla; per tutta la vita ha anticipato la scrittura, poco prima che il segno diventasse codice. L’alfabeto è un sistema stabile, che va utilizzato e distribuito sulla pagina, un apparato disciplinato. Irma Blank lo nega imitandolo, perché la narrazione non corrisponde ai nostri bisogni primari, la parola non ha nulla da spartire con la respirazione. La parola arriva dopo, arriva dopo il segno. Vengo immediatamente corretto quando parlo del suo lavoro come nuovo linguaggio.

Non c’è più distanza tra il fare e l’esistere /
mimesi tra scrittura e vita
Ogni segno corrisponde al ritmo della respirazione

Non è nuovo linguaggio, perché non è nuova scrittura. È il fare, è l’esigenza di respirare che si manifesta in un segno (matita, biro, pennello) che occupa (la pagina, la tela, il libro).

Irma Blank, Gehen, Second life n.1, luglio 2017, pennarello su carta trasparente, cm 29,5 x 20,9 – Courtesy l’artista e P420, Bologna

Un corridoio abbastanza lungo, ai lati si aprono stanze, un palazzo nobile che non teme le altezze, c’è spazio per respirare. Cammino cercando di silenziare il rumore, alleggerisco il mio peso, appoggio le punte e calo lentamente il tallone, il cuoio batte a terra, il suono mi disturba, mi imbarazza. Un segno d’arroganza involontaria, di sopraffazione indesiderata.

Ho in mente sei anni di lavoro; Trascrizioni di libri o giornali, le parole sono sostituite da segni, ondulati, longitudinali: trascrizioni di pagine su altre pagine, riga per riga. Il racconto perde la sua funzione narrativa. Come se venisse proiettata la luce di una lampada di Wood sulla pagina originale: lentamente compare il sottostante, quello che precede il significato, i solchi di un aratro e la fatica dell’animale costretto a trascinare, i sassi, i cocci di antichi vasi, forse romani, forse nostre dimenticanze capitate lì per caso. La respirazione è un bisogno che si deposita sulla pagina.

La figlia è seduta vicino a Irma, Rosanna assomiglia alla madre, sembra protettiva. Mi chiede se voglio un caffè, accetto. Sto lentamente smettendo di ingerire caffeina, poco più di due caffè a settimana. Ma in questo momento mi serve una tazza calda su cui appoggiare le dita, percepire lo spessore della porcellana, la superficie liscia.

Lavora solo con il braccio sinistro, il destro è quasi paralizzato, lavora perché un’apnea prolungata non permette la sopravvivenza. Mi confessa che, negli anni ottanta, quando ha iniziato a prendere i colori in mano e a dipingere, la notizia fu accolta con una certa titubanza, come se stesse deviando la ricerca, se iniziasse a fare altro. Non si scrive dipingendo e il cambio di casacca non è perdonato dalla platea. Ma se la scrittura è pre-scrittura, se il tratto percorso dal colore corrisponde al tempo della respirazione, se le righe si susseguono con precisione editoriale, la pittura diventa strumento innocuo, che non smonta nulla. È sempre la medesima lampada di Wood: la mano si stacca quando si interrompe la respirazione, la pittura rende ancora più evidente il passaggio: non c’è nulla sotto se non l’azione, il fare, non c’è nulla se non l’insistenza del respiro, la sopravvivenza dell’animale, dello scrittore. Succede poco in quella riga di colore, è un ritratto sintetico di pochi secondi, un autoritratto, forse il volto, forse il braccio, forse l’orecchio. La stanza ha soffitti alti, la stanza è grande, sembra quasi spoglia malgrado opere imballate e appoggiate alle pareti, mensole con pile di libri, un tavolo su cui poter appoggiare la tazza e tre persone che si stanno guardando e alternano la parola. Irma ha capelli corti, bianchi, cerco di immaginarmela da giovane, ha un viso sintetico, senza orpelli, come se concentrasse le sue forze su altro, evitando distrazioni fuorvianti. Prendo appunti, ci sono brevi pause, sento tutto il peso della mia penna appoggiata alla pagina, la mia calligrafia è pessima, disordinata, affaticata. Attendo che ricominci a parlare, faccio pochissime domande, racconto chi sono.

Voglio solo conoscerla.

La sua voce si interrompe, impugno la penna per mitigare l’attesa: ha bisogno di una sosta per ricominciare, la giusta distanza tra una riga e l’altra, come se il tempo fosse cellulosa.

Mi chiede quanti anni ho, il mio volto le appare incerto pur essendo a poca distanza. La debolezza della sua vista è una protezione, attutisce il mio imbarazzo, la posso guardare senza abbassare gli occhi. Siamo in una scatola ammobiliata, sospesi in un palazzo del centro di Milano. Capisco che siamo diversi, che vorrei assomigliare a quella stanza, lo stesso rigore, la stessa metodica suddivisione degli spazi. Capisco che non ci riuscirò mai.

Gennaio è il mese in cui si ricomincia a vivere dopo le feste, in cui si fanno buoni propositi per l’anno appena iniziato. Probabilmente vorrebbe che me ne andassi, uscissi dalla stanza per riprendere a lavorare con la mano sinistra, ma per educazione non insiste. Il riflesso d’immersione è un insieme di reazioni cardiovascolari e respiratorie che si innescano quando immergiamo il volto in acqua, il consumo dell’ossigeno si riduce per fronteggiare un breve periodo d’apnea. Quanto possiamo aspettare prima di riemergere?

Nicolò Cecchella, Volto terra, 2013

Nicolò Cecchella

La pianura esalta l’evi­denza, la forma del pensiero, la grana degli errori commessi. Ti puoi nascondere sotto terra, come fanno le talpe che sca­vano tunnel sporcandosi il pelo, ma in quel caso piccoli cu­muli smossi segnalano una presenza, qualcosa che è successo. L’architettura preserva, non mostra, sospende il discorso, cer­ca di censurare lo scandalo. Abitiamo a poca distanza, provin­cie confinanti, dialetti diversi, la stessa orizzontalità che isola ogni gesto, ogni idea formalizzata. La pianura dovrebbe ripuli­re da qualsiasi forma di pudore, invece stimola l’ingegno, l’in­ganno. Per questo, spesso, ci asserragliamo in casa, nella mia o nella sua, trascinando pranzi o cene il più possibile, aspettan­do la fine della giornata. Il primo libro che mi ha consigliato è stato La scrittura delle pietre di Roger Caillois, ragionare sull’im­magine parlando di geologia, l’unica ambizione necessaria per uscire dall’apnea di una cultura, quella dell’arte, settoriale e poco emancipata. Una scrittura che ha imposto, o forse solo consigliato, le dinamiche del nostro rapporto.

Nicolò abita tra Parma e Reggio Emilia, sbaglio strada ogni volta che vado a trovarlo, il problema sono gli ultimi due chi­lometri, la via giusta da imboccare, tutte uguali, tutte strette, dritte e costeggiate da un canale basso. I campi misurano l’i­dentità dello spazio. Vicino all’abitazione un piccolo capanno­ne, il suo studio. Ci sentiamo spesso al telefono, chiacchierate sull’opportunità di usare una gomma o un metallo, su fusioni in bronzo o alluminio, sulla matrice del fotografico, sui prezzi di una saldatura, sull’uccisione del maiale in autunno, che an­cora viene praticata nelle campagne, dalle nostre parti. La via Emilia taglia il paese in cui abito in due porzioni speculari, ognuna fa capo a un comune diverso. Quei paesi d’attraversa­mento che si conoscono perché vicini all’uscita dell’autostrada o per un supermarket specializzato in alcolici. Proseguendo verso Parma, all’angolo con un McDonald’s, c’è una via di pic­coli spazi artigianali, fabbriche di modeste dimensioni, in fon­do, sulla sinistra, un cancello di quelli a scorrimento e un odo­re che percepisci appena ti avvicini. È la nostra sosta prima di trovare un bar per un caffè, una fonderia ancora a conduzione famigliare, un ufficio sulla destra e la puzza del metallo fuso che sintetizza l’ambiente.

Sembra di non essere mai usciti dal Novecento, mi sento bene e credo tranquillizzi anche Nicolò. Parla con il proprietario, un corpo asciutto, nervoso, che non concede nulla al super­fluo. Guardiamo il risultato di forse un’ora di lavoro e almeno un giorno di raffreddamento, una testa, un volto, i suoi occhi chiusi in questo autoritratto con ancora attaccati i canali di co­lata del liquido fuso, conservati e non omessi come imporreb­bero le regole del mestiere. Canali che dimostrano un passag­gio di materia, una trasformazione d’identità, come i piccoli cumuli di terra smossa nei campi, lungo la campagna. Nicolò indossa un trench, io pure, come fossimo due disertori o due sopravvissuti al fango delle trincee, anche se la prima opzione sarebbe più plausibile. È strano indossare qualcosa pensato per un campo militare, per una guerra mondiale, la prima del secolo breve. Impermeabile a cosa? Acqua, sangue, sputi, sco­rie, succo di mela, paura? Il bar è a poca distanza, un tavolino all’aperto, il sole scalda, la primavera sembra carica di ogni cli­ché che la caratterizza, per non deludere le aspettative. I nostri discorsi sono intervallati da qualche proposito progettuale che rimane sospeso in una prospettiva di fallimento, chiacchiera­te di ore, come se lo stesso argomento potesse essere stupra­to per un così lungo periodo. A noi piace la ridondanza della storia. Del caffè rimane un’incrostazione, un cratere girato al contrario che dal bordo si restringe scivolando in una macchia sul fondo, una pozzanghera marrone con qualche granello più scuro. Ci si potrebbe leggere il futuro, se fossimo disposti a crederci.

Poco più di un mese fa mi ha chiesto in prestito uno scan­ner, aveva con sé un cubo di grasso animale, bianco, quasi trasparente se rivolto al sole. Spalmato sulla superficie vitrea attraversata dalla luce. Come fotografare la dimensione tat­tile di una materia organica lavorata per essere inghiottita e scomparire.

Nicolò Cecchella, Volto terra frammenti, 2013

In copertina: Irma Blank, Eigenschriften, 1968

è curatore e critico d’arte contemporanea con particolare attenzione al linguaggio fotografico. Dal 2010 al 2012 ha collaborato al CSAC (Centro Studi e Archivio della Comunicazione. Università degli Studi di Parma). Attualmente è direttore artistico della rivista d’arte contemporanea “La foresta”, direttore della collezione d’arte della Società Umanitaria di Milano, collabora con la cattedra di fotografia dell’Università di Parma e con il portale “ArtsLife”. Ha pubblicato con diverse case editrici tra cui Skira e Silvana Editoriale con cui nel 2021 ha pubblicato “9 racconti tra arte e fotografia”.