Barthes, l’indifferente

Roland Barthes entra in scena, soprattutto nella cosiddetta trilogia letteraria (Barthes di Roland Barthes, 1975, Frammenti di un discorso amoroso, 1977, La camera chiara, 1980), attraverso un’ideale porta duchampiana che mentre viene scostata si chiude su un secondo vano, nel quale, dietro la stessa unica porta, l’altro, lo stesso, ripete a specchio la medesima azione: scrivere, «attività profonda, in cui si impegna, superbamente e drammaticamente, un soggetto totale, alle prese con il linguaggio». Sulla scorta di Proust (cui dedica nel 1978 una conferenza al Collège de France in cui questo sentire si fa esplicito), l’ultimo Barthes parrebbe rivendicare la propria identità in una sottomissione della vita alla scrittura che si traduce non più in una biografia, ma in una bio-grafia, in una scrittura della vita. Del resto – osserva – «per chi scrive, per chi ha scelto di scrivere, non ci può essere “vita nova” se non nella scoperta d’una nuova pratica di scrittura».

La natura ancipite di Barthes, messa in luce efficacemente da Antoine Compagnon in La Troisième République des lettres (Seuil 1983), nel suo essere sistematica e soggettiva, dogmatica ed impressionista, metodica ed edonista, si presenta, in quella hesuchía che si apre fra la morte della madre e la sua propria «morte totale», priva di qualsiasi anelito di «felicità», perché – com’egli stesso dichiara – alienata da una coazione a ripetere il gesto d’una scrittura “transitiva” posta a servizio del pensiero e del discorso. Occorrerebbe mutare metodo. Ma non sarebbe bastevole eludere il «paradigma», in quanto giurisdizione del senso. Per illustrare «tutto ciò che schiva o manda a monte o rende derisoria la parata, la padronanza, la intimidazione» insita nella réseau delle determinazioni, ci si dovrebbe valere di uno scrivere nel quale si fa qualcosa: in cui si pluralizza il senso delle cose e lo si sospende. La preterizione d’ogni metadiscorso deve far luogo ad una pratica scritturale nella quale l’Io per primo si invola, rendendosi protagonista di una auto-tanatobiografia, in cui – ha scritto Louis Marin – «nello stesso momento, nello stesso luogo, un po’ prima, un po’ dopo, “io” nasce alla “sua” morte, “io” muore alla “sua” vita», e ad avanzare è un “terzo”, un “lui”, che occupa – si legge in una pagina del 1979 – il «posto del Fantasma, dell’Ombra» di sé.

Barthes e la madre negli anni Venti

Il corso dedicato al Neutro, tenuto al Collège de France nel 1978, parrebbe costituire l’“interstizio” nel quale s’aggira quest’Io impersonale, questa maschera autottica, che trascorre da un andito testuale ad un altro, da un repositorio di echi ad un altro, attraverso passaggi germinati dalla frequentazione di autori disparati, da Böhme a Hegel, dagli Scettici greci a Freud, passando per Michelet, Rousseau, Spinoza. La lessicalizzazione del Neutro «doveva» (la diatesi verbale sia quella dell’imperfetto prospettivo) declinarsi in una serie di letture, legate a una biblioteca non ragionata, né esaustiva, i cui phares sono colti per mezzo di una «rabdomanzia fantastica: io leggo, la bacchetta si alza: c’è del Neutro là sotto e in questo modo la nozione di Neutro si estende, si sposta, si modifica: e contemporaneamente io mi ostino e mi modifico». Perché il discettare del Neutro significa sempre attenersi a una parola «non ancora rappresa, presa alla e nella lettera» – come puntualizza Augusto Ponzio nell’Introduzione alla da tempo attesa edizione italiana del Corso –, ma significa soprattutto, per Barthes, provare a camminare, come l’Indifferente di Watteau, lungo «il filo tagliante del lutto».

Tra il momento in cui il tema del Neutro è stato scelto per occupare un ordine di discorso e quello in cui esso è stato approntato per l’esposizione, si è prodotto – dichiara Barthes decidendo di non tenersi più in riserbo – «un avvenimento grave, un lutto», sicché «il soggetto che deve parlare del Neutro non è più lo stesso che aveva deciso di parlarne». È, questo soggetto, alla stregua del protagonista del quadro di Watteau nelle parole di Paul Claudel (le si legge in L’Œil écoute, Gallimard 1990): in cerca d’un equilibrio tra il volo e la marcia, sospeso fra la partenza e l’arrivo, «metà cerbiatto e metà uccello, metà sensibilità e metà discorso, metà sfacciataggine metà rilassamento», incline a un voler-vivere prossimo a una «disperata vitalità», per la quale «la morte non è / nel non poter comunicare / ma nel non poter più essere compresi».

Roland Barthes a lezione nel 1977

Il corso sul Neutro aveva preso forma a Urt, dove Barthes, che era solito trascorrervi le vacanze, dall’ottobre del 1977, all’arrivo e alla partenza, andava a vedere la tomba della madre. Sebbene – annota nel Diario di lutto (traduzione di Valerio Magrelli, Einaudi 2010) – «arrivato là davanti non sapesse che fare». È questa stessa acedia a inficiare il «Progetto», La préparation du Roman (titolo ostensivamente preliminare pure del Corso tenuto a place Marcelin Berthelot, fra il dicembre ’78 e il febbraio ’80, edizione italiana procurata nel 2010 sempre da Mimesis, per le cure di Emiliana Galiani e Julia Ponzio), che avrebbe dovuto segnare l’ingresso nella «Vita Nova»: «Tutti i “salvataggi” del Progetto falliscono. Mi ritrovo senza niente da fare, senza nessuna opera davanti a me […]. Ogni forma del Progetto: molle, non resistente». Si è in stallo: in quella condizione di sospensione che Sesto Empirico definiva come stato del pensiero in cui non si nega né afferma nulla, e in cui sciamano le figure del Neutro: «il vuoto, la vacanza della “persona”, se non annullata almeno ridotta irreperibile, l’assenza di imago».

Persiste soltanto uno scrivere inteso come «estetica grafica» (l’espressione è tratta da uno scritto del ’76, ora raccolto nella silloge Cos’è uno scandalo, da poco pubblicata da L’Orma per le cure di Filippo D’Angelo), come sforzo muscolare della mano che agisce, si inclina, scorre su un foglio, così da farne lo spazio di un’arte: quella che fa godere dell’incisione d’una superficie vergine, in un verecondo e discreto coitus reservatus. Questa impennatura futile, che si muove sterile, non attingendo né inventando significati, ricalca il «fare denegato» consustanziale al Neutro, il suo essere libero tanto dalla forza «immobilizzante» e «funebre» dell’immaginario quanto da ogni «effetto di realtà». Non a caso un autentico «delirio tipografico» (quello di cui parlava già Queneau in uno scritto del 1938, ricordando come il romanticismo e le scuole susseguenti vi avessero trovato la materia da cui si potevano trarre fantasticherie e suggestioni) permea l’intero testo delle lezioni sul Neutro, fedele riproduzione – ricorda il curatore francese – di un manoscritto fitto, ma ben leggibile, che attesta la propensione di Barthes per un uso estetico della pagina, oltre che per un’erotica della parola che si dispiega in un lavoro di scavo e insieme di esplosione del significante: in un «scrittura bianca» con cui ci si patulla come, da infanti, si fa con quei «fonemi lattei» che sono i movimenti d’una suzione di «ciò che si ama dell’amore più personale, più raro, più delicato, più tenero».

La tenerezza, nei Frammenti di un discorso amoroso, era definita come quel sentimento grazie al quale «ci maternizziamo», ci rendiamo madri di noi stessi. Durante la malattia della madre, questa era diventata – scrive Barthes – «la mia figlioletta, era tornata a essere per me la bambina essenziale ch’essa era sulla sua prima foto». La foto molto vecchia (si apprende leggendo La camera chiara), dagli angoli sfrangiati e d’un color seppia smorto, era stata presa in un Giardino d’Inverno nel 1898, quando la madre aveva cinque anni. Guardandola, Barthes realizzava «la scienza impossibile dell’essere unico»: la possibilità di trovare la realtà viva di sua madre: la sua «anima, senza età, ma non al di fuori del tempo». Forse allora la tristezza inesprimibile sarebbe potuta diventare dicibile; ma a patto di constatare quella «impossibilità di dire ciò che è evidente» che costituisce il principio epigenetico delle «sfumature che insegna la letteratura» nel suo stato vestibolare, nel suo declinarsi al Neutro, là dove lo spessore della vita è dato, disteso, ma senza poter essere distrutto dalla Morte.

Roland Barthes
Il neutro. Corso al Collège de France (1977-1978)
edizione italiana a cura di Augusto Ponzio, note di Thomas Clerc
Mimesis, 2022, pp. 368, € 24

In copertina: Antoine Watteau, L’indifférent, 1717 ca., particolare (Musée du Louvre)

(Milano 1981) insegna filosofia della comunicazione e del linguaggio presso l’Università Pegaso di Napoli; ha svolto e svolge attività didattica e seminariale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e l’Università di Pavia. Studioso di filosofia moderna e contemporanea, è autore di numerosi saggi e studi monografici fra i quali: “L’oblio del linguaggio” (Guerini 2007); “Alla ricerca della fenomenologia perduta. Husserl e Proust a confronto” (Mimesis 2009); “Brice Parain-Impromptu” (ESI 2010); “Giuseppe e i suoi fratelli: dalla filosofia narrante alla rivelazione” (Editoriale Scientifica 2012); “Passaggio al vuoto. Saggio su Walter Benjamin” (Quodlibet 2015) “Monoteismo plurale. Teologia ed ecclesiologia in Schelling” (Il Pozzo di Giacobbe 2019). Ha curato l’edizione italiana di opere di Derrida, Baumgardt, Hegel, Maimon. Di prossima pubblicazione, presso Quodlibet, è “Filosofia dell’ombra. Tre saggi”. Giornalista pubblicista, collabora con diversi periodici.