La forma più radicale del relativo

«Tra gli esseri umani, si riconosce pienamente l’esistenza solo di coloro che si ama»[1], scriveva Simone Weil in un passo dei suoi Quaderni. Chiariamo subito l’eventuale equivoco: non si tratta di una frase romantica ma piuttosto di una enunciazione mistica. Riconoscere l’esistenza dell’altro infatti non significa semplicemente essere colpiti dalla sua avvenenza o dalla sua peculiarità ma, insieme a Weil, riconoscere che io non sono tutto e contemporaneamente lasciare spazio all’altro affinché egli esista.

Questa idea aiuta a introdurre la tesi sviluppata da Roberto De Gaetano nel suo recente saggio Le immagini dell’amore. Con un’aggiunta che però modifica profondamente la concezione dell’equilibrio amoroso: non solo l’io deve autolimitarsi per far sì che l’altro sia ma, affinché si dia amore, anche l’altro non dovrà mai coincidere pienamente con sé. Nel gioco dell’amore descritto da De Gaetano infatti si crea uno «spazio tra-due» in cui non si dà possesso dell’amato da parte dell’amante ma neanche assorbimento dell’amante da parte dell’amato. I due poli non preesistono alla relazione, a quel ‘tra’ che balza in primo piano come la forma logico-linguistica dell’amore. Senza collassare l’uno sull’altro, senza separarsi in due individualità irrelate, gli amanti sono capaci di sostenere il loro stesso non combaciare ognuno con sé e sono disponibili a rinegoziare costantemente la relazione di cui non sono che un precipitato.

Nella prima parte del saggio, l’autore ripercorre generi letterari e figure del pensiero che hanno colto o viceversa tradito questo ‘tra-due’, sviluppando la tesi che dà il titolo alla sezione: L’amore, una preposizione. Il ‘tra-due’ implica una rinuncia ludica a coincidere con sé, messa tradizionalmente in scena dalla commedia: «L’amore al fondo è un tema da commedia, anche se il racconto dominante è quello tragico», che schiaccia la relazione su uno solo dei due poli in gioco. A fornire il medium più adatto alla rappresentazione dell’amore non è l’imago (malinconica e unaria) ma la narrazione, capace di mantenere il ‘tra’ senza suturarlo a nessuno dei due termini. Il romanzo moderno e poi il cinema sono indicati da De Gaetano come le due grandi forme narrative capaci di metabolizzare commedia e tragedia offrendo un’immagine della disponibilità all’incontro propria dell’amore.

Nella seconda parte l’autore si sofferma su alcune celebri pellicole ponendo in risalto i meccanismi cinematografici che mettono in scena il gioco amoroso e i suoi fallimenti. L’uso non aneddotico né puramente contenutistico dei film citati risente della lezione di Gilles Deleuze sul rapporto tra cinema e filosofia[2], diffusa in Italia dallo stesso De Gaetano[3]. La filosofia, creazione di concetti, e il cinema, creazione di «blocchi di movimento/durata»[4], sono infatti per Deleuze due atti di creazione distinti e irriducibili che però si richiamano l’un l’altro e danno forma, in modi diversi, alle possibilità del pensiero. Ecco allora che, nelle pagine di De Gaetano, il mondo chiuso dell’appartamento dove si incontrano i due amanti di Ultimo tango a Parigi (1972) descrive il collasso del rapporto in una passione regressiva e violenta, incapace di accedere alla dimensione sociale del ‘tra-due’. O, viceversa, la relazione tra Monica e Henry in Monica e il desiderio (1953) di Bergman si snoda tra una fuga idealizzata dalla civiltà (la vacanza sull’isola dove il loro amore sembra assumere una forma idealizzata) e il brusco irrompere delle responsabilità e delle norme sociali (la gravidanza e la costruzione della vita familiare). Le due pellicole mostrano due modi opposti di uscire dal gioco del ‘tra-due’, cedendo a una passione mortale che annulla ogni distanza o piegandosi alle necessità sociali che irrigidiscono su posizioni inconciliabili i due amanti.

Ingmar Bergman, Monica e il desiderio, 1953

Non coincidere con sé

«Se amare significa anche amarsi, questo è vero perché essere-con l’altro è una scoperta congiunta a un essere-con se stessi. Che significa non coincidere mai totalmente con ciò che si è o si crede di essere». La condizione di possibilità dell’amore è la non coincidenza con sé che caratterizza l’esistenza umana. Questa tesi di antropologia filosofica è stata recentemente rilanciata da Paolo Virno nel saggio Avere. Sulla natura dell’animale loquace (2020), cui De Gaetano fa esplicitamente riferimento. L’essere umano, sostiene Virno, non è la sua umanità ma, in un certo senso, la ha, ne partecipa, non coincide con essa né la esaurisce. Tale condizione apre uno spazio di distacco da sé dove attecchisce quella possibilità antropologica fondamentale che è l’amicizia, nella quale scopro l’altro non per quello che è (illusione di un’amicizia basata sulla familiarità) ma per il suo con coincidere pienamente con sé (e, solo in questo, posso trovare rispecchiata la mia disaderenza a me stesso).

Nelle pagine di De Gaetano anche l’amore, sentimento apparentemente fusionale, viene interpretato a partire da questo non coincidere con sé. Il permanente distacco costituisce insieme la condizione e l’effetto dell’amore, che per accendersi deve porre i due in un equilibrio impermanente e insostanziale. L’amore comporta una smarginatura di sé, tanto precaria quanto irriducibile a un sentimento panico (quello che in più d’una occasione De Gaetano definisce «stato edenico di felicità»), o viceversa a un irrigidimento etico-istituzionale (il matrimonio). La distanza introdotta nel ‘tra-due’ amoroso comporta una disponibilità costante che rifugge dalle soluzioni semplicistiche, passionali o sociali, che tendono a riterritorializzare una relazione che per sua natura vive di ininterrotte oscillazioni. Non per il gusto dongiovannesco di un’infinita instabilità ma per rispettare la natura stessa dell’amore e della forma di vita in esso impegnata. L’amore è infatti relazione nel senso più radicale del termine e dunque non tollera di essere ridotto a un sentimento ondivago (le cui fluttuazioni tendono a interrompere il ‘tra-due’) né a una cornice di rispettabilità sociale. Dove prevale la sostanza (individuale o sovra-individuale), viene avvilita la relazione.

Friedrich Wilhelm Murnau, Aurora (Sunrise: A Song of Two Humans), 1927

Natura e storia

«Il modo esposto ed eccentrico in cui l’uomo prende le distanze da se stesso incontrando l’altro, è ciò che chiamiamo amore», scrive De Gaetano, suggerendo la costitutiva insaturabilità del rapporto amoroso. Da qui derivano alcuni corollari: scoperta di potenzialità ancora inattuate, rifiuto delle ‘scorciatoie’ che interrompono la continua negoziazione dell’amore, alterne vicende del rapporto amoroso lungo la storia. Questo ultimo aspetto è particolarmente approfondito nella trattazione di De Gaetano, che mostra come la natura preposizionale dell’amore si sia declinata in vario modo nelle diverse epoche storiche. L’autore passa in rassegna la forma mitologica della passione, l’emergere della coniugalità ellenistica sotto il segno della voluttà e della reciprocità, il divorzio tra passione e matrimonio che si compie attraverso la definizione dell’amor cortese, l’aspirazione a un ricongiungimento dei due poli con l’esaltazione settecentesca del sentimento, infine la fluidità dell’amore contemporaneo, erede della totalizzazione sentimentale romantica.

In questi, che possono essere letti come appunti per una ‘fenomenologia della Spirito amoroso’, si condensa un aspetto peculiare e ricorrente della teorizzazione di De Gaetano, vale a dire la tensione tra la natura del rapporto amoroso e le diverse incarnazioni storiche, più o meno adeguate, che esso assume nelle forme sociali date. Se da un lato l’amore «è un uso ludico della vita, guidato da regole che fondano un essere-in-comune del ‘due’», dall’altro «questo uso regolato […] varia da un’epoca all’altra, da un contesto geografico all’altro» (ibidem). Tale dialettica non si risolve sempre felicemente, dal momento che «non tutte le epoche si rendono disponibili alla commedia, che è il genere dell’amore», preferendo ad esempio la tragedia, come la contemporaneità dimostra costantemente. La ‘naturalità’ dell’amore si esprime proprio nella proposizione ‘tra’, la cui disamina costituisce al contempo un capitolo di filosofia del linguaggio e di antropologia filosofica (o, più radicalmente, di filosofia del linguaggio in quanto antropologia filosofica: tale è la posta in gioco quando si studia l’animale linguistico). Ma è proprio questa naturalità che si determina, in maniera coerente o conflittuale, attraverso la variabilità storica: come scrive De Gaetano a proposito di Aurora (1927) di Murnau, «si passa cioè da una storia che dovrebbe raccontare personaggi e sentimenti universali a una che mostra una situazione spazio-temporale determinata e concreta».

Universale e particolare, natura e storia costituiscono i poli messi in tensione dal fenomeno amoroso, il quale però, come si è visto, è per definizione lo spazio di un ‘tra-due’, irriducibile all’uno o all’altro termine. Una simile costatazione, apparentemente innocente, apre però a una riflessione sul rapporto tra natura umana e forme storiche – tra ciò che permane e ciò che muta – a partire dalla natura preposizionale dell’amore. Adottando le coordinate concettuali di De Gaetano, si può provare a interrogare ulteriormente questo rapporto tentando di trovare qualche indicazione proprio nella «forma più radicale del relativo» che è l’amore.

Uno spazio di gioco

Se ‘tra’ è la preposizione che fotografa l’ontologia e l’etica dell’amore, definendone l’essenza, questa forma logica dovrà poter essere rintracciata in ogni concretizzazione storica del rapporto amoroso, in maniera più o meno riuscita. Si daranno dunque casi-limite in cui l’amore diventa impossibile: il collasso di un polo sull’altro o l’indeterminata apertura del rapporto. Tutto ciò che è in mezzo, in diversa misura, può offrirsi come occasione – mai garantita – dell’incontro amoroso. Così anche il matrimonio, che invece De Gaetano individua come uno dei casi-limite in cui il gioco dell’amore viene meno. Ora, se si accetta la definizione dell’amore come ‘tra-due’, non si può escludere dal novero delle possibili cornici ludiche (sempre regolate) il matrimonio. A onor del vero De Gaetano recupera tale possibilità soprattutto nella forma del «rimatrimonio», teorizzata da Stanley Cavell a partire da alcune commedie hollywoodiani degli anni Trenta e Quaranta in cui i coniugi superano un momento di crisi ristabilendo su nuove basi il loro rapporto e giungendo infine a una rinnovata felicità matrimoniale[5]. Anche il matrimonio dunque si presta, come altre forme storiche, a essere spazio di gioco del ‘tra-due’ amoroso (e, in effetti, a guardar bene ogni matrimonio riuscito è a suo modo un «rimatrimonio»). Quando fa ciò, esso esercita proprio la sua funzione istituzionale di mediare natura e storia, senza lasciare che un termine elimini l’altro o che entrambi si dissocino definitivamente.

Non è un caso che nel modo in cui stiamo parlando dell’istituzione matrimoniale riecheggi il tratto preposizionale del gioco amoroso, questa volta applicato al rapporto tra natura e storia. Il matrimonio è uno dei modi di coinvolgere in un ‘tra-due’ i termini che, come abbiamo visto, danno luogo a una dialettica particolarmente evidente nella fenomenologia amorosa. Non l’unico modo, ma neanche la ‘tomba dell’amore’, come vorrebbe un trito luogo comune. Piuttosto, scrive De Gaetano, «affinché tutto questo accada non ci vuole solo la disponibilità ad accogliere il ‘nuovo’ di ciò che arriva, ma anche il coraggio di restargli fedele»: in quest’ottica, il matrimonio offre un possibile campo da gioco entro cui disputare una partita in cui non vince nessuno ma il cui obiettivo è il proseguimento del gioco.

Pensiero preposizionale

Indagine linguistico-antropologica e saggio di filmologia, il volume di De Gaetano mostra che cosa potrebbe essere una teoria delle preposizioni intesa come investigazione filosofica sulla forma di vita umana. In quest’ottica, non soltanto l’amore sarebbe una preposizione ma anche la gelosia, l’attenzione, la nostalgia, la contentezza, l’angoscia troverebbero la loro forma logica in altrettante brevi parole di servizio. In un simile progetto, il saggio di De Gaetano occuperebbe un posto di rilievo non solamente per l’affetto trattato ma anche per la preposizione chiamata in causa, particolarmente utile per spiegare il funzionamento del linguaggio.

Secondo de Saussure i segni che compongono una lingua ricevono il loro specifico valore non da qualcosa di intrinseco ma dal rapporto che intrattengono con tutti gli altri segni: «La loro più esatta caratteristica è di essere ciò che gli altri non sono»[6]. Di qui la natura negativo-differenziale del valore linguistico, che risiede interamente nel ‘tra’ che lega, distinguendoli, i segni. Strategica dunque risulta la ricerca sul ‘tra’, la preposizione che pare cogliere un aspetto distintivo del dispositivo linguistico: il suo non essere mai analizzabile in sostanze ma solamente in reti di relazioni. Un’indagine sul pensiero preposizionale aprirebbe dunque qualche orizzonte non scontato sul linguaggio e, di lì, sulla vita, gli affetti e le istituzioni di coloro che usano il linguaggio. Di questo ideale progetto, il volume di De Gaetano costituisce uno dei capitoli più rilevanti e originali.

Roberto De Gaetano
Le immagini dell’amore
Marsilio, 2022, pp. 120, € 14

In copertina: una scena da Ultimo tango a Parigi, di Bernardo Bertolucci, 1972


[1] S. Weil, Quaderni, volume II, Adelphi, Milano 1985, p. 234.

[2] G. Deleuze, L’immagine-movimento. Cinema 1, Ubulibri, Milano 1984; L’immagine-tempo. Cinema 2, Ubulibri, Milano 1985.

[3] R. De Gaetano, Il cinema secondo Gilles Deleuze, Bulzoni, Roma 1996. Sul rapporto tra cinema e filosofia in Deleuze, si veda anche D. Angelucci, Deleuze e i concetti del cinema, Quodlibet, Macerata 2012.

[4] G. Deleuze, Che cos’è l’atto di creazione?, Cronopio, Napoli 2010, p. 11.

[5] S. Cavell, Alla ricerca della felicità, Einaudi, Torino 1999.

[6] F. de Saussure, Corso di linguistica generale, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 142.

dottore di ricerca in Filosofia, è stato assegnista presso l’Università di Roma Tre ed è attualmente ricercatore presso il Centro di ricerca DISF della Pontificia Università della Santa Croce. Lettore presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo, insegna estetica e fenomenologia dei media presso il Quasar Institute for Advanced Design (Roma). Redattore per di diverse riviste scientifiche (“International Lexicon of Aesthetics”, “Lebenswelt”, “Rivista Italiana di Filosofia del Linguaggio”, “L’Inconscio”), ha pubblicato le monografie “La musica nell’estetica di Pareyson” (Il glifo 2013), “La chiave musicale di Wittgenstein. Tautologia, gesto, atmosfera” (Mimesis 2016) e “Il mistico. Sentimento del mondo e limiti del linguaggio” (ivi 2021). Ha curato l’edizione italiana del libro di Alain Badiou, “L’antifilosofia di Wittgenstein” (ivi 2018).