Pagine come pietre

Nell’ultimo libro di Silvio Perrella il titolo Petraio rimanda a un corpo ferroso, pietroso, dalla scorza dura e aspra. Il libro si presenta diviso in tre sezioni nominate “Tufo”, “Calcare” e “Pomice”, quasi un rosario della perdita scandito da prose brevi e fulminee, che del quartiere napoletano si fanno significato letterale, allegorico. Sì, perché nella restituzione sulla pagina di un quartiere pedonale fatto di salite e discese – “Petraio” appunto, particolarmente amato dall’autore durante la pandemia da Covid-19 – la città sale, si erge quasi a manufatto artistico, con le sue visioni larghe e ampie di orizzonti pieni di porti, navi, tic dello sguardo, senza mai far dimenticare il borborigmo quasi metallurgico della sua qualità più intrinseca. La citazione da Osip Mandel’štam, “La pietra è il diario impressionistico del tempo”, tesaurizza l’apparato psichico e emotivo del viandante, insieme autore e personaggio che compie un itinerario verso il basso e verso l’alto di una città, Napoli, che è sé stessa ma potrebbe essere un’altra.

Come posizionarsi, da narratore, a parlare delle città? La perizia topografica è premessa e promessa da disattendere, e del resto i maestri di Perrella sono tanti e diversi, in questo caso vanno citati Manganelli, Parise e Calvino. In queste prose-poesie le visioni dell’alto e del basso si mescolano, confondono, a ripartire una gerarchia dello sguardo impossibile da mantenere, ottenere, millantare. L’unico punto di fuga realmente accessibile, e unico motivo di conforto per non scivolare in una genealogia solo geologica o solo impressionista, è quello dei bàsoli, delle pietre appunto. In raccordo col tempo, questi impiantiti fragili non fanno che ricordarci il mondo naturale che l’uomo con tenacia tende sempre più a dimenticare e tralasciare: “nelle città metamorfiche i luoghi si avvicinano o si allontanano a seconda delle postazioni dello sguardo. A volte basta un battito di ciglia”; e ancora “nelle città metamorfiche ogni cosa si accosta all’altra in un dialogo infinito; è un parlottìo delle pietre che sorge spontaneo e bisogna attrezzarsi per sentirlo e decifrarlo e farsene idee non vaghe”.

Primaria forma di orientamento è il concetto di “porosità”, con tutto il suo metamorfizzare elementi architettonici, scale, ballatoi, finanche quella caducità dei giorni che mai come nell’immaginario napoletano integra e riassorbe alto e basso, miseria e nobiltà, riabilitazioni e discese irreversibili. Se è vero come affermava Walter Benjamin che la realtà può essere colta attraverso la compenetrazione delle varie immagini che la qualificano, in questo senso vanno lette e osservate le innumerevoli  scale che salgono e scendono in queste prose, gli orientamenti delle funicolari, i passi che si succedono sul selciato degli avventori del giorno – le porte delle funicolari a sigillare permanenze indubitabili e illusorie – “il punto di vista che si specifica attraverso un altrove: cosa c’è laggiù?” – e ancora tutto un gusto speciale per le finestre, gli affacci, le terrazze dello sguardo capaci di oscillare o franare sull’orizzonte, di coglierne le sue linee di separazione con il cielo anche attraverso la seconda natura che ci è concessa dall’accostamento all’arte. Dante, quindi, in primo luogo, con quel termine, “petraio”, che si incista nel Purgatorio, quello stesso Dante studiato da Mandel’štam come poeta “mineralogico”. Ma poi Anna Maria Ortese, Ghirri, Guccione e naturalmente Vincenzo Gemito, il cui scorfano in copertina è un esemplare inusualmente ricco di grazia e leggerezza: sospeso in una guerriglia alfabetica qualifica una resa grafica particolarmente ben riuscita, immersa in un rosa pallido che ancora una volta riconduce in qualche modo al colore delle pietre. Ma questa continua interdipendenza con le altre arti si esprime soprattutto attraverso la sequenza fotografica, Radure, di Antonio Biasiucci.

Mentre in un suo precedente iconotesto, Doppio scatto (Bompiani 2015), le immagini erano dello stesso Perrella, qui le sequenze del fotografo campano, noto per le sue immagini di città, si stagliano su fondo nero e fanno affiorare, come veri e propri reperti archeologici, dei faldoni mangiati dal tempo, rovinati e chiazzati dalla ruggine, a rappresentare una catalogazione del mondo presa a morsi, sbafata, quasi arricciata dal tempo stesso nei suoi numeri ordinanti e cataloganti. Questi contenitori di documenti appaiono così nella loro veste di reperti archeologici, dotati di una vera e propria numerazione misteriosa, dei “microliti” celaniani (presenti tra l’altro a chiusa del volume) che perdono la loro qualità di cellulosa per raggiungere una nuova natura, densa, lavica, magmatica. Sembrano infatti lastre solide, non agglomerati di carta. È questo l’effetto del tempo? Un indurimento dei lineamenti, dei volti, delle facce delle cose e degli oggetti? Particole create dall’uomo per l’uomo diventano, col trascorrere del tempo, quasi oggetti appartenenti di diritto ad altre aree semantiche: quella della geologia, dell’archeologia, della mineralogia, finanche (proviamo anche solo a immaginare la qualità minerale di queste vecchie pagine, a saggiarne al tatto le caratteristiche in termini di solidità più che friabilità). Tra l’altro Biasiucci collabora da diversi anni con l’Osservatorio Vesuviano e ha realizzato dei lavori sui vulcani attivi in Italia, come testimonia Magma (1998).

“Le città sono nate per tenere a bada la natura”, si legge ad un certo punto. E senza dubbio il rapporto tra le due sfere produce restringimenti, abbattimenti, scoramenti anche per l’essere umano che assiste alla derealizzazione dei due ambienti, sempre più artificiosamente integrati, danneggiati, violentati. Lo stesso procedimento e processo di infingimento si prova osservando le sedici fotografie di Biasiucci. L’aspetto più curioso è che al colpo d’occhio si potrebbe essere convinti di stare guardando proprio dei reperti tufacei, calcarei, o dei basamenti marmorei   recanti misteriosissimi numeri romani, in alcuni casi accompagnati da alcune sigle, lettere maiuscole. Ma tutto a un tratto, osservando bene, il tutto vira verso l’aspetto terracqueo della faccenda: le numerazioni si fanno quasi ondivaghe, le lettere curve, quasi tondeggianti, e addirittura il basamento rivela delle righe sottilissime, infinitesimali, nel verso orizzontale, e si produce un’idea di movimento prodotto, sembrerebbe proprio così, dal contatto con l’acqua. Come se lo spettatore precipitasse in profondità seguendo la scia di queste pietre dall’aspetto inizialmente preistorico, che piano piano mutano/tornano/trasmigrano in opere di carta (quasi pietra, nell’allucinazione dello sguardo: cosa viene prima, cosa viene dopo? L’originalità dell’opera o il suo adattamento negli occhi di chi crea, osserva?) sgranate nelle forme dal contatto con l’acqua, quello stesso mare di cui sono piene anche le pagine di Petraio

Gli “strati di città” contemplano infatti anche la presenza, l’assenza o la nostalgia del mare, portatore di oscurità e insieme di luce, una luce capace di essere assorbita e rilasciata in forme impreviste e inusuali: “Il tufo per tutto il giorno si è imbevuto di luce e di mare e adesso li restituisce screziandosi di un giallo che sa di zolfo”. Petraio è un libro che si interroga sul senso del tempo e sul significato del valore e della perdita, sul significato di ciò che siamo soliti chiamare alfabeto e dell’uso che facciamo del nostro alfabeto, quindi del nostro pensiero e della nostra capacità di presa sul mondo. Forse in questo momento storico siamo destinati a guardare le nostre costruzioni linguistiche e mentali come in apnea, a osservare confusi e dubbiosi le lettere piegarsi e mutarsi assieme ai numeri, come nelle metamorfosi di carta, inchiostro e pietra di Antonio Biasiucci.

Silvio Perrella
Petraio
con un inserto fotografico di Antonio Biasiucci
La nave di Teseo, 2021, pp. 383, € 25

Le fotografie che accompagnano il testo sono di Antonio Biasucci

(Roma, 1979) ha scritto “Adorazione” (Edilet 2009, prefazione di Emanuele Trevi), “Come le stelle fisse” (Empirìa 2014), “Ritmi di veglia” (Exòrma 2019, prefazione di Emanuele Trevi). Collabora e ha collaborato con quotidiani e riviste letterarie tra cui “l’Unità”, “il Riformista”, “L’Indice dei libri del mese”, “alfabeta2”, “Nuovi Argomenti” e “Belfagor”. Si è occupata di autori quali Sanguineti, Bachmann, Walser, Weil, Campo, Ortese. Suoi contributi critici e in prosa sono presenti, tra gli altri, nella riedizione del volume “Gruppo 63. Il romanzo sperimentale” (L’Orma 2013) e nell’antologia “Con gli occhi aperti” (Exòrma 2016).