Giacomelli e Burri, materie parallele

È in corso al MAXXI-Extra sino al 6 febbraio la mostra Giacomelli / Burri. Fotografia e immaginario materico, che con qualche variante riprende quella tenutasi a Senigallia dal 1 luglio al 26 settembre dell’anno scorso. Per la cortesia dell’autore riproponiamo quanto scritto, in quell’occasione, da Massimo Raffaeli.

Fu un’amicizia laconica, di silenzi e parole pronunciate in clausola a taciti gesti di intesa, quella tra Mario Giacomelli e Alberto Burri, amicizia de lonh nonostante un solo contrafforte dell’Appennino umbro-marchigiano dividesse Senigallia da Città di Castello. Si videro pochissime volte o nella officina di Burri o nella ingombra tipografia del centro storico di Senigallia dove il fotografo passava la giornata prima di salire sui calanchi dell’alta valle del Misa, tra i campi che per almeno due decenni ne furono gli ispiratori en hommage di Burri stesso, suo battistrada e silenzioso compagno di via come documenta la mostra itinerante ora a Palazzo del Duca di Senigallia. Si tratta di un buon allestimento proprio perché sobrio, di pezzi essenziali accompagnati e per così dire suffragati da una scelta di documenti, lettere, cartoncini di invito a mostre e dediche. Va anche detto che il testo a fronte è tutto dalla parte di Giacomelli che ab origine riconosce maestro l’artista umbro da cui otterrà, mutamente, pegni di riconoscenza e di fedeltà nei decenni successivi.

Giacomelli (1925-2000) nasce pittore nel dopoguerra di un gramo e provinciale neorealismo, perciò i sacchi insanguinati di Burri, insieme con i tagli di Lucio Fontana, producono in lui uno choc: smette infatti di dipingere e credere nella pittura mentre riconsidera i propri antefatti fotografici nel momento in cui intuisce che negare la mimèsi dall’esterno (didascalica, decorativa anche se al cospetto di miseria e dolore) implica un ripensamento della nozione di realtà e del connesso “realismo”. Il realismo fotografico di Giacomelli trentenne era peraltro un iper-realismo ovvero un realismo carico di pathos, scosso da spasmi in soggettiva e da violente tensioni espressioniste: è il caso celeberrimo delle sequenze all’Ospizio di Senigallia (in cui lavorava, da sguattera, sua madre), un groviglio senza luce di corpi vulnerati, stipati nella loro indigenza, ma è anche il caso del nero a lutto che dilaga tra le vie e le piazze di Scanno o infine, neanche a dirlo, nei terribili affollamenti di Lourdes dove pure l’immagine più dura, e talora necessariamente estrema, sembra ammutolire.

Alberto Burri, Grande Cretto Gibellina, 1985-2015, cemento, 86.000 m2, Gibellina, Trapani, ph.Alessandro Sarteanesi ©Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, Città di Castello

Burri deve aver fornito a Giacomelli l’avallo morale circa il fatto che la vicenda dell’uomo può essere interrogata in absentia. Qui non è solo o tanto questione di rivendicare l’informale o l’astratto quanto di sottrarsi alla superficie e calarsi nel crogiuolo materico. L’immaginario di Giacomelli è di un genio materialista che percepisce Burri alla pari di un invito o, anzi, di una liberazione dalle residue ipoteche neorealiste. D’ora in avanti i loro percorsi, nella totale alterità, saranno paralleli, come già testimonia la mostra giacomelliana del 1983 a Città di Castello al cui riguardo notò Arturo Carlo Quintavalle: “il Burri dei sacchi e dei cretti più di ogni altro, il Burri insomma che punta l’occhio sulla terra e le sue fratture, sulla durata delle materie e sul loro consumo. Credo che Giacomelli abbia compreso, di Burri, il senso più profondo, di meditata rappresentazione che caratterizza le sue opere, e credo che Burri sia indirettamente il maestro di Giacomelli, non perché abbia potuto insegnargli qualcosa sul piano delle tecniche ma perché gli deve avere suggerito la durata, il tempo dello sguardo”. La mostra di Senigallia interpreta correttamente la poetica di Giacomelli e infatti lo impagina non per singole immagini ma per sequenze, perché Giacomelli tende ogni volta al “racconto”, alla insistita variazione sul tema, ed è  disposto persino a liquidare singoli scatti anche “belli” pur di salvare la coerenza dell’insieme: alle due serie intitolate Storie di terra (anni sessanta-ottanta) e, poco nota ma stupenda, Motivo suggerito dal taglio dell’albero (1966-’68) si affianca, cronologicamente cruciale, la Presa di coscienza sulla natura che culmina nell’esplicito Omaggio ad Alberto Burri (1983). Del quale vengono esposti, con effetto speculare, gli otto Cretti del 1971, sette bitumi aggrumati e affogati nel nero però annunciati dal bianco ambiguo, evanescente, del primo della serie, mentre tra gli antefatti compare, di piccole dimensioni, un superbo Nero del 1951 (catrame, olio, smalto, cartone, vinavil su tela, dedicato a Nemo Sarteanesi, lo squisito acquarellista – di colori accesi e quasi gauguiniani – che fu intimo di Burri e, in quanto assiduo dal corniciao Angelini di Senigallia, propiziò l’amicizia fra i due maestri).

Mario Giacomelli, Presa di coscienza sulla natura “Pensando a Burri”, 1980, stampa vintage ai sali d’argento, 40 x 30 cm, Museo d’Arte Contemporanea “Ludovico Corrao”, Gibellina ©Archivio Mario Giacomelli

Tuttavia, pur essendo paralleli, i due percorsi hanno segno diametrale: Burri esce via via dallo sprofondo materico, evolve verso una più pacata ricezione del molteplice, viceversa Giacomelli sembra inabissarsi, se le antiche gramaglie di Scanno sono presto divenute dei neri metafisici, inquietanti, mentre la traccia degli uomini (quelli che ancora negli anni sessanta potevano animare prima il ciclo dei preti al Seminario poi dei contadini nella Buona terra) al presente appare senza direzione, un calco misterioso, cabalistico. Giacomelli vestiva immancabilmente di nero (spettro imprevisto alle dieci del mattino nei vicoli di Senigallia, la sua apparizione quotidiana al Caffè Centrale) e di nero parlava, stando alla testimonianza di suo figlio Simone, anche con Burri, quasi si trattasse di un “non-essere che allarghi l’orizzonte di senso e permetta alla ricerca di proseguire”. Il suo amico annuiva e infatti a chi gli aveva chiesto il perché non avesse mai ritratto lo stupendo paesaggio davanti a casa sua in Costa Azzurra pare avesse risposto di averci provato ma gli veniva sempre tutto nero.

Mario Giacomelli, Motivo suggerito dal taglio dell’albero “Paesaggio”, 1966, stampa vintage ai sali d’argento, 29,7 x 39,7 cm, dedicata ad Alberto Burri, Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, Città di Castello ©Archivio Mario Giacomelli

Giacomelli/Burri. Fotografia e immaginario materico
a cura di Marco Pierini e Alessandro Sarteanesi
catalogo Magonza, pp. 109, € 50

Questo articolo è uscito su «Alias» lo scorso 5 settembre

In copertina: Mario Giacomelli, Omaggio a Burri, s.d., stampa vintage ai sali d’argento, 29,7 x 39,7 cm, Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri, Città di Castello © Archivio Mario Giacomelli

scrive di critica letteraria su quotidiani e periodici, fra cui “il manifesto” e “Il Venerdì di Repubblica”. Collabora alle trasmissioni di Radio 3 Rai e della Radio Svizzera italiana. Ha curato l’edizione di autori italiani (fra cui Alberto Savinio, Primo Levi, Carlo Cassola, Mario Soldati) e ha tradotto alcuni classici della moderna letteratura francese, da Antonin Artaud, Jean Genet, Louis-Ferdinand Céline a René Crevel e Tony Duvert. Parte della sua produzione è raccolta in diversi volumi, fra cui “Novecento italiano” (Sossella 2001), “Bande à part. Scritti per ‘Alias’” (Gaffi 2011, “Premio “Brancati”), “I fascisti di sinistra e altri scritti sulla prosa” (Aragno 2014), “L’amore primordiale. Scritti sui poeti” (Gaffi 2016) e “Marca francese” (Vydia 2019).