Antonella Anedda, scendere in superficie

Quando è che una cosa diventa un’altra? Osservo la domanda che Antonella Anedda pone come titolo di una delle prose che compongono Geografie; il movimento di transizione da una cosa a un’altra, l’incertezza dello sguardo disorientato che si accorge del cambiamento quando ormai è già avvenuto. A questa domanda seguono una serie di interrogazioni che, scivolando da un oggetto a un altro, traslano anche lo sguardo di chi legge, muovendolo da una questione a un’altra:

Quando è che il mare appiattendosi rivela le tracce di un naufragio? Quando è che i detriti da lontano imitano il mare e diventano un mare? Quando è che un mare di rifiuti si trasforma nel deserto che sai? Distante ma non assente. Quando la parola discarica incontra nel tuo immaginario resti, morti, plastica e cibo, metallo e gas. Lo slittamento è da quando a quanto. Quanto ne sai quando sai? Poco, q.b. per scappare?

«Slittamento» è una parola chiave. Si scivola tra le prose di questo libro, lentamente, da un luogo a un altro, da un tempo a un altro, da un’immagine a un’altra, da un quadro a un altro, da una superficie a un’altra. Anedda traccia le geografie del proprio sguardo, ne segue gli spostamenti, si osserva vedere. Il pensiero muta come il tempo atmosferico, come la superficie dell’acqua del Tamigi che Roni Horn fotografa, come il riflesso sul vetro trasparente con cui l’artista costruisce le sue colonne d’acqua: «chi guarda» – scrive Anedda con in mente la Water Library di Horn – «vede i propri lineamenti perdersi continuamente modificati dalla luce».

Roni Horn, Water Library

È una lettura lenta quella di Geografie, perché segue uno sguardo che resta. Resta sulla pelle delle cose, osserva ostinato ciò che cambia. E cambia il pensiero. Nelle prose brevi raccolte nella Vita materiale Marguerite Duras annotava: «Oggi la penso così. Ma la penso così». È quell’«oggi» che sembra contare per Anedda, come contano le previsioni dei venti per chi si mette in viaggio per mare. Le rotte cambiano all’improvviso e la lingua segue il cambiamento, si adatta. I periodi sanno asciugarsi al punto da divenire soltanto congiunzioni: «Eppure.» Punto. La frase non prosegue, cambia rotta; non segna per forza di cose una nuova via, ma è l’appiglio per un nuovo giro di pensiero.

La strada è forse segnata da Amelia Rosselli, la quale compare anche in questo libro, nella lettura che Anedda fa di Diario ottuso. «Amelia Rosselli è il Pontormo della poesia italiana», osserva e annota lo stato della propria ottusità («Ottusa è una persona che la vita stordisce»). Negli Spazi metrici Rosselli racconta in questi termini la resa in versi delle sue esplorazioni di un pensiero che si osserva nell’atto di osservare:

Tentai osservare ogni materialità esterna con la più completa minuziosità possibile entro un immediato lasso di tempo e di spazio sperimentale. Ad ogni spostamento del mio corpo aggiungevo tentando, un completo “quadro” dell’esistenza circondantemi; la mente doveva assimilare l’intero significato del quadro entro il tempo in cui essa vi permaneva, e fondervi la sua propria dinamicità interiore.

È Amelia Rosselli a insegnare ad Anedda la pratica dell’I-Ching, la lettura dei mutamenti che intessono le prose di Geografie. I mutamenti accadono nello spazio, ed è sempre lì che avviene la muda della propria pelle («La muda avviene silenziosamente una tarda mattinata alla stazione Termini di Roma») nella consapevolezza, condensata nella “considerazione” d’apertura della prima prosa (intitolata appunto Considera), che «il tempo si consuma, lo spazio meno. Lo spazio si rinnova e non è vero che è vuoto».

L’attenzione per lo spazio emerge dalla lettura stessa dell’I-Ching:

Mutamenti
La disposizione delle monete, o degli steli fa leggere non un responso o una predizione, ma è una specie di indicatore dell’umore, dello stato d’animo e forse dei cambiamenti impercettibili meteorologici che attraversano il cervello e dispongono la giornata. Il segno Huan, dissoluzione, non ha nulla di macabro, anzi si concentra sulla dissoluzione delle nebbie interiori attraverso il paesaggio. La nebbia si dissolve sul lago, le nuvole si allontanano come le meschinità di ognuno di noi, quando riusciamo a vederle.

«Attraverso il paesaggio» Anedda segue la dissoluzione «delle nebbie interiori», la dissoluzione perfino dell’io, alla quale assiste guardando i quadri di Claude Lorrain. Davanti alle sue tele Anedda sembra sostare a lungo nelle sale dell’Ashmolean Museum di Oxford, nell’allestimento di una mostra intitolata The Enchanted Landscape. Il museo è il luogo dello sguardo amplificato: «Chi visita un museo ha diritto di esistere solo in virtù del suo sguardo»; attraverso «l’occhio-spugna» dell’artista (come quello di Monet che dipinge le ninfee), chi guarda sembra dimenticarsi di se stesso e di quello che resta fuori dalle sale, ridimensiona la portata delle vicende umane. Lorrain

Non dipingeva figure. Quelle che compaiono nei suoi quadri non sono sue. Le commissionava o le copiava da quelle di altri quadri. Così i suoi titoli “mitologici” sono un inganno. Enea aveva la stessa figura di Anchise, Patroclo quella di Paride: Lorrain era solo interessato al paesaggio. Il resto – e come non essere d’accordo? – era intercambiabile. Non è il paesaggio a fare da sfondo alle vicende umane, sono le vicende umane a stare nel paesaggio come sfondo della specie umana.

Claude Lorrain

In queste prose Anedda racconta il tentativo di «mettersi in viaggio con lo sguardo», l’incontro con le cose e con lo sguardo che le osserva. Chi legge ha la percezione che paesaggio e sguardo siano completamente fusi insieme, impastati, come i colori delle ninfee di Monet: «nell’interno climatizzato le ninfee sono più vere delle vere ninfee, più reali perché l’acqua ha impastato colore e sguardo quotidiano, disperato, ossessivo, esaltato, di Monet». La realtà è intensificata, l’io che la abita è diluito al suo interno, scorre come l’acqua: «Diluirsi o stare come acqua sui crinali. / Seguire un gatto».

Anedda annota in exergo a una delle prose una frase della scrittrice scozzese Kathleen Jamie: «Go to all the ends of all the roads and see what’s there», quasi un monito per quanti desiderino «diventare degli studiosi dello spazio», come fa la stessa Jamie in due libri non ancora tradotti in italiano, Findings e Surfacing, nei quali racconta le scoperte fatte semplicemente uscendo di casa e osservando ciò che la circonda. Oppure come fa Esther Kinsky, un’altra scrittrice citata da Anedda nelle Geografie, le cui parole aiutano per un momento a sgusciare tra le fessure dei pensieri affastellati: «Provare con una frase annotata da altri è confortante. Esther Kinsky: “muri lisci, cipressi neri” la storia che si racconta non sei tu». Nei suoi recenti romanzi tradotti in italiano da Silvia Albesano con i titoli Macchia. Il romanzo dei luoghi e Sul fiume, il ritmo della narrazione è scandito proprio dall’osservazione dei luoghi, capaci di far riaffiorare memorie oppure di «far passare il dolore in noi», come suggeriva Ernesto de Martino, mentre si attraversano i luoghi stessi anziché il dolore:

È vero come scrive Esther Kinsky, sola in una chiesa rumena: a destra le candele per i morti, a sinistra per i vivi. Alcuni si uniscono al canto che viene dall’iconostasi. Diventiamo quei suoni, raggiungiamo quelle voci, entriamo, scendiamo le note fino a un ipogeo della mente dove gocciola l’acqua di una cisterna, pling.

È un esercizio di perlustrazione della realtà e di sé stessi che rischiara, nel senso etimologico del termine:

Piuttosto che esplorare meglio il verbo perlustrare: non medico ma militaresco e in quanto tale confortante come sempre è la disciplina. Perlustrare ha una luce incorporata nell’etimo, si esamina rischiarando, si avanza nel territorio grazie alla luce. Perlustrare come i minatori, la loro luce incollata sul cappello, la discesa nel buio delle rocce.

Meg Webster, Cone of Water, 1989 (Collezione Panza)

La discesa è in superficie. L’importanza dell’interiorità è ridimensionata, tutto accade sotto ai nostri occhi. Sono infatti gli occhi, la singolare visione d’ognuno, a non permettere che l’io si annulli completamente. Nella Fenomenologia della percezione Merleau-Ponty constata come «tutto ciò che so del mondo, anche tramite la scienza, io lo so a partire da una veduta». La differenza tra spazio e luogo sta proprio nella “veduta”, nel proprio essere corpo che si muove nello spazio con i cinque sensi, come suggerisce anche Anedda («Meglio esercitare i cinque sensi: vista, udito, tatto, gusto, olfatto»), interrogandosi sul concetto stesso di “luogo”:

Cosa sono i luoghi? Come li portiamo dentro di noi? Come ci modellano la mente? Mentiamo ricordandoli, questo è sicuro, pochi secondi dopo averli visti.

Il geografo Franco Farinelli definisce il luogo come «un “campo d’attenzione”, la cui forza dipende dall’investimento emotivo di chi lo frequenta», differenziandolo dallo spazio. Se il luogo «è una parte della superficie terrestre che non equivale a nessun’altra», lo spazio è ciò che è perfettamente misurabile: «all’interno dello spazio tutte le parti sono l’un l’altra equivalenti, nel senso che sono sottomesse alla stessa astratta regola, che non tiene affatto conto delle loro differenze qualitative» (Geografia. Un’introduzione ai modelli del mondo). Anedda si muove tra spazi misurabili che sanno consolare o dare pace («Le carte geografiche danno pace come gli scheletri del deserto») e luoghi costruiti attraverso la propria “attenzione”, ovvero quella funzione, per dirla sempre con Merleau-Ponty, che rivela le cose, «come un proiettore illumina gli oggetti preesistenti nell’ombra». Anedda sembra modellare una materia di realtà che chi legge è pronto a riconoscere, e la compone con cura, come fa Christiane Löhr nei propri “paesaggi vegetali”, dove soffioni e pappi piumosi, fiori e erbe che attraggono lo sguardo dell’artista, sono disposti nello spazio formando costruzioni precarie e evanescenti, architetture ordinate e leggere.

Christiane Lhör

Si ha la percezione che un soffio, da un momento all’altro, potrebbe disfare e ricomporre tutto diversamente, ancora ed ancora, «il mutamento non è mai l’ultimo»:

Sgretolarsi significa lasciarsi erodere, sgretolarsi permette di coagularsi di nuovo.

Ricominciamo

Così si chiude il libro, o meglio, si riapre. Si ricomincia da capo. Come scriveva Rosselli a Pasolini a proposito del poemetto La libellula, «fine e principio dovrebbero infatti con­giungersi, se il poema viene letto scioltamente, intuitivamente». Si ricomincia, si rilegge, ci si perde tra le Geografie di Antonella Anedda, e l’impressione che si ha è di riemergerne ogni volta mutati.

Antonella Anedda
Geografie
Garzanti, 2021, pp. 168, € 16,00

Immagine di copertina: Claude Monet, Nympheas, 1897 (Musée Marmottan Monet, Paris)

vive tra Milano e Parigi. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Università della Svizzera italiana di Lugano con un progetto intitolato “Dare voce. Poetiche e pratiche di povertà nell’Italia del secondo dopoguerra”. È stata Visiting doctoral researcher presso University College London e ora è Visiting research fellow presso l’Université Paris Nanterre. Ha dedicato una monografia alla figura e all’opera di Amelia Rosselli: “«E se paesani /zoppicanti sono questi versi». Povertà e follia nell’opera di Amelia Rosselli” (Olschki 2019). È autrice di una raccolta di poesie intitolata “Diritto all’oblio”, in parte pubblicata nel “Quindicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea” (Marcos y Marcos, 2021).