Antinomie di Savinio

È l’inizio dell’estate del 1943, e di fronte alla prostrazione generale di un’Italia allo sbando, l’editore Valentino Bompiani deve fare i conti con le difficoltà dei suoi scrittori. Difficoltà materiali, certo, ma anche e soprattutto morali e psicologiche. Il paese, infatti, sembrava non vedere alcuna possibilità di uscire dal vicolo cieco di fascismo e guerra persa in cui si era rovinosamente cacciato. Così Bompiani ricorda nel suo Via privata, libro di memorie, vite e incontri e pubblicato nel 1973, i molti intellettuali che gravitavano attorno alla sua casa editrice, invischiati in un senso della fine imminente ma dai connotati faticosamente leggibili. La loro incertezza si traduceva negli stenti della scrittura, tra interdizioni pubbliche e autocensure private.

Tutti tranne uno. Bompiani ricorda come di fronte a queste discussioni, «Savinio pulisce gli occhiali e si mette a camminare: “Io non ho mai lavorato tanto come ora”, dice.” “È inutile, non riesco a essere infelice”»[1]. Fa eco a quella di Bompiani un’altra testimonianza, forse ancora più rivelatrice perché più intima, quella del figlio di Savinio, Ruggero, che sposta l’attenzione ai tragici mesi seguenti, quelli dell’occupazione tedesca, confermando come per suo padre, «è stato quello infatti, sotto il martello di Thor, il periodo più fecondo e paradossalmente più felice della sua vita creativa».

Queste testimonianze sono state raccolte e interpretate da Lucilla Lijoi nel saggio Il sognatore sveglio, corredate da un attentissimo e quanto mai necessario recupero e vaglio critico dell’imponente materiale dell’autore apparso su riviste e quotidiani nell’ultimo decennio del regime fascista, oltre che dei testi di conferenze pubbliche e altri scritti dall’archivio privato. La letteratura critica su Savinio è oggi cospicua ma incompleta, e le eccellenti edizioni Adelphi delle Opere coordinate da Alessandro Tinterri, tra cui in particolare vanno ricordati gli Scritti dispersi 1943-1952, curati da Paola Italia, sono tuttavia ferme al terzo volume. Lo studio di Lijoi si concentra sulla più vistosa lacuna nella bibliografia sul poliedrico autore, e non solo a livello editoriale. Gli anni dal ritorno di Savinio in Italia dopo la sua seconda esperienza parigina fino alla caduta di Mussolini sono infatti il periodo in cui lo scrittore non solo collabora, ma sposa con la sua penna la supposta missione civilizzatrice dello stato fascista, la sua pedagogia totalitaria. Sono gli anni controversi del consenso e l’eclettico, funambolico, sornione e leggerissimo iconoclasta autore di alcuni tra i più significativi libri del Novecento come i racconti di Casa «la Vita» o il saggio Maupassant e l’Altro, o il fantastico romanzo familiare Infanzia di Nivasio Dolcemare (ritratto di famiglia in cui a mancare è curiosamente proprio il fratello Giorgio de Chirico…), sostiene e promuove nei suoi articoli per quotidiani e riviste le «granitiche certezze» della nuova fede fascista.

Pur distinguendosi dalla più retriva propaganda, Savinio esalta della «nuova civiltà» – mussoliniana, imperiale e romana – la «verticalità centripeta» e la dirittura di pensiero di contro all’orizzonte senza forma e «centrifugo» delle democrazie settentrionali. Nel suo saggio Lijoi analizza come Savinio negli anni trenta elabori una serie precisa di immagini e contrapposizioni frontali che sostengano la necessità della pedagogia totalitaria e la creazione dell’«uomo nuovo» autarchico in opposizione a quelli che ritiene i fattori della decadenza dell’occidente: la democrazia, la borghesia, lo spirito analitico e razionalista, l’estetismo. Le sue argomentazioni per opposte dicotomie non sono uno sviamento passeggero, ma ritornano ciclicamente nei suoi scritti, dall’interessante esperimento della rivista «Colonna» (1933-34), pochissimo frequentata dagli studiosi ma centrale nello sviluppo del pensiero artistico di Savinio, fino alle terze pagine per «La Stampa» e al famoso articolo Il sorbetto di Leopardi, che valse la chiusura d’ufficio di «Omnibus» di Leo Longanesi su cui era pubblicato. Nell’articolo Savinio aveva ironizzato sui peccati di gola di una gloria patria come Leopardi, in un anno, il 1939, in cui il peccato di spirito e libertà espressiva poteva costare assai caro.

Come possono dunque convivere queste due fasi conseguenti e contigue in Savinio, il modernismo fascista degli anni Trenta e la quasi commossa libertà creativa e intellettuale degli anni della guerra? Come si spiega appunto l’eccezionale produzione degli anni quaranta, in cui Savinio pubblica tutti i suoi libri migliori (e rivaluta ripubblicandolo l’eccezionale avanguardismo del romanzo Hermaphrodito del 1919), e le sue eccezionali prose che aprono spiragli compiutamente “metafisici” sul linguaggio e l’essere dell’occidente e nell’occidente? In queste opere, Savinio affronta il mistero della morte, della negatività, dell’informe memoria, dei mostri del mondo borghese con pudore unico e ironia affilatissima. «Il periodo più felice» della vita creativa dello scrittore è anche figlio e nipote degli svariati cedimenti degli anni Trenta alla retorica della superiorità latina e della civiltà mediterranea, alla giustificazione dell’antisemitismo sul piano spirituale, alla contrapposizione tra tipi umani opposti quali «il dittatore e l’omosessuale» ­­– a ovvio detrimento del secondo.

Essenzialismo e riduzionismo sono aspetti paradigmatici dell’ideologia fascista e del suo estremismo politico, e Savinio con le sue contrapposizioni frontali, quali civiltà settentrionale-civiltà mediterranea, democrazia-dittatura, e successivamente anima classica-anima etrusca, ed infine Europa-Asia, perpetua nella sua pubblicistica uno stile di pensiero che risulta consustanziale, non alternativo, al «modernismo fascista». La sua è «una poetica che mostrava di partecipare con convinzione a quell’utopia palingenetica» che il fascismo, come ha scritto Fabio Benzi, ha rappresentato per tanti artisti italiani di indiscusso valore, quali Mario Sironi e Arturo Martini (fra l’altro collaboratori della saviniana «Colonna»).

Il guaio è che le ultime contrapposizioni menzionate, e in particolare «Europa-Asia», sono parte del serbatoio retorico del Savinio “politico” del post-fascismo. Il Savinio del saggio Sorte dell’Europa, accanto ad accensioni di straordinario acume ermeneutico, ed un sincero ed eclatante (siamo nel 1944!) rifiuto di un’educazione nazionale basata su modelli storicisti sentiti come avulsi dalla realtà, incamera anche nel conclusivo saggio Lo stato (1947), un elogio della «comunità sociale» e richiamo a Marx decisamente attento ai tempi, ma nella sostanza isolato e fatto entrare come di sguincio nell’aristocratico zigzagare del suo pensiero. Nonostante la strizzata d’occhio a Marx, Savinio non rinuncia alla sua logica oppositoria, conferendo valore politico alle sue dicotomie spirituali, e trasferendole su un piano sovranazionale e post-nazionale.

Rifacendosi all’Eric Auerbach di Mimesis, Lijoi fa acutamente risalire alla prosa di Voltaire la «tecnica del riflettore» che Savinio usa nel suo argomentare: «di tutto un ampio discorso si illumina una piccola parte, ma tutto il resto, che servirebbe a spiegarlo e a dare a ciascuna cosa il suo posto […] viene lasciato nel buio». Accertamento critico che è senz’altro d’aiuto nel valutare le contraddizioni di un’intellettuale come Savinio cosmopolita di nascita, di fama e di sventura, ma che ha tuttavia fatto del determinismo nazionalista una delle sue bandiere pubbliche negli anni del consenso. Spostando infatti il nostro sguardo dal particolare dello scrittore a un panorama ben più vasto, la modernità letteraria ha talvolta piegato e impiegato a fini politici, di palingenesi spirituale e sociale, tutte le tradizioni precedenti, razionalismo illuminista come espressionismo barocco, psicologismo e suo radicale rifiuto. In questo Savinio non è forse troppo diverso da altri grandi “compromessi” col fascismo della letteratura italiana, da Gadda a Pirandello a Ungaretti.

Negli articoli recuperati da Lijoi, Savinio arriva a conclusioni che possiamo oggi leggere quasi con ironia, se non avessimo alle spalle l’insostenibile fardello delle tragedie non solo del primo ma anche del secondo Novecento. Sentenze quali «Qui si scopre la ragione profonda dell’eterna nobiltà dell’Italia: mai ha voluto essere quello che non è», oppure «Nell’idea dell’eternità è contenuta anche l’idea del comunismo. Una mente veramente italiana è incapace di concepire l’idea del comunismo, perché è altrettanto incapace di concepire l’idea di eternità», possono essere forse salvate come discorso epideittico, ovvero che indica la strada da percorrere o meglio la meta ideale della comunità (e del suo capo). Ma solo con enormi dosi di indulgenza verso il loro autore.

In questi passaggi Savinio bella figura non fa, ma è in ottima compagnia. Non risulta di sicuro un’eccezione al proprio tempo anche se non può consolarci il sapere che altri hanno fatto di molto peggio. Tutta la propaganda della “missione civilizzatrice” del regime si rifaceva a considerazioni sfacciatamente di ordine morale, e gli scrittori italiani più intellettualmente acuti, da Debenedetti a Piovene, si sono adattati a questo schema retorico nella loro pubblicistica degli anni Trenta e Quaranta più in linea con il regime.

«Sarebbe dunque esistito un Savinio “fascista”?» si chiede Lijoi ad inizio del saggio. Piuttosto che «ricostruire il profilo di uno scrittore attraverso l’analisi delle scelte da lui compiute», conclude la studiosa, «mi sono chiesta in che modo il fascismo abbia influito sulla produzione artistica e sulla vita personale». Ben poco troviamo della vita personale di Savinio nel saggio della studiosa, che non è una biografia, neanche intellettuale, dello scrittore. Ma moltissimi sono i testi notevoli e finora sconosciuti presi in esame, mentre la profonda conoscenza della traiettoria artistica e letteraria di Savinio mostrata da Lijoi sono un’ottima introduzione allo spinoso argomento, finora evitato con imbarazzo dai critici, di come il fascismo abbia permeato la sua agenda estetica e civile.

Porre la domanda di quanto le scelte compiute durante il fascismo abbiano influenzato la produzione di Savinio è solo lo spunto fondamentale dell’informatissmo saggio di Lijoi (a cui manca però la non vasta ma rilevante bibliografia critica in inglese, a partire da Keala Jewell e del suo The Art of Enigma, 2004). È tuttavia anche la strada maestra per affrontare la questione del passaggio all’eccezionale stagione degli anni quaranta, dove Savinio tira le somme di un processo creativo cominciato anni prima, e spesso in concomitanza con la pubblicistica affiancata al regime.

Alla domanda sull’esistenza di un Savinio fascista rispondiamo «sì» senza troppi patemi d’animo, senza nulla togliere alla riconoscenza che dobbiamo allo scrittore come mente tra le più affascinanti e francamente argute della letteratura europea. Al contrario di un altro grande e clamorosamente sottovalutato scrittore Bompiani come Vitaliano Brancati, Savinio nel dopoguerra non sembra arrovellarsi troppo nelle colpe e responabilità del fascismo: la Schuldfrage non fa per lui. Certo è che dopo l’imponente mole di lavori portati alla luce e contestualizzati da Lijoi, l’immagine dello scrittore ne esce diversa, più lacerata, più instabile nella sua per nulla pacificata ricerca delle origini.

I lavori di Savinio degli anni Trenta sono ora imprescindibili, e gettano una luce diversa sulla felicità creativa acquisita da Savinio negli anni della guerra. Come se la farfalla avesse finalmente rotto la crisalide, l’impurezza della propria origine “levantina” non diventa più oggetto di scherno, repressione, denegazione nell’ordine posticcio del nazionalismo fascista. È nella propria riconosciuta impurezza che Savinio trova la felicità della propria creatività.

Le spie di questa nuova consapevolezza, sono esposte e allo stesso tempo occultate ad hoc proprio negli scritti critici dei primi anni quaranta. A Savinio, come la Natura in un frammento dell’amato Eraclito, «piace nascondersi». Nel 1939 ragiona nella rivista «Prospettive» su come «L’opera di purificazione non ha mai portato bene. La microfobia linguistica viene quando mancano le idee, la fantasia, il talento, l’ingegno, gli altri elementi che tutti assieme compongono l’alimento di una letteratura viva […]. L’azione imperiale, anche nella sorte della lingua, è doppia, centrifuga e centripeta».

Nell’agosto del 1940 pubblica invece un paradossale elogio di Pinocchio di Collodi, ma è sulle qualità del libro evidenziate dallo scrittore che conviene soffermarsi. Di Pinocchio, Savinio apprezza la «leggera profondità, libera dagli annunci, dagli avvertimenti, come ce l’avrebbe fatta scontare un Nietzsche». Il passaggio è cruciale per comprendere il cambio di rotta di Savinio. Ogni suo lettore non occasionale sa quanto Nietzsche sia per Savinio come Virgilio per Dante, in una selezionatissima compagnia in cui lo scrittore annovera Luciano, Voltaire, Stendhal, Eraclito e pochissimi altri. Vediamo invece cosa Savinio scrive ad inizio del 1943 proprio del filosofo di Efeso, proprio nell’anno da cui il nostro articolo prende spunto: «Eraclito, questo Nietzsche del presocratismo, diceva che Polemos (la guerra) è padre degli uomini, e per certa idiota inclinazione ad ammirare il “dinamismo” di alcuni pensieri, nessuno ha pensato finora a denunciare e a condannare quel pensiero dell’“oscuro” e isterico pensatore di Efeso come uno dei pensieri più immorali e mostruosi che disonorino il pensiero umano».

Per Savinio l’allontanamento dal modernismo fascista passa attraverso il distacco dai propri modelli di riferimento culturali: prima di tutto gli adorati Nietzsche ed Eraclito, sin dagli anni metafisici autori – per lui e per il fratello Giorgio de Chirico – alfieri della moderna sensibilità. Attraverso queste approssimazioni successive, e i testi commentati da Lijoi nel suo saggio, possiamo giungere agli straordinari ritratti che Savinio fa di Nietzsche nei libri scritti durante il conflitto mondiale. In Maupassant e l’altro si legge tutta l’astuzia del discepolo che reinventa il maestro sentendolo suo coetaneo, statua scesa dal piedistallo: «Federico Nietzsche ha rinunciato a quella ostentazione della violenza che egli praticava con le medesime ragioni perché l’adolescente si lasciava crescere da ambo le parti della faccia come due paraschiaffi due scopettoni, e avendo capito il falso, l’immorale, lo stupido soprattutto, lo “stupido troppo stupido” della volontà di potenza e della “filosofia del martello”, ha potuto dare il necessario sviluppo alla lirica tenerezza della sua anima di precursore dell’ermafrodito»[2].

In Ascolto il tuo cuore, città (1944), il ritratto di Nietzsche si fa invece commosso: «L’atto che dichiarò Nietzsche pazzo, è l’abbraccio che nell’inverno del 1889, in una via di Torino, egli diede a un cavallo. Ma quel cavallo Nietzsche non lo abbracciò da pazzo, sì perché aveva visto il carradore frustarlo a sangue. In quell’abbraccio è tutta la repressa passione di Nietzsche, tutto il bisogno d’amore lui non amato, tutta la sua pietà nonché agli uomini, ma agli animali, alle cose, all’universo, alle stelle: tutto il suo istinto di madre. Negli Uomini della Poesia, in questi uomini che sono assieme donne, in queste creature che sulla faccia visibile portano l’invisibile e ambigua maschera dell’Ermafrodito, è anche un misterioso istinto di madre; e tutte le cose essi le considerano con materna proprietà, come se le avessero generate»[3].

Come nel suo primo romanzo, l’attualissimo Hermaphrodito, Savinio proprio in questi anni ritorna con insistenza sulla mitica figura greca che assomma nel proprio corpo gli opposti. Uomo e donna, giovane e vecchio, l’ermafrodito di Savinio non elimina le dicotomie ma le incarna, la sua instabilità identitaria non lascia residui, non crea alterità. E proprio la figura dell’ermafrodito, in cui Nietzsche «rinasce», diventa l’antidoto creativo ai propri sistemi oppositori. È forse anche un implicito rifiuto delle giovanili infatuazioni per autori come Spengler o Weininger che tanto hanno condizionato il suo pensiero – e probabilmente la sua adesione al fascismo.

Il sognatore sveglio. Alberto Savinio 1933-1943 di Lijoi ha il grande merito di aver puntato i riflettori sul “represso” di Savinio, sul cono d’ombra che il totalitarismo fascista ha gettato anche sulla sua supposta leggerezza. È il punto di partenza per una riconsiderazione complessiva dello scrittore, sui chiaroscuri ma anche sulle abbaglianti luci della sua effervescente e ancora troppo sconosciuta opera.

Lucilla Lijoi
Il sognatore sveglio. Alberto Savinio 1933-1943
Mimesis 2021, pp. 336, € 30

In copertina: Alberto Savinio con Tamara Tumanova


[1] Valentino Bompiani, Via personale, Milano, Bompiani, 1973, pp. 178-180.

[2] Alberto Savinio, Maupassant e l’«Altro», Milano, Adelphi, 1975, p. 11.

[3] Alberto Savinio, Ascolto il tuo cuore, città, Milano, Adelphi, 2013, p. 13.

insegna come Assistant Professor presso il Bard College di New York, dove dirige il Programma di Italian Studies. È dal 2019 Fellow of the American Academy in Rome, e co-direttore della scuola estiva internazionale “The Cultural Heritage and Memory of Totalitarianism” presso la Sapienza. È autore di numerose pubblicazioni sulla letteratura e l’arte dal modernismo ad oggi e delle due monografie “Il cerchio di gesso. Primo Levi narratore e testimone” (Pendragon 2007), e “Curzio Malaparte, la letteratura crudele. ‘Kaputt’, ‘La pelle’ e la caduta della civiltà europea” (Carocci 2019). A breve uscirà il suo nuovo saggio “Against Redemption: Democracy, Memory and Literature in Post-Fascist Italy” (Fordham UP 2022).