Cattelan e l’incontro-scontro di due tradizioni

Se non ci fosse di mezzo Maurizio Cattelan, l’artista più ironico e provocatorio del sistema dell’arte contemporanea, l’opera Blind (2021) in resina nera, composta da un monolite e la sagoma di un aereo che lo interseca, potrebbe essere considerata come un maestoso memoriale riferito all’attentato dell’11 settembre nel 2001. Ma l’autore non si è solo appropriato di una immagine al contempo drammatica e potente, divenuta parte del repertorio iconografico collettivo (l’aereo che si schianta e taglia a metà una delle torri), per trasformarla in un’opera/simbolo sul dolore e sulla sua dimensione sociale. Blind pare contenere un enigma che accorpa più questioni e frizioni. Non sembrerebbe solo un memoriale dall’iconografia destabilizzante, che continua la serie di riflessioni rivolte dall’artista sulla storia e sulla morte, iniziata con le opere Untitled (1994), Lullaby (1994) e Now (2004), riferite al rapimento e all’esecuzione di Aldo Moro nel 1978, all’attentato di stampo mafioso al PAC di Milano nel 1993, e all’assassinio di John F. Kennedy a Dallas nel 1963, e con All (2007), scultura in marmo che rappresenta le sagome di nove cadaveri anonimi velati da un lenzuolo. Il monolite in resina nera opaca evoca anche la famosa copertina del “NewYorker” di Art Spiegelman, con le Torri completamente oscure. L’opera monumentale esposta nell’Hangar Bicocca amplia ulteriormente le tematiche del dolore e della morte, già sondate in passato, ed estende ulteriormente le sue domande terribili e ancora irrisolte.

Maurizio Cattelan, All, 2007, KUB Bregenz, ph. Markus Tretter

In una recente conversazione l’artista padovano racconta: «Avevo in mente quest’opera da diversi anni, ma la pandemia ha reso nuovamente visibile la morte nelle nostre vite: cerchiamo sempre di rimuoverla e di dimenticarcene. Siamo tutti proiettati al nostro benessere e ad allontanare qualsiasi tipo di dolore, come fosse solo un problema di medicina, ma forse per la prima volta dalla generazione dei nostri genitori che hanno vissuto la guerra, la morte è tornata a essere uno spettro quotidiano. […] Ero a New York il giorno dell’attacco alle Twin Towers e mi stavo imbarcando su un volo. Sono dovuto tornare a casa a piedi dall’aeroporto La Guardia. Ci ho messo ore e quello che ho visto mi è rimasto dentro. Erano scene terribili, apocalittiche, e continuo a portare con me il ricordo di quell’evento tragico che mostrava tutta la fragilità della nostra condizione umana. […] Certe immagini ed oggetti hanno un incredibile potere simbolico, sono così forti che assumono un significato più ampio e diventano evocative di tante cose, non solo di quell’avvenimento. In questo senso, prendere una certa distanza spaziale e temporale diventa un passaggio necessario per ricordare».

Ma il titolo Blind sembra anche fungere da chiave per aprire la porta che permette di entrare in altre questioni, più sottili e oscurate. A chi o a che cosa si riferisce il titolo? Cieco è ogni fruitore che non riesce a vedere e a comprendere il messaggio celato nella struttura totemica, che fonde per sempre in una unità il distrutto col distruttore? L’aereo ha la forma di un crocifisso e il monolito pare evocare la Ka’ba, ovvero l’edificio più sacro dell’Islam. Blind incorpora i simboli delle due religioni monoteiste, che adorano lo stesso Dio ma si combattono da secoli? La Ka’ba (o al-Kaʿba; in arabo: كَعْبَة‎, kaʿba, derivante dal sostantivo kaʿb, ‘dado’ o ‘cubo’), antica costruzione situata all’interno della Sacra Moschea, al centro della Mecca (in Arabia Saudita), è l’edificio più sacro dell’Islam, identificato come il primo tempio dedicato al culto monoteistico fatto discendere da Dio direttamente dal paradiso. È coperto da una kiswa, preziosissimo velario serico di colore nero, riccamente intessuto di lamine d’oro e d’argento, che riportano scritte coraniche. Nell’angolo est della Ka’ba è incastonata la Pietra Nera, ovvero un blocco minerale nero di probabile origine meteoritica. Si trova a circa un metro e mezzo d’altezza dal suolo. La Ka’ba è anche detta “scatola nera”, a causa del colore della kiswa che normalmente la ricopre. Secondo la tradizione musulmana, tutta l’area circostante l’edificio (matāf) sarebbe stato il luogo d’inumazione di un altissimo numero di profeti che avrebbero preceduto Maometto.

La Ka’ba

Con questi riferimenti e memorie che attingono a milioni di esistenze vissute in passato, mi pare che l’opera monumentale di Cattelan si spinga ancora più in là rispetto a quello che aveva voluto evocare con La nona ora (1999), la celebre e contestata immagine di papa Giovanni Paolo II travolto da un meteorite. All’epoca Cattelan era stato meno ardito e aveva scelto la figura del papa cattolico, con una trovata che era paragonabile all’azione di chi si mette a farsi burla di qualcuno sapendo che non ci saranno grandi ritorsioni pericolose. Un’azione che ovviamente ebbe molto successo e visibilità nel sistema dell’arte contemporanea e in quello dei media.

Maurizio Cattelan, La Nona Ora, 1999, Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi, Milano, 2010, ph. Zeno Zotti

Ben altra provocazione sarebbe stata la scelta di mettere il meteorite sul corpo del massimo esponente della religione islamica negli anni Novanta, l’Imam di quel periodo storico, o addirittura di Ruhollah Khomeyni, che negli anni Settanta e Ottanta era stata la Guida suprema dell’Iran, e che procurò molti problemi a chi osava criticare il fondamentalismo e certe questioni religiose del mondo islamico. Invece ora, nel 2021, Cattelan e i curatori hanno scelto di mettere il blocco scultoreo nero – il Moloch dell’11 settembre – nella grande stanza dell’Hangar Bicocca denominata “Cubo” (dalla forma del volume). L’enorme scultura nera, in cui si sono fusi simboli di due culture apparentemente contrapposte – la cultura occidentale con quella orientale, il cristianesimo (costituito da fedeli pari a circa 2.3 miliardi di persone, corrispondenti al 31% della popolazione mondiale) con l’islam (che ha circa 1,8 miliardi di fedeli, ossia il 23% della popolazione mondiale), storia e attualità, colonialismo e ribellione, etc. -, è racchiusa nella cella chiara, come se il rapporto tra nerezza e luminosità dovesse inevitabilmente innescare un cortocircuito o una scintilla o una ipostasi densa di interrogativi. La presenza monolitica nera è temibile e affascinante al contempo, emana il fascino di una forma e di una polisemia di significati contrastanti, una perfezione terribile che si è visivamente solidificata nella coscienza collettiva. La scultura totemica nera traduce in forma un misto di paura e attrazione. Orrore e fascino abitano in Blind, dove forze antagoniste continuano a muovere al contempo pulsioni primitive e spinte per la conquista del potere e della conoscenza, come nel monolite nero venuto dall’universo e caduto nella storia immaginata da Stanley Kubrick in 2001. Odissea nello spazio (1968).

La Ka’ba

Tornando alla scultura memoriale collocata nella cella cubica dell’Hangar Bicocca, già Boltanski anni fa aveva individuato la possibile relazione dell’opera in senso simbolico-sacrale nel rapporto con questo spazio, pervaso da una atmosfera simile a un luogo in cui si è condensato qualcosa del cieco fato.

Durante la preview Cattelan ha invitato a riflettere «sull’arte che affronta la creazione, la vita e la morte, in pratica gli stessi temi dall’inizio della storia dell’uomo. […] Temi che si intrecciano così con l’ambizione di ogni artista di divenire immortale attraverso il proprio lavoro. […] Ogni artista deve confrontarsi con entrambi i lati della medaglia: con un senso di onnipotenza e con il fallimento».

La distruzione del World Trade Center non è stato solo un attentato ma un evento paragonabile a qualcosa la cui ricezione investe il campo del rito, nella sua accezione più cruenta e ancestrale, come una performance rituale di impatto planetario.  E nel sacro deve essere ricondotto per essere compreso ed elaborato.

Nel 2001, Karlheinz Stockhausen aveva provocatoriamente definito l’attentato alle Torri Gemelle “un capolavoro cosmico”, “la più grande opera d’arte possibile in tutto il cosmo”, “il capolavoro di Luzifer”, che scatenò indignazione grazie anche a un utilizzo ad hoc montato dai media per indirizzare alcuni passaggi del suo discorso verso una modalità adatta a scioccare ulteriormente i telespettatori e creare audience. Cattelan ha tradotto in opera scultorea quello che intendeva dire il grande compositore tedesco? Ovvero che l’attentato dell’11 settembre è stata un’operazione assurda e maestosa, da trama cinematografica di film catastrofici, dove ancora oggi non si è certi di chi abbia scritto il copione, trama così curata nei dettagli e perfettamente eseguita, pensata interamente in funzione della sua dimensione visiva e consapevole delle regole dell’estetica della società di massa?

Maurizio Cattelan, Ghosts, 2021, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2021. Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano ph. Agostino Osio

Cattelan ha tradotto in forma plastica l’aspetto orrorifico della dimensione sacrificale, l’inesplicabile e la violenza che il sacro porta con sé.  I numerosi piccioni in tassidermia che sono disposti nella lunga navata dell’hangar “osservano” al buio i visitatori che si recano nella cella cubica. L’artista li considera “fantasmi” misteriosi e inquietanti – ancora una volta nel titolo dell’opera, Ghosts (2021),  è disponibile la chiave di lettura -, che a migliaia stanno dentro la stessa atmosfera e nello stesso spazio di curiosità e terrore.

Questi uccelli hanno un incredibile senso dell’orientamento e se liberati in un posto sconosciuto riescono sempre a trovare la strada di casa. Ma qui stanno tutti appollaiati e bloccati nella loro positura. Nell’hangar la loro presenza è caricata di ambiguità. Forse ci controllano. Non sappiamo se considerarli amici o nemici. E siamo avvolti dall’oscurità, fino alla visione della scultura Blind, torre impenetrabile e cieca, ombra tridimensionale, grattacielo che non tocca le nuvole ma sta silente nello spazio cubico. Nel lato opposto dell’hangar, un essere umano e un cane – scolpiti nel marmo bianco di Carrara e illuminati da uno spot  – stanno distesi uno di fronte all’altro, rannicchiati, come sagome bianchissime immerse nell’oscurità. Anche qui ci affidiamo al titolo (Breath) per immaginare che secondo l’autore i due soggetti stiano respirando.

Maurizio Cattelan – Breath Ghosts Blind
a cura di Roberta Tenconi e Vicente Todolí
Milano, Pirelli Hangar Bicocca
fino al 20 febbraio 2022

In copertina: Maurizio Cattelan, Blind, 2021, veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2021 Courtesy l’artista, Marian Goodman Gallery e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto: Agostino Osio

è critico d’arte, curatore e saggista. Dirige il museo temporaneo BACO (Base Arte Contemporanea Odierna), a Bergamo, dal 2011. Suoi saggi e testi critici sono apparsi in varie pubblicazioni edite, tra le altre, da Giunti, Silvana Editoriale, Electa, Mousse, CURA, Skinnerboox, Moretti & Vitali e Corriere della Sera. Scrive per Art e Dossier, Doppiozero e Atpdiary.