Patrizia Vicinelli, farfalla da combattimento

Patrizia Vicinelli nasce a Bologna nel 1943 e nella stessa città muore nel gennaio del 1991. A partire dagli anni Sessanta si afferma come voce originale e potente nel panorama sperimentale italiano e internazionale, pubblicando su diverse riviste (come «Marcatré»  e «alfabeta») e contribuendo a diverse forme di diffusione di poesia sonora originale («Baobab», «Futura»). La sua poesia visiva è stata esposta a livello nazionale (Milano, Venezia) e globale (San Francisco, Tokyo) ed è stata il fuoco della sua prima pubblicazione (à, a. A, Lerici 1967). Ha collaborato con Aldo Braibanti e lo ha difeso nel famigerato affair, portando l’esperienza teatrale in carcere (una versione originale di Cenerentola viene messa in scena a Rebibbia nel periodo della sua reclusione, con il contributo di diverse compagne di prigionia). Ha portato avanti, in molteplici vesti, collaborazioni con il mondo del cinema, soprattutto d’avanguardia, tra le quali spiccano i nomi di Alberto Grifi e Gianni Castagnoli. Nel 1979 pubblica, per Tau/ma, Apotheosys of a schizoid woman, una plaquette che viene seguita dal poemetto epico Non sempre ricordano (Ælia Lælia 1986), forse il testo più famoso (parzialmente tradotto anche in lingua inglese e francese), che dà anche il titolo alla più recente raccolta della sua intera produzione poetica a cura di Cecilia Bello Minciacchi. Non sempre ricordano. Poesia Prosa Performance, con un saggio di Niva Lorenzini e un’antologia multimediale a cura di Daniela Rossi (fuoriformato Le Lettere 2009) è purtroppo, a oggi, quasi introvabile.

Solo a trent’anni dalla morte si è riusciti a riportare Vicinelli in contatto con il pubblico. Per la città di Bologna, ad esempio, con i poster di parole e immagini dell’autrice creati da CHEAP, progetto di public art fondato da sei donne, e che per tutta la durata del mese di settembre ha aggredito lo spazio urbano con 19 bacheche. Similmente, un concerto di Paolo Fresu – a suo tempo collaboratore di Vicinelli – ha inaugurato una serie di incontri in memoria dell’autrice, a cura di Archivio Aperto che ha, allo stesso tempo, reso accessibili online alcune documentazioni, film, fotografie e altro (in parte ancora consultabili sul loro sito nella sezione dedicata).

Già nell’aprile del 2014, sotto la guida di Carla Subrizi, un gruppo di giovani curatori aveva allestito a Roma la mostra Patrizia Vicinelli. Una parola incorreggibile al MLAC, il Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Università «La Sapienza». Solo con l’inaugurazione dello scorso 11 novembre al MACRO, però, s’è avuto un vero e proprio riconoscimento istituzionale della figura e dell’eredità di Patrizia Vicinelli: rimettendo in luce la sua potente e sfrontata essenza poetica multiforme attraverso una varietà espressiva articolata secondo diversi generi e forme, elettrizzata da continue interferenze spesso indotte da una mescolanza attiva di estrinsecazioni.

Il titolo della mostra al MACRO, Chi ha paura di Patrizia Vicinelli, chiama in causa Ketty La Rocca che nel 1970 aveva pubblicato con la sigla Geiger un’opera dallo stesso titolo citando un dramma di Edward Albee, Chi ha paura di Virginia Woolf (reso celebre dalla riduzione cinematografica con Elizabeth Taylor e Richard Burton), che a sua volta rivisitava ironicamente la canzoncina «Who’s Afraid of the Big Bad Wolf?». La connessione tra le due opere non è forse immediata ma sicuramente apre a una riflessione: chi ha paura del lupo cattivo? Tutti, sembrava, quando Vicinelli era in vita e più la sua poesia e la sua vita si univano in una forma spietata di esistenza. E poi? Nessuno, perché – come anticipato da La Rocca – del lupo non si ha più notizia. Ed è questo che dovrebbe farci paura, la paura cattiva di chi non ricorda – come denunciava Vicinelli col suo titolo più esemplare, Non sempre ricordano – anziché la paura “buona” di vedere sbranate la normatività e l’assimilazione nella speranza di una liberazione totale del linguaggio.

Al centro della sala, due teche scandagliano il tempo confuso che spesso Vicinelli restituiva nei suoi scritti e nella sua mitopoiesi disinteressata, offrendo un appoggio per un’ideale cronologia della sua presenza nei luoghi del mondo della poesia attraverso la stampa degli inviti e le adesioni a eventi, readings, festival nazionali e internazionali. C’è ad esempio il verde accecante del primo numero di «alfabeta» (1979), che annuncia in copertina «Poesie di Patrizia Vicinelli e Patti Smith». Non a caso proprio Nanni Balestrini, fondatore di «alfabeta», in un’intervista rilasciata alla studiosa e poeta Jonida Prifti (consultabile online), raccontava che la primissima presenza di Vicinelli al penultimo convegno del Gruppo 63, a La Spezia nel 1966, l’aveva consacrata agli occhi dei presenti come «la star della serata».

Tra le altre testimonianze in forma di leaflet, spicca quella dello Studio Santandrea N.85, «Dieci operatrici per una scrittura poetica», piccola brochure della mostra che mette Vicinelli in relazione ad altre artiste sperimentali spesso ancora dimenticate, e le note pagine di Mirella Bentivoglio dedicate alla rassegna, da lei curata, Materializzazione del linguaggio (Biennale di Venezia, 1978). Lungo le pareti documenti affissi – tra pubblicazioni, dattiloscritti e appunti manoscritti – svelano quella fitta trama che vede la compresenza del segno semantico e non, composizioni grafiche a stampa e a mano, nella generale attitudine multimediale dell’artista.

Tra i materiali pubblicati esposti c’è à, a., A., dedicato all’amico «re» (come lo chiamava lei) e per molti aspetti maestro di ricerca Emilio Villa, e che Adriano Spatola recensì come tentativo di «neodisumanizzazione dell’arte, forse nella speranza di trovare e mettere allo scoperto le radici di un male che è vecchio quanto l’avanguardia» («il verri» 27, 1968). Accanto, l’altrettanto originale esperimento, più maturo, che è Apotheosys of a schizoide woman. Questo «pamphlet-collage» (Bello Minciacchi), stampato da destra a sinistra come un manga, dieci anni prima era stato composto da Vicinelli, col titolo Segni in esilio,nel movimentato periodo passato – soprattutto – a Tangeri, dove si era rifugiata per sfuggire all’arresto. Condannata per possesso di droga (meramente, due grammi di hashish) una volta rientrata in Italia, trascorse un periodo di reclusione presso il carcere romano di Rebibbia tra il 1977 e il 1978.

Con un titolo che richiamava un brano di grande successo composto dai King Crimson contro la guerra in Vietnam, «21st Century Schizoid Man», nella sua varia forma di collage di telegrammi, fotografie, stralci di giornale e calligrafia, Apotheosys of a schizoid woman si staglia ancora oggi nel panorama sperimentale come oggetto di riuscitissima commistione:

La parete dedicata alle prime poesie presenta alcune sezioni di autocommento autografo interessante soprattutto per i versi scritti nel febbraio e aprile 1962 (già accortamente riportate da Bello Minciacchi nell’edizione di fuoriformato), in cui Vicinelli ragiona sulla sua stessa poetica segnando un principio di creatività consapevole che rifiuta una tendenza liricista autoriferita, e poi ancora nell’autografo dell’ottobre ’62 in cui un disegno a penna e un appunto ci ricordano che «l’ansa del fiume è stretta e che tutti non riusciremo mai a passarci»: un monito che farà spesso eco nella sua poesia.

Una parete è dedicata ai materiali inediti, tra i quali dei soggetti (uno per fotoromanzo, uno per documentario) e un bellissimo photo-collage in tre parti; diverse carte astrologiche la cui colorazione manuale testimonia lo studio da parte dell’autrice portano istintivamente la mente al Tempo di Saturno, seconda parte del poema quadripartito I fondamenti dell’essere (scritto tra il 1985-1987). Come descritto da Renato Pedio nell’edizione a sua cura delle Opere di Vicinelli (Scheiwiller 1994), «ognuna di queste quattro parti è corredata da una riflessione-rifrazione sonora e-o fonetica. La parte seconda, Il tempo di Saturno appunto, riferisce anche una parte visiva che “svela” la modalità dell’analisi all’interno della struttura linguistica. L’episodio è particolarmente rilevante perché quella stessa parete di inediti mostra una riflessione sul nome proprio – PATRIZIA – in cui l’artista, attraverso la scomposizione dello stesso in segni e suoni, raggiunge altre parole di senso tramite anagrammi e rielaborazioni, destrutturando la sua stessa identità e declinandola varie volte:

Intanto la voce di Vicinelli segna con il suo singolarissimo timbro e la sua appassionata e frenetica enunciazione i passi di chi si muove nella stanza. Alcune esecuzioni e poesie sonore infatti riecheggiano nello spazio, sonorità in loop che mantiene sempre un grado di sorpresa e che sottilmente si insinua nel processo di lettura e decodificazione dell’immagine, coinvolgendo il visitatore in un’esperienza davvero verbovocovisuale che, pur non riportando alla realtà del “qui e ora” dell’atto performativo così importante nella poetica vicinelliana, instrada a una più multisensoriale ricezione di cosa è poesia.

Il video a doppio canale proiettato in loop, realizzato appositamente per l’occasione, presenta una selezione di testi al fine di mostrare l’engagement richiesto al lettore dalla performatività del testo, e in particolare il carattere epico della sua scrittura; il secondo video invece si concentra sulla presenza corporea di Patrizia Vicinelli e attraverso una manipolazione dei materiali raccolti e offerti da Daniela Rossi, concentrando spesso il fuoco sulle diverse parti del corpo coinvolte nella lettura, mette in comunicazione con la pagina la fisicità scattosa dell’artista.

Lasciata la mostra, possiamo portare con noi parte dell’esperienza raccogliendo il poster-leaflet in doppia forma e doppia lingua. Per la prima volta alcune delle storie per bambini scritte da Patrizia Vicinelli vi sono tradotte in inglese dalla poeta italo-americana Allison Grimaldi Donahue: «Da farfalle o si finisce con uno spillone nel cuore, nei musei, o, se si è molto rare, si è osservate negli esperimenti» dicono le farfalle amiche alla protagonista Vanessa, vittima di una prigionia che ricorda «la cattura della P.» da parte della polizia; una volta libera la «farfalla Vanessa» aprirà aprire a una a una le gabbiette e le celle in cui le altre farfalle sono imprigionate. Dello speculare sogno di liberazione totale auspicato da Patrizia Vicinelli ci rimane l’incipit del poema incompleto Quando Swanne vide come andava la sua vita, scritto negli stessi anni della Cenerentola messa in scena a Rebibbia:

A TUTTI QUELLI CHE STANNO CREPANDO NELLE GALERE E NEI MANICOMI CHE SONO TORTURATI REPRESSI OPPRESSI RICATTATI DEDICO QUESTO LIBRO

Chi ha paura di Patrizia Vicinelli
a cura di Lisa Andreani
Roma, MACRO, 11 novembre 2021-27 febbraio 2022

In copertina: Patrizia Vicinelli al festival Parole sui muri, Fiumalbo, agosto 1967

è ricercatrice FCT presso CEC (Centro de Estudos Comparatistas) dell’Università di Lisbona, dove porta avanti un progetto che esplora l'interazione tra tradizione e sperimentalismo nelle sue forme, espressioni, linguaggi e codici, con particolare attenzione alle implicazioni socio-politiche dietro la produzione femminile di poesia verbivocovisiva. Oltre agli articoli scientifici, poesie, prose, traduzioni, e contributi su letteratura, queerness, e femminismi sono apparsi su carta, online, e alla radio, sia in lingua italiana che inglese. Cura mensilmente, in collaborazione con due compagne, la newsletter femminista «Ghinea».