Romanzo dei Bombi

Domenica 12 dicembre 2021 dalle h 13 alle h 18 (e oltre) Xing presenta al Circolo Tennis Italia /Via Vighi 35, Bologna) il libro Peng X, una raccolta di segni, parole, discorsi e desideri che accompagna – come ogni anno, ma stavolta a posteriori – Live Arts Week (Bologna 19>27 giugno 2021), evento dedicato alle live arts che dal 2011 nel corso di dieci edizioni ha proposto un insieme eterogeneo di performance che ruotano intorno alla presenza e all’esperienza percettiva di corpi, movimenti, suoni e visioni.

In occasione della presentazione del libro, gli artisti della decima edizione, una scena italiana composta da generazioni di artisti e pensatori che insieme formano un’intelligenza collettiva, si ritrovano per
Peng on the beach, una lunga performance pomeridiana sulla sabbia di un campo da beach volley attraversata da micro interventi acustici e presenze performative autonome.

Live Arts Week. Gianni Peng X, giunto alla decima edizione, volge al termine nel giugno 2021. La settimana della performance, che dal 2012 ha avuto luogo a Bologna ogni anno all’inizio della primavera, sin dalla prima edizione si accorda al nome di una identità globalizzata e futuribile ma essenzialmente assente, che è Gianni Peng, un doppio nome tipicamente in uso tra i cittadini cinesi naturalizzati in Italia. Una specie di identità collettiva, o un luogo vuoto da riempire di potenziali soggetti giuridici, che comprende al suo interno la possibilità di immaginare un fluttuante paesaggio politico – fa la sua apparizione nella città. Ogni anno un autore diverso, un artista o un filosofo, sotto mentite spoglie o no, firma l’editoriale del catalogo, assumendo l’identità ibrida e illegittima di Gianni Peng, scoprendone parte di un piano segreto agente di soppiatto. Il progetto decennale è  viroticamente permeato da questa figura che non è tematica perché non “lega”, ma piuttosto è il punto di fuga, il dispiegamento di un orizzonte dei possibili. Peng è un pass par tout perché può guadagnare differenti accessi all’idea di un contemporaneo distinto ma multiforme.

L’identità composita, beffarda e leggera al contempo, di Gianni Peng, nella linea parabolica del festival, si è rivelata capace di tenere il passo e tenere assieme realtà performative di natura diversa  – in certi casi lanciando anche terminologicamente le live arts, o arti dal vivo, nel contesto di diverse scene italiane. Si converte un’idea astratta, come può esserlo quella di un meticciato occidente/oriente, in luoghi urbani concreti.

Prima di seguire un programma, il pubblico di Live Arts Week, negli anni, ha seguito un flusso pulsante, linee urbane convergenti in un centro e linee di fuga verso un fuori. Live Arts Week, dopo aver occupato, nei primi anni, molti luoghi della città storica, nel triennio 2016-18 converge “fuori le mura”, nel quartiere della Fiera, istallandosi nella Ex GAM, la Galleria d’Arte Moderna e nel Padiglione Esprit Nouveau, architettura abitazione/show room di Le Corbusier. L’edizione del 2019, riporta la direzione del flusso verso il centro, lasciandosi indietro il bordo urbano ed entrando nuovamente nella City, in alcuni luoghi, deputati all’arte o no, ma raramente aperti al pubblico “vivente” della performance.

Scorrendo il catalogo dei siti che Peng si è aggiudicato negli anni, si disegna una mappa che rende manifesta una delle cifre di Live Arts Week e dei sue curatori, Silvia Fanti e Daniele Gasparinetti, sotto il marchio unico di Xing. Lo studio preparatorio e catastale sui luoghi cittadini è il presupposto perché questi si trasformino in condizione di esposizione dell’opera, anche nel caso in cui il gesto curatoriale assuma la forma della committenza, una relazione negoziale tra le parti in gioco nella creazione che raccorcia radicalmente la distanza tra produttore e prodotto. La cura dell’evento culturale si contraddistingue per l’attitudine che costruisce e che richiede al fruitore.

L’edizione del 2020 si silenzia per pandemia producendo comunque il catalogo. Non stride la pausa di Live Arts Week che è sempre nell’evento, in una specie di ordine delle cose ampiamente previsto e atteso, se a essere votata è una soggettività astratta, ma verosimile e generata dal desiderio. Peng fa sempre quello che dice, esattamente come il performativo a cui da forma. Quando nell’edizione del giugno 2021 Live Arts Week si sposta nel parco di un quartiere periferico della città en plein air, la promessa è già compiuta.

L.A.

“too good to be true”
(Sigmund Freud, Un disturbo della memoria nell’Acropoli – in inglese nel testo)

Parco lungo Reno. Quartiere Barca, Bologna. Giugno 2021. In una estensione si accampa e mette stanza e tende Peng X, la decima edizione di Live Arts Week. Si acquartiera con tutto il suo seguito di ‘Fonditori’, così si sono ribattezzati i curatori e gli artisti che nei dieci anni hanno contribuito a fondare e fondere, e ora convocati alla composizione e preparazione delle forme, alla fusione e alla colata, nell’estensione: Michele Di Stefano, Cristina Rizzo, Massimo Conti, Gina Monaco, Marco Mazzoni, Canedicoda e Xing. Un quartiere generale dentro il quartiere.

Ora. Siamo all’incirca sul farsi del tramonto. La calura stagionale è giunta al suo parossismo. Così come i nostri corpi si sono accordati alla conseguente dilatazione del loro volume. Un consenso è in atto e non è politico, piuttosto segue il volgersi delle leggi della termodinamica, con tutte le conseguenze, stavolta politiche, in ragione di una massa che deve farsi luogo in uno spazio.

Il discrimine sembra giocarsi proprio sul gradiente di massa corporea messa in campo, unità minima di consociazione. Qui l’apparire l’uno all’altro è di per sé performativo. Assecondando tale assetto dilatato da una costituzione che detta le leggi dell’universo, i corpi hanno preso differenti alloggiamenti sui prati, sui sentieri e sul soglio del guado del fiume. Qualsiasi forma nello spazio che sia attracco e attacco corporeo basta a dare l’impressione di non derivare (nel senso di non servire una deriva, è intuibile che non sia questa la giusta causa da perorare, non ora perlomeno).

Tutto è esteso, non se ne sa niente. E tuttavia per quanti approdi possiamo immaginare in questa estensione, siamo circospetti e guardinghi, lo siamo anche se abbandonati sprofondiamo nell’erba alta. Da settimane Peng X, con la sua decennale auctoritas e dal nome ormai degno di entrare in un rango dinastico del qui et già lontanissimo oriente, ha disposto deroga al taglio del prato, una sorta di ‘stato di eccezione’ ambientale o naturalistico. Abbiamo tutti oramai esperito e introiettato l’ammonimento del terzo-paesaggismo a guardare con una certa indisponibilità e dissenso quanta tecnica si sia dispiegata nella storia umana per costruire macchine raffinatissime capaci di tagliare sottili fili d’erba. Protetti come siamo dalla coscienza di una evidenza atroce ascoltiamo con una certa leggerezza giocosa le voci che ci arrivano, a volte in diretta, sulle proteste della popolazione locale circa l’erba alta. Abbiamo un assoluto bisogno di mantenere la soglia alta della visibilità e bassa quella della memoria.

Il sole dunque sta per declinare – è il nostro unico punto di riferimento universale e l’ora non è mai la stessa – e noi distesi siamo nella posizione più favorevole a osservare, per assistere e cogliere, ciò che puntualmente avviene (‘adviene’), uno sciame compatto di insetti volanti si sposta raso terra a volo basso, mirando non occasionalmente i nostri corpi distesi. Ce ne sono ovunque e gli sciami sono numerosissimi. L’attacco, così per lo meno lo percepiamo all’inizio, dura il tempo del transito in cui il sole darà diritto di passaggio all’ombra. Poi più. Come se questo sciame marcasse il parossismo contemporaneo del corpo e del sole.

È difficile risalire a come si sia sparsa notizia o io abbia deciso che quegli insetti fossero bombi, imenotteri aculati della superfamiglia degli Apoidei. Bombus. Il nome è onomatopeico, evocativo della forma piuttosto tondeggiante del loro corpo (striato giallo-oro e peloso) e del loro cospetto impacciato. I nomi delle sottospecie sono ancor più evidenti ed ancor più evocativi, tra essi spicca Bombus confusus (o Confusibombi), sicuramente è lui ad abitare il parco.

Quella che sembrava un’incursione diretta a noi, in realtà è un volo confuso, quasi impedito. È l’evidenza di questo atterraggio ‘a corpo morto’ a mettersi in una singolare relazione con noi, con il seguito di Peng, la comunità alloggiata per dieci giorni sul fiume di una periferia suburbana. I lemmi dei dizionari di entomologia lo confermano, confermano la sottile alleanza che lo sciame ci solleva. Quando questo è ancora allo stato epidermico di una sensazione legata a questioni di comportamento ambientale, o forse meglio di sopravvivenza a una estensione – quella che per me è la faccenda più impellente – leggo che i Bombi sono insetti sociali che vivono in colonie, una comunità annuale e matriarcale che passa i mesi freddi in rifugi e cavità protette, sottraendosi ai rigori delle temperature invernali. I Bombi escono solo a primavera e cercano cibo nelle primissime fioriture, stabilendo inedite connessioni con i fiori (in lessico scientifico queste relazioni rizomatiche con il territorio si definiscono ’consociazioni floreali’). Tale precocità (sic nella letteratura scientifica) è considerata un affare speciale, in virtù del quale gli imenotteri Bombi vanno in avanscoperta, guadagnano una posizione avanzata, staccano gli altri insetti impollinatori e lasciano indietro le ben più autorevoli api. Un’ampia letteratura scientifica, tra le più vaste dispiegate in campo entomologico, si è prodotta a intercettare cosa è bombo e cosa non lo è. Una querelle che assume i tratti e i toni del dibattito sociale. Infine, qui trascrivo l’altra evidenza singolare, riguarda ciò che molti esponenti della comunità scientifica si chiedono increduli, e cioè come quel corpo siffatto e con ali così piccole e ridotte rispetto al volume corporeo, sia in grado di spiccare il volo. Le colonie di bombi si estinguono in autunno.

La questione, però, è perché tocchino noi. Ci vorranno molti giorni per affinare la vista, per allertare i sensi all’evento, per aggiungere e postare tracce personali, marcando a nostra volta il territorio. Il punto è la consociazione che si stabilisce tra noi e i bombi.

Cosa ci infastidisce e tocca maggiormente e con maggiore impeto? La massa? La concentrazione di corpi viventi e volanti?

Il rischio di essere toccati a tal punto da essere punti? Che lo sciame massivo abbia delle regioni o delle ragioni di comunità fuori dalla nostra zona di visibilità? (il sonno prolungato e i buchi dove passano l’inverno). Il peso lieve e pesante dei loro corpi? Quel buttarsi ‘a corpo morto’ apparentemente senza alcuna tecnica del corpo?

Se lo sciame mi interroga con tale impellenza, qualcosa si sta annettendo con il mio io, una deformazione. Mi è necessario acquisire altre informazioni, altri dati per far quadrare il cerchio. Per scoprire un dato comportamentale e uno di tipo comunitario. I Bombi sono insetti posti all’apice della scala evolutiva per il fatto di manifestare stupefacenti comportamenti di aggregazione e di organizzazione, attrezzati come sono per realizzare società dall’assetto complesso. Qui trovo una soddisfacente risposta ma è pur sempre parziale rispetto a ciò che percepiamo quando la notizia dei bombi comincia a spargersi per il parco di Live Arts Week, provocando una sensazione di grande stupore per la somiglianza, o aspirazione alla somiglianza, tra noi e i bombi. È chiaro adesso. Siamo al cospetto di una società ben organizzata, ma episodica e non- duratura. E c’è un’ora, un appuntamento, in cui noi siamo presi insieme dai membri di una comunità di corpi ‘a corpo morto’. Finito il tramonto la polis episodica scompare, o si inabissa.

Nei giorni dopo, tra gli abitanti provvisori di Live Arts Week, qualcuno sembra confutare la mia teoria sulla società dei bombi, eppure c’è chi ne è certo, e questo avviene laddove la fusione è stata totale e totalizzante.

Un’alleanza sotterranea si è stipulata tra noi e questi imenotteri e abbiamo l’impressione che questo possa in qualche modo essere la chiave della nostra presenza nell’estensione colonizzata da Peng X. È un caso di disturbo della memoria? O è uno di quei fenomeni davanti ai quali si esclama: “too good to be true”, come testualmente ebbe a dire Sigmund Freud davanti all’Acropoli di Atene.

Davanti agli astanti un’estensione senza sponde appare, e la possibilità di fondare città è pressoché infinita e innumerabile. Nel potenziale sta il politico. Altri corpi si abbatteranno o cadranno su di noi, altri tomi, ci saranno nuove occasioni. [Occasum può sostantivare indefinitamente il cadere, declinare, finire: ed è la medesima parola ad aver dato vita a tramonto e a occidente. Noi abbiamo cercato di farlo combaciare con un appuntamento quotidiano].

Siamo a una ricapitolazione, non poteva essere diversamente, perché qui Peng depone le armi e cede in vista di future possibili configurazioni da ripensare dopo avere sperimentato definitivamente lo stato di estensione delle live arts, aver fuso ogni spazio. Tutto è incline.

[Nota in limine: Gli strumenti che ho utilizzato sono quelli inerenti alla scena del sintomo. Nello specifico due testi di Sigmund Freud. Il primo è la lettera del 1936, Un disturbo della memoria sull’Acropoli, un saggio clinico autobiografico e autoanalitico. Il secondo è un frammento postumo, annotato nel 1938 pochi giorni prima della morte, che in italiano potrebbe volgersi così: la psiche è estesa, non se ne sa nulla.

La mia scrittura qui dà conto dell’evento anche nel caso in cui la memoria dei fatti fosse disturbata dalla diuturna presenza di uno sciame di imenotteri. Per apprenderne la morfologia e il comportamento ambientale ho voluto fare ricorso a studi entomologici.

In grazia di sopraggiunte connessioni con l’abitabilità di uno spazio, il lessico scivola anche nel campo dell’interrogazione su polis e democrazia. Infine. Un’immagine ha agito scissa, ma permanente. Quella di Hans Castorp, il protagonista della Montagna incantata di Thomas Mann, quando per giorni giace disteso a letto in quarantena con sopra il corpo pesanti e voluminosi tomi di anatomia del corpo umano. Un digesto sulla materia corporea che si chiude con un sogno, il vagheggiamento di un contatto.]

Live Arts Week è ideato e realizzato da Xing, organizzazione culturale con base a Bologna che progetta, organizza e sostiene eventi, produzioni e pubblicazioni contraddistinti da uno sguardo interdisciplinare intorno ai temi della cultura contemporanea, con una particolare attenzione alle tendenze generazionali legate ai nuovi linguaggi. Dal 2000 a oggi Xing ha presentato, prodotto o sostenuto a livello nazionale e internazionale oltre 1000 artisti, inventando formati anomali e piattaforme esecutive spesso inedite, connesse alle time based arts.

In copertina: Jan van Kessel, A still life study of insects on a sprig of rosemary with butterflies, a bumble bee, beetles and other insects, 1653

vive e lavora a Bologna. La sua ricerca si focalizza sulla vocalità, sui linguaggi performativi e su alcune forme irregolari dei linguaggi letterari. Lucia Amara è una teorica dell’arte scenica particolarmente interessata alla sperimentazione tra teoria e pratica. Con una formazione in lettere classiche, semiologia, arti sceniche e ricerche post-dottorali (DAMS Bologna, Università di Firenze, Paris VII con Julia Kristeva, Ecole des Hautes Etudes, con Georges Didi-Huberman, Scuola Normale Superiore di Pisa) ha svolto ricerche su democrazia antica, i viaggi messicani di Warburg e Artaud, la fisica del movimento, la glossolalia, il gioco d’azzardo, gli archivi della parola e della voce. Ha scritto saggi su Artaud, di De Certeau, Wolfson, Deligny. Nel 2005 è stata tra i critici chiamati da Romeo Castellucci alla Biennale Teatro di Venezia Tra le ultime pubblicazioni: Teatro Infantile. L’arte scenica davanti agli occhi di un bambino con Chiara Guidi; e Utopie Vocali di Michel De Certeau. Ha collaborato con artisti della scena europea tra cui Kinkaleri, Claudia Triozzi, Michele Di Stefano, Margherita Morgantin e Cristina Rizzo, con la quale ha progettato la performance di lunga durata Loveeee. Ha insegnato Teoria e Pratica della Performance alla Libera Università di Bolzano, e insegna da qualche anno Arte Drastica presso la Scuola Conia, diretta da Claudia Castellucci. Ha collaborato a riviste quali Art’o, Culture Teatrali, Doppiozero, e contribuito ai quaderni di F.I.S.Co. e Live Arts Week (Xing), proseguendo come ‘osservatrice implicata’ per questa decima edizione di Live Arts Week.