Talismano Stan Brakhage

Non può esserci amore supremo dove c’è anche paura.

Pensiero impopolare in un’epoca dove la paura, con le sue strategie e le sue retoriche, celebra un trionfo globale. Lo dobbiamo – questo pensiero tratto da un libro fuori catalogo da troppo tempo (Metaphors on Vision, 1960) – a un cineasta, sorta di lucidissimo scienziato pazzo dell’arte del cinematografo. Costui è Stan Brakhage, spina dorsale del cinema underground statunitense, avanguardista assatanato, sperimentatore che per fermarlo lo si sarebbe dovuto abbattere, fisicamente.

Circa 400 film in 50 anni di carriera. Nato a Kansas City nel 1933 e morto in Canada nel 2003, James Stanley Brakhage ha filmato di tutto con tutto ciò che la vita e la tecnologia gli hanno messo a portata di mano e di occhio. Questo one man movie ha fatto cinema con il corpo della moglie incinta, con la figlia che cianotica fuoriesce dalla vulva materna, con il proprio cane che marcisce, con le interiora umane, con superfici imbrattate di colori e umori, con il fuori fuoco e i cambi di fuoco, con graffi e altri maltrattamenti della pellicola, con le emulsioni, con lo sputo sulla lente, con il fascio di luce del proiettore. Brakhage ha fatto cinema con tutto e con niente. Il suo è un «occhio trasparente», per dirla con Ralph Waldo Emerson (Nature, 1836):«non sono nulla; vedo tutto», potrebbe essere il suo motto.

L’occhio di Stan Brakhage è un occhio senza paura. Curioso pulpito del coraggio, il pulpito bidimensionale di questo scultore temporale, in un’epoca dove schermi di tutte le dimensioni ci tengono sotto sequestro mentale per indottrinarci a uno spaventato isolamento. Ennesima riprova del fatto che i vecchi mezzi possono essere usati per farci vedere che il re è nudo, mentre i nuovi mezzi vengono di norma impiegati per rivestirle, le regali nudità, con accecanti armature. Conosciamo tutti la favola di Andersen I vestiti nuovi dell’imperatore, vero?

Stan Brakhage in fase di montaggio a Rollinsville, Colorado, 1978 ph. Sally Dixon

Uno dei maggiori atti di cine-coraggio firmati da Brakhage s’intitola The Act of Seeing with One’s Own Eyes edè il suo grande film sulla morte, dove morte non è il morire, che nel 1979 Wim Wenders avrebbe indagato nello splendido Nick’s Movie, bensì il post mortem, ossia il destino della nostra carneIn questi 31 minuti girati nel 1971 nell’obitorio di Pittsburgh, il filmmaker esplora la macellazione degli esseri umani. Lo fa con il disarmante candore e l’istinto pittorico che gli sono consueti, senza un grammo di dramma e nessun ossequio verso il tabù dei tabù. Alieno da tentennamenti, Brakhage rovescia e rovesciandola dissacra la vagina di un’anima sguainata in un altrove che non ci è dato conoscere.

L’atto di vedere con i propri occhi: il titolo viene dalla parola di origine greca autopsia, frutto del congiungimento tra l’aggettivo autós (se stesso) e il sostantivo ópsis (vista). Non fermandosi davanti a nessuna violazione organica, Brakhage realizza una delle più audaci autopsie del visibile a memoria d’occhio, uno dei più oltranzisti viaggi negli inferi del corpo umano, nell’ambito di quello che per qualcuno è anticinema e che io invece chiamo ultracinema.

Frames di The Act of Seeing with One’s Own Eyes, 1971

Guardare la morte negli occhi. È un eloquente modo di dire che però non corrisponde a verità. La morte non ha occhi. La morte è cieca. Gli occhi che ci guardano in cagnesco quando guardiamo la morte sono i nostri occhi, riflessi. La morte è uno specchio oscuro. Quel che scrutiamo nel corpo del morto è un’anticipazione della morte che intanto, dentro di noi, si porta avanti con i lavori. La sfida vera è allora fronteggiare la morte senza retrocedere né lasciarci impietrire dai nostri occhi che, attraverso di Lei, ci puntano e puntandoci ci pesano e pesandoci ci paralizzano. 

È la sfida checché cerchino d’inculcarci gli architetti mediatici della paura. È la sfida se – da artisti – desideriamo stabilire con la Scheletrente un dialogo creativo, un contatto profondo, magari proprio a partire dalla nostra più radicata paura. È la sfida se – da amanti – volessimo far entrare l’«amore supremo», se e quando busserà alla nostra porta, prima che si spazientisca e ci mandi a quel paese. È la sfida se – da viventi – ambiamo a toccare quella micidiale ghiandola trasformativa che è il fegato intossicato della vita.

In copertina: Stan Brakhage durante le riprese di The Act of Seeing with One’s Own Eyes all’Allegheny County Morgue di Pittsburgh, 1971 ph. Michael Chikiris.

è scrittore e cineasta. Libri recenti: "Ultraporno" (2021), "La mano bruciata. Scrittori, pittori, elezioni" (2021), "Un uomo con la guerra dentro. Vita disastrata ed epica di Sterling Hayden: navigatore attore traditore scrittore alcolista" (2020), "Nella grande sconfitta c’è la grande umanità" (con Michael Fitzgerald, 2020), "Mal di fuoco" (2016). Tra i film realizzati con Fabio Badolato (insieme sono la BaCo Productions): "Sbundo" (2020), "La lucina" (2018), "Il firmamento" (2012), "Beira Mar" (2010), "Le Corbusier in Calabria" (2009), "Jazz Confusion" (2006). Nel 2009 ha fondato le riviste "Rifrazioni. Dal cinema all’oltre" e "Rivista". Attualmente è redattore del "Primo amore" e collabora con "Antinomie". Insegna "Regia: poetiche e pratiche del cinema" presso la Scuola d'Arte Cinematografica Florestano Vancini a Ferrara e vive a Bologna.