Aberrazioni (non) marginali. Uno scorcio

… questo adiviene per non intendere la distantia
che vole essere da l’occhio al termine dove se pongono le cose,
né quanto l’occhio può in sé ampliare l’angolo con li suoi raggi. […]
perché i[n] quello termine l’occhio sença volgiarse vede tucto il tuo lavoro,
ché, se bisognasse volgere, serieno falsi i termini perché serieno più vederi.

De prospectiva pingendi, Piero della Francesca (I.30 – I.30.14)

Rinunciare al fuoco.

Ne parlavo con un amico, non molto tempo fa, e questo tempo ha molto a che fare con il fuoco (strana frase). Tempo senza alcun senso del futuro. Presente affollato di fantasmi, molti del passato, ma più ancora del futuro – alcuni sono personali, e molti, troppi altri, direi sociali, ma solo perché non trovo una parola migliore. Uno dei punti è che da un po’, da quando, intorno alla metà del secolo scorso, il numero dei viventi ha superato e forse doppiato il totale dei morti di tutta la storia dell’umanità, presente compreso, i fantasmi del futuro si sono moltiplicati sorpassando di molto, per numero e qualità di presenza, quelli del passato. E mai come in questi ultimi due anni il mondo è stato tanto infestato da questi spettri, che, nella maggior parte dei casi, sono di natura matematica, e vanno sotto il nome di modelli o previsioni o proiezioni o, più genericamente, studi; studi di fattibilità, di impatto, di resilienza (sic!) eccetera. Studi di questo e di quello, studi su qualunque cosa e tutti di natura matematica. Ma che cosa intendiamo con natura matematica? Ecco, ora dovremo dire perché!

Come da ragazzo, al gruppo parrocchiale del martedì: Se sì perché, se no perché. Cacciato perché dicevo troppo spesso no e non sapevo dire perché. Ma ormai, come si dice, sono troppo vecchio per queste cose.

Dunque il fuoco, il tempo e i suoi fantasmi, e la matematica, regina delle scienze in assenza di re, e totalitaria per definizione da tutti accettata. E visto che ci siamo, concentriamo il fuoco su una delle sue innumerevoli applicazioni: la prospettiva. Ruotiamo dunque il nostro punto di vista di 180° e guardiamo al passato, agli anni tra il quattro e il cinquecento, a quel periodo che va sotto il nome di Rinascimento – ma se si rinasce, è solo per ri-morire, non può essere altrimenti (non c’entra, anzi sì – forse più avanti). Fu nel corso del cosiddetto Rinascimento che la prospettiva, da uno dei tanti metodi di raffigurazione del mondo, prese il potere e divenne l’unico metodo di figurazione “legittimo”. Sono passato da raffigurazione a figurazione, perché se è vero che all’inizio il suo regime si impose solo in ambito artistico, che all’epoca era peraltro moltissimo più vasto dell’attuale, è vero anche che finì presto per imporsi anche a livello di pensiero (vedi Scuola di Marburgo), tanto da diventare “natura”, al punto che, non molto più tardi, la nostra stessa vista si è modificata, adattandosi alla griglia prospettica al punto che l’occhio tende a correggere, in automatico, senza che ci sia bisogno di pensarci, le curvature e aberrazioni varie che l’applicazione indiscriminata della visione prospettica porta inevitabilmente con sé[1].

Questa la prova fisica, ma rimaniamo nell’ambito del pensiero, che, salvo rarissimi casi, è sempre prospettico (proiettivo), specie in ambito scientifico, e approfondiamo dicendo che esso pensiero non solo è prospettico, ma, essendo l’asse della razionalità scientifica assoluto (e infinito) e sempre più chiamato in causa anche per regolare la vita di tutti i giorni, esso applica invariabilmente, tra tutte, la prospettiva centrale. Tutto ciò detto, non si può non constatare che, essendo il presente contratto al punto da avere ormai completamente perso il senso del futuro, e di conseguenza anche del passato, ogni proiezione temporale (modello), proprio seguendo le leggi della prospettiva, non può che produrre una quantità incontrollabile e incontrollata di aberrazioni marginali; e nel momento in cui questo modello (della realtà) viene effettivamente applicato alla realtà, esso non può che (ri)produrre le aberrazioni in esso contenute elevate alla x (incognita).

Aberrazione è termine tecnico, ben noto grazie alle fotografie, e sta a indicare la discrepanza tra l’immagine prospettica e quella retinica: la prospettiva piana proietta le linee rette in quanto rette, ma, essendo il nostro schermo convesso, le vediamo (percepiamo) come curve. Finché si resta nell’ambito del disegno, poco male, per evitare il fenomeno, basterà ricordarsi di evitare la distanza troppo ravvicinata, ma il pensiero, il pensiero è tutto un altro discorso. La concezione prospettica matematizza anzitutto lo spazio, e il tempo, in modo da poter analizzare (disporre) corpi e cose nello spazio-tempo, e restituire quindi il rilievo (dati) in prospettiva. E, come detto, chi potrebbe negare che, al presente, tanto lo spazio quanto il tempo non si siano drasticamente ristretti? La giusta distanza, quella cioè che permette di ridurre al minimo le aberrazioni, che già Leonardo raccomandava, non è più possibile, né sull’asse dello spazio né su quello del tempo.

Ora, date le premesse, andiamo al punto, ovvero al presente di questi ultimi due anni. La politica, ma in realtà l’economia, agisce sulla base di proiezioni, e, agendo essa nel e sul presente, la sua fame per così dire “proiettiva” è sempre più insaziabile; e queste restituzioni/proiezioni, le vengono più che volonterosamente fornite da una miriade di professionisti, formati e pagati per questo, sulla base di dati scientifici, ovvero matematici[2]. Le proiezioni che detti professionisti della proiezione forniscono, elaborate partendo da un punto di vista obbligatoriamente troppo ravvicinato rispetto alla realtà studiata (lo spazio/tempo, come sappiamo, si è contratto), proprio perché rispondono a precise leggi matematiche, non sono nella possibilità di evitare le aberrazioni marginali né di correggerle, se non in modo illusionistico,  ovvero “falsificando” i dati di realtà per far sì che detta realtà si avvicini il più possibile al modello aberrante – in sostanza, fanno l’esatto inverso di quanto prescriverebbe il cosiddetto “metodo scientifico”, e, anziché cercare nella realtà le prove di falsificazione di una teoria (per confermarla), cercano quasi esclusivamente quelle che la confermano (per non doverla negare). È perciò corretto affermare che le immagini (fotografie) della realtà che di volta in volta ci vengono restituite sono in massimissima parte (matematicamente) aberranti. A ciò si aggiunga il fatto che la stragrandissima maggioranza del genere umano, perlomeno in ambito occidentale, qualsivoglia sia il suo genere, e a prescindere dal grado di cultura, continua, in piena incoscienza, a pensare prospetticamente in un mondo in cui la prospettiva, come crediamo di aver dimostrato, è negata.

Non è dunque perché credo che la terra sia piatta, anzi, al contrario, proprio perché penso che sia sferica, che io riconosco ed eleggo l’“aberrazione” a cifra di lettura indispensabile a chiunque volesse perlomeno tentare di comprendere questi anni deliranti. 

A Basso Teresa, mia madre, che mi costrinse a iscrivermi al geometri.


[1] Nda: Volendo approfondire, si veda, tra gli altri: La curvatura delle linee nel tempio d’Ercole a Cori, di Gustavo Giovannoni. Secondo questo autore, grande esperto di prospettiva, “la nostra coscienza è tanto preparata alla divergenza tra il fenomeno prospettico e la realtà obiettiva, che in certo modo attua una sovracompensazione delle modificazioni prospettiche. In altri termini, la nostra coscienza, abituata a considerare giusto ciò che è obiettivamente errato, in molti casi sente come errato ciò che è obiettivamente giusto: colonne perfettamente cilindriche che, dal punto di vista fisiologico, sembrano restringersi verso l’alto, dal punto di vista psicologico vengono percepite come se verso l’alto si allargassero.” (cit. da Erwin Panofsky, La prospettiva come forma simbolica, …). E poi, per approfondire ancora, sarebbe opportuno leggersi qualcosa di ottica, e confrontare l’antica con la moderna – condensando: in quella antica i raggi ottici provenivano dall’occhio e si allargavano sul mondo; in quella moderna i raggi ottici convergono nell’occhio restituendoci il mondo (come se fosse nostro!) – ps.: restituire va inteso in senso tecnico: si restituisce un rilievo (misurazione) trasformandolo in un disegno. Tutto ciò inteso, si inizierà a rendersi conto di quanto possano ingannare, riguardo la percezione di una qualsiasi realtà, queste “compensazioni automatiche”.

[2] Nda: Non dovremmo mai, mai dimenticare, che la realtà cosiddetta scientifica non è la realtà, ma una sua restituzione basata sui dati: non è il mondo ma una sua rappresentazione, una proiezione, scientifica certo, ma pur sempre proiezione, e la sua realtà, ovvero natura, resta proiettiva nello stesso senso in cui lo è una ripresa cinematografica – e anzi, ultimamente, al di là dell’ottica, la natura artistica del cinema sembra aver contagiato anche i rappresentanti scientifici, ovvero i cosiddetti “scienziati”, che sempre più si affollano sulla scena, e, da bravi attori, si litigano il ruolo di protagonisti.

Nb.: non posso non ricordare che la radice della prospettiva è nel teatro: si veda: Agatarco (scenografo di Eschilo), Commentarius. 

Tutte le immagini che accompagnano il testo sono scatti di di Vitaliano Trevisan

(1960-2022) Consegue il diploma di geometra nel 1979. Libri: "Un mondo meraviglioso, uno standard" (Theoria 1996; Einaudi stile libero 2003), "Trio senza pianoforte, Oscillazioni" (Theoria 1998), "I quindicimila passi, un resoconto" (Einaudi stile libero 2002), "Standards vol. 1°" (Sironi 2002), "Shorts" (Einaudi stile libero 2004), "Wordstar(s)" (Sironi 2004), "Il ponte, un crollo" (Einaudi stile libero 2007), "Grotteschi e arabeschi" (Einaudi stile libero 2009), "Due monologhi" (Einaudi 2009), "Tristissimi giardini" (Laterza 2010), "Una notte in Tunisia" (Einaudi 2011), "Works" (Einaudi stile libero 2016). Ha recitato come attore al cinema (a partire da "Primo amore" di Matteo Garrone, 2003), a teatro e in televisione.