Della miseria simbolica. Stiegler e la digitalizzazione del mondo

“Oggi non è più minimamente il Web a costituire l’orizzonte della rete, ma sono le piattaforme. Facebook ad esempio non passa per il Web, il Web è eventualmente un punto di accesso per andare su Facebook, ma oggi la maggior parte della gente va su Facebook per cercare informazioni senza utilizzare il Web in quanto tale. E la finalità delle piattaforme come Facebook, Amazon e Google è quella di costituire un sistema di servizi integrati che soppianta il WWW e governa assolutamente tutto. La conseguenza è che hanno prodotto un nuovo modello economico definibile “data-economy”, nel quale le piattaforme guadagnano soldi convertendo tutte le informazioni in dati processabili. L’obiettivo di questi calcoli è vendere audience come all’epoca delle industrie culturali. La grande differenza rispetto al modello delle industrie culturali televisive e radiofoniche è che non viene venduta audience di massa ma comportamenti individualmente controllati. Quello che hai definito “microtargeting” è possibile perché si sono appropriati delle “ritenzioni”, ovvero quello che trattengo nella mia memoria di tutte le attività passate, e delle “protensioni”, cioè le anticipazioni sull’avvenire, quello che vorrei fare ecc. Tutto questo è passato sotto il controllo dei social network e può essere molto facilmente manipolato, per una ragione molto semplice, che è la seguente. I sistemi funzionano a una velocità milioni di volte superiore alla nostra nel trattare i nostri stessi dati. Se ad esempio interagisco con Google o con Amazon, per cercare un articolo o comprare un libro, Google ha dati sui miei comportamenti da più di vent’anni, ed è capace di processare queste informazioni con metodo statistico e calcoli delle probabilità 3 milioni e 100 mila volte più velocemente di me. Un data center infatti funziona a due terzi della velocità della luce nelle sue analisi, mentre il mio sistema nervoso funziona a una velocità di conduzione di 60 m/s. Quindi il sistema va più veloce di me, mi precede e conseguentemente mi prescrive i comportamenti.”

Leggendo questo breve estratto da un’intervista di Stefano Simoncini a Bernard Stiegler si ha il sentimento preciso di incontrare il pensiero di una mente di una lucidità impressionante. Ma, per coloro che hanno avuto la fortuna di studiare a lungo l’opera di Walter Benjamin, sembra anche di trovarsi di fronte a un déjà vu, ovviamente traslato nel tempo. L’analisi del lento ma progressivo slittamento di un processo di liberazione, in seguito a un’innovazione tecnologica, verso un processo di controllo, dovuto al dominio di quella stessa innovazione da parte delle grandi imprese capitaliste, ripercorre, con grandi somiglianze, la traiettoria della speranza messianica benjaminiana incarnata dalle potenzialità dei mezzi di riproduzione tecnica dell’opera d’arte (nel suo caso, fotografia e cinema) nella prospettiva di una democratizzazione della cultura, sullo sfondo di una trasformazione politica della società. Benjamin riteneva, negli anni Trenta, che il cinema potesse portare le masse a incontrare il mondo dell’arte, liberando l’estetica da una dimensione puramente decorativa e apologetica del potere (l’estetizzazione della politica, messa in atto dai regimi totalitari) per condurla verso un’inedita dimensione politica (la politicizzazione dell’arte).

Quando Stiegler, settanta anni dopo, e dopo la lezione di Deleuze e Derrida, di Simondon e Debord, di Foucault e Baudrillard, aprendo La miseria simbolica, ci invita a pensare al fatto ineludibile che la questione estetica sia oggi una questione essenzialmente politica, non per le banalità sociologiche da artista impegnato alla Ai Weiwei, ma proprio perché l’epoca iperindustriale di digitalizzazione del mondo ha ridotto l’intero esistente a immagine; ecco, Stiegler, sintetizzando e portando ai suoi esiti finali quasi cento anni di pensiero critico sul fenomeno di vertiginosa evoluzione tecno-industrial-virtuale delle nostre società, persiste nel rivendicare l’esigenza di un ripensamento radicale dell’estetico che permetta di far apparire una nuova possibilità di appropriazione della crescente trasfigurazione del mondo in immagine o, detto con terminologia più attuale, della sua digitalizzazione. Il mondo-immagine, che già Heidegger aveva indicato come l’esito dell’epoca della tecnica, diviene ora, per noi, un mondo digitalizzato e perennemente a portata di sguardo: un metamondo, come ben ha intuito uno dei più perspicaci tra suoi ideatori, Mark Elliot Zuckerberg.

Stiegler analizza, indaga, si interessa ai media-data, alla data-economy, ai grandi algoritmi, alla cibernetica del desiderio, ai processi di “discretizzazione”, ai processi di condizionamento delle scelte, alla psicometria, alle più diversificate forme di neuropotere e a molto altro ancora. Stiegler non porta in sé alcuna ingenuità; è ben consapevole della miseria simbolica a cui destinano i processi di industrializzazione della cultura, per usare una terminologia adorniana. Ritiene, anzi, che, proprio perché i processi non sono più, ora, solo di industrializzazione ma di iperindustrializzazione, siano ormai entrati così capillarmente in ogni meandro dell’esistente da diventare processi di neurocontrollo che distruggono, a partire da logiche di puro marketing, finalizzate alla vendita di prodotti di massa standardizzati, il fondamento stesso di quel narcisismo primario (l’amore per la propria singolarità o unicità) che è alla base di ogni possibile sentimento di un noi (non si possono amare gli altri, in quanto esseri unici, se non si ha la capacità di amare prima se stessi, in quanto esseri singolari). La miseria simbolica è messa in atto attraverso questa autoriduzione dell’individuo a una serie di processi di identificazione in immagini di consumo, veicolate dalle grandi piattaforme che governano il web. Immagini standardizzate, modelli di vita preconfezionati, ai quali l’individuo si autosottomette alla ricerca di un’identità, inevitabilmente, seriale e quindi alienante.

Credo che, soprattutto in Italia, l’opera di Stiegler debba ancora essere scoperta e valutata nella sua portata epocale. Sicuramente, da freno ha fatto una terminologia, a volte, criptica e uno stile non immediatamente trasparente. Ma, soprattutto, credo che, in Italia come altrove, debba ancora essere del tutto pensato come Stiegler abbia delineato, senza tregua, come sottolineano anche prefattori e postfattori de La miseria simbolica, forme di resistenza e di invenzione all’interno della società del controllo digitale in cui claustrofobicamente sembriamo rinchiusi, ormai quasi inconsapevoli dei suoi confini.

Bernard Stiegler era un uomo capace di stare, simultaneamente, dentro (direttore dell’Ircam) e fuori (la scuola da lui fondata presso la sua casa di campagna a Épineuil-le-Fleuriel, nella valle della Loira) dal sistema. Intellettuale tra i più fini della sua generazione comprendeva l’importanza, anzi la necessità, di ricercare nuovi modi di reincantare il mondo, forse anche passando proprio da dove il digitale veniva meno, dalla presenza vivente. Eppure, Stiegler non ha mai ceduto allo sguardo nostalgico, a inutili forme di neoluddismo. Ha sempre pensato che la tecnica fosse un farmaco e, come ogni farmaco, dovesse essere usato con cautela, nelle giuste quantità e con le giuste avvertenze. Compito della politica era, nella sua visione, quello di limitare la tossicità del farmaco e incrementare la sua funzione terapeutica, elementi di cui la tecnica, lasciata alla mercé dell’economia, si disinteressa completamente.

Chi ora legge queste mie parole è dentro al mondo della miseria simbolica, probabilimente arriva a questo articolo per mezzo di Facebook, di un’altra piattaforma o di un browser magari di Google o altra impresa, da cui è, proprio in questo istante, profilato e controllato in quanto consumatore potenziale, in quanto produttore/prodotto di processi di digitalizzazione e di riduzione della sua esistenza a semplice dato da lavorare per mezzo di potenti algoritmi. Ma il fatto che stia leggendo proprio queste parole mostra anche che, al fondo dell’abisso, si aprono possibilità di luce. Forse sono solo fuochi fatui. Può essere. Forse tutto è già stato travolto; forse il web, nato per dare voce alle singolarità, è ormai una macchina strutturata solo per profilare nuovi consumatori. Forse ci stiamo smaterializzando, stiamo diventando il prodotto di algoritmi di cui ignoriamo tutto ma che sanno tutto di noi.

Mi viene da pensare a Bernard Stiegler, con il suo sorriso malinconico, nella sua casa di Épineuil. Me lo ricordo bene. Lo vedevo tramite una webcam perché io ero a Lisbona e lui mi aveva gentilmente permesso di partecipare ai suoi seminari. Era primavera. Credo fosse il 2012. Si respirava il vento di un pensiero potente e pieno di speranza. Sulla soglia della mia memoria, il viso di Bernard si sovrappone a quello di Walter Benjamin e il cerchio si chiude.

Non sprecare
questa flebile
forza messianica.
Il vento d’aprile
sulla guancia del fiore,
il tuo viso
nella distesa del prato –
Non sprecarla.

Bernard Stiegler, La miseria simbolica. 1. L’epoca iperindustriale
Introduzione e traduzione di Rosella Corda
Apparati conclusivi del Gruppo di ricerca Ippolita e di Giuseppe Allegri
Meltemi, 2021, pp. 164, € 16

In copertina: Gerhard Richter,Familie Schmidt, 1964, olio su tela, cm 125 x130 (particolare)

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni” (SE, 2016), "Il silenzio dell'arte" (Sossella, 2021) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).