La città dall’erba nera

Si può catturare e imprimere su carta quel che non possiamo vedere? Tale contraddizione sarebbe apparente se le immagini fossero la registrazione visibile di una calamità invisibile, come nel caso dei fotogrammi di Anaïs Tondeur raccolti nel libro di Michael Marder Chernobyl Herbarium: La vita dopo il disastro nucleare (trad. it. Donatella Caristina, collana Sguardi e visioni, Mimesis Edizioni, 2021). La prima edizione, pubblicata in lingua inglese nel 2016 in occasione del trentesimo anniversario dell’esplosione del Reattore 4 della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, contiene trenta fotogrammi accompagnati da altrettanti scritti del filosofo Michael Marder. Quest’anno, a trentacinque anni di distanza dal fatidico 26 aprile 1986, esce l’edizione tradotta in italiano che conta cinque nuovi testi e immagini, rendendola così una pubblicazione più aggiornata.

In parte autobiografia, in parte conversazione filosofica e in parte opera d’arte, il libro nasce dal fatale incontro di Marder con Tondeur presso il CNES (Centro Nazionale di Studi Spaziali) di Parigi, quando l’uno lavorava sul concetto di Drawing the Invisible e l’altra sulle Mutations of Visible. Ma è nell’ottobre del 2015 che la curatrice d’arte contemporanea Inês Cardoso mostra a Marder gli studi fotogrammatici di Tondeur che, proprio in quel periodo, stava leggendo Preghiera per Černobyl’ di Svetlana Aleksievič. Il puzzle sembrava completarsi e due giorni dopo il libro era già in elaborazione.

Il vivaio tipico delle grandi stazioni, persone che corrono freneticamente per salire o scendere da qualche treno, l’odore delle torte, del pollo fritto e dei sottaceti venduti da anziane signore. È con questo ricordo che si apre Chernobyl Herbarium, un ricordo apparentemente insensato se non fosse frutto della memoria di un giovane Michael Marder che a sei anni, in quel 26 aprile, si trovava a  bordo di un treno proveniente da Mosca diretto ad Anapa, città a sud della Russia in riva al Mar Nero. La vita sembrava scorrere normalmente, ma a qualche centinaia di chilometri di distanza l’impensabile stava accadendo.

“È questo il vero significato di un evento: – scrive Marder – accade senza che ce ne accorgiamo, accade, cioè, come se non accadesse, confinato nella cosa stessa, sì, nella cosa stessa che nondimeno ci include, ci avvolge, ci unisce in assemblea, senza chiederci consenso”[1]. E così il nemico invisibile di cui i cittadini dell’Unione Sovietica vennero a conoscenza solo il 30 aprile quando il principale quotidiano, la “Pravda” (“Verità”), pubblicò un breve articolo confermando le voci sul presunto incidente nucleare, aveva trasformato Prypjat da atomgrad o “città atomica” a ground zero.

Anaïs Tondeur, Specie ignota, fotogramma su carta, 2011-2016. Livello di radiazione: 1,7 µSv/h

L’atmosfera, l’aria, l’acqua, il suolo, le piante, gli animali, gli uomini: tutto sembrava esattamente uguale sebbene tutto fosse radicalmente mutato.

Pochi istanti sono bastati per intrappolare Prypjat, per renderla una città fantasma dove lo scorrere delle lancette si è interrotto, dove tutt’a un tratto il futuro è andato irrimediabilmente perduto. Nonostante la presenza delle scorie nucleari, la natura ha sfidato la metafisica di Prypjat tornando a impadronirsi, poco alla volta, di tutti gli spazi che un tempo le erano stati sottratti. Marciapiedi, piazze, edifici e strade vengono inghiottiti dalla forza famelica delle piante, proprio come nella  Zona descritta da Andrej Tarkovskij in Stalker, dove le tracce dell’essere umano sono quasi del tutto scomparse tra la vegetazione contaminata.

Nella zona di esclusione le piante non possono più essere considerate come semplice verde, ma diventano la manifestazione stessa del vivente. Grazie all’incredibile forza di resilienza e alla rapida capacità di adattamento sono riuscite a mutare le proteine come mezzo di protezione contro l’alto livello di radioattività. È un dato di fatto, però, che se insetti e microrganismi non torneranno e non ripristineranno la loro attività di trasformazione della materia vegetale, la crescita sarà a rischio. L’erbario diventa quindi una capsula del tempo che conserva luci e ombre di una materia vegetale un tempo viva e ora sfibrata e fragile.

Anaïs Tondeur, Linum usitatissimum, fotogramma su carta, 2011-2016. Livello di radiazione: 1,7 µSv/h

Usando la tecnica del fotogramma – letteralmente linea di luce – Anaïs Tondeur raccoglie la traccia di una presenza semplicemente ponendo il corpo della pianta su una lastra fotosensibile poi esposta a una intensa fonte di luce. Ogni immagine viene etichettata con il nome della specie vegetale e i livelli di radiazione emessi nel processo di trasferimento (ad esempio “Linum strictum, fotogramma su carta, 2011-2016. Zona di esclusione, Chernobyl, Ucraina. Livello di radiazione: 1,7 µSv/h”), come se fosse un modello di visualizzazione spettrale per l’agricoltura perduta da tempo nella zona di esclusione.

Dal fondo scuro emergono puntini di luce non definiti, raggruppati a formare fiori, foglie, steli e radici. Alcune delle piante che Tondeur immortala sembrano totalmente cambiate, come il Thesium humifusum che normalmente cresce piatto e aderente al terreno, ma che a seguito delle radiazioni sembra annodarsi e curvarsi su se stesso. Altre invece, come il Linum usitatissimum, non sembrano aver subìto nessun cambiamento esteriore seppur intrinsecamente mutate.

In una lotta tra negativo e positivo i fotogrammi di Tondeur mostrano l’aura radioattiva di questi corpi contaminati, come quelli umani e animali, da radioisotopi artificiali, come il cesio-137 e lo stronzio-90.

L’esperienza dell’artista sul territorio contaminato si è sviluppata grazie all’intermediazione del team del biogenetista Martin Hajduch che, dal 2005, studia le conseguenze della radioattività sulla flora nelle aree fortemente irradiate.

Ogni anno Tondeur riceve da Hajduch una pianta, un nuovo corpo irradiato, con cui compone una nuova presenza fotografica per l’Herbarium iniziato nel 2011 e tutt’ora in produzione.

Se le immagini dell’erbario sono pensate come tracce su carta fotosensibile dell’incidente nucleare,  altre tracce di un’altra catastrofe atomica vengono riportate alla mente del lettore: le ombre proiettate dalle persone e dagli oggetti sui muri di Hiroshima e Nagasaki, a seguito dei bombardamenti atomici nell’agosto del 1945. Tondeur trova un modo evocativo e potente per creare interconnessioni tra umani e piante senza però dimenticare che Chernobyl Herbarium, a differenza delle ombre sui muri delle due città giapponesi, non ha nulla a che fare con l’estetica della guerra, della sofferenza e della morte, limitandosi a un’estetizzazione post factum.

Le piante selezionate, organizzate ed esposte sono frammenti della coscienza umana esplosa, schegge di corpi martoriati e menti traumatizzate che germogliano in tutta la loro solennità dal suolo di una “Pompei nucleare”, prodotta dall’uomo e dall’uomo abbandonata.

Anaïs Tondeur, Thesium humifusum, fotogramma su carta, 2011-2016. Livello di radiazione: 1,7 µSv/h

“Raccogliendo e prendendoci cura di quel che resta, – spiega Michael Marder – che si tratti di prodotti della vita vegetale o della attività umana, cerchiamo di offrire ciò che spetta loro, di salvarli dalle onde dell’oblio, di trasfigurare l’esposizione mortale alle radiazioni che hanno subìto in un’esposizione estetica alla visione condivisa, sì da incontrare uno sguardo empatico, preoccupato, impegnato, non più indifferente”[2].

Le piante diventano quindi qualcosa di più di semplice vegetazione, incarnano il simbolo di un futuro perduto, della perdita di un mondo “in cui si poteva ancora respirare, vivere e semplicemente essere”[3].

Con l’esplosione del Reattore 4 è andato in fumo il futuro dell’oikos umano in quello che chiamiamo, in sintesi, il nostro ambiente naturale.

Il disastro nucleare di Chernobyl ha segnato una fine del mondo, o meglio ha posto fine alla realtà di molteplici mondi umani e non umani rimuovendo l’orizzonte temporale dell’esistenza, rispetto al quale il mondo poteva ancora sembrare carico di senso, oltrepassando l’ordine del tempo fino ad allora a misura d’uomo, con la persistenza di certi tipi di contaminazione ambientale.

“Non si tratta più solamente, quindi, di una “crisi” nel tempo e nello spazio, – come affermano Danowski e Viveiros de Castro in Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine – ma di una feroce corrosione del tempo e dello spazio. Questo fenomeno di un collasso generalizzato delle scale spaziali e temporali annuncia l’arrivo di una continuità o convergenza critica tra i ritmi della natura e della cultura, segno di un imminente «cambio di fase» nell’esperienza storica umana. Ci troviamo così forzati a riconoscere l’avvento di un’altra continuità, […] una «posteriorità» quasi-freudiana, o meglio, una continuità a venire tra il presente moderno e il «passato» non moderno […]”[4].

Eventi catastrofici e pandemie pongono l’uomo davanti alla dura realtà che i vegetali vivono costantemente, quella dell’esposizione e dell’esteriorità. Proprio come le piante che pur radicate nel terreno sono in costante esposizione al mondo, incapaci di sottrarsi agli effetti negativi di ciò che le circonda, anche l’uomo autore di questi effetti ne diventa vittima.

Cosa fare quindi? Per Marder basterebbe riconoscere che anche le piante hanno una propria consapevolezza, sensibilità, memoria, conoscenza e pensiero. Accettando l’esistenza di una “coscienza vegetale” l’uomo è tenuto a ridimensionare la propria soggettività per inserirla tra le altre forme di vita senzienti e pensanti. Ma gli insegnamenti che possiamo apprendere dalle piante non si limitano a questo, infatti anche processi naturali di crescita e decadimento possono essere d’ispirazione. “Contrastando la nostra economia metafisicamente alterata, – dice Marder – nonché le nostre illusioni energetiche, le piante ci insegnano che non c’è crescita infinita, né crescita senza decadimento, che è il presupposto della crescita futura. Ciò che gli imperativi dell’economia di mercato e i derivati dell’energia nucleare hanno in comune è la soppressione (anzi, la repressione) del decadimento. Questo li rende incompatibili con il mondo dei viventi, che minano e distruggono”[5].

Le piante diventano quindi esempi di crescita e, per estensione, di decadimento da cui prendere spunto tanto nelle pratiche della vita quotidiana quanto del pensiero.

E proprio alle piante che Marder e Tondeur decidono di affidare questa difficile narrazione, perché “qualsiasi lavoro su Chernobyl deve scegliere innanzitutto come approcciare a un tema che rinvia incessantemente al non tematizzabile”[6]. Per farlo lasciano il testimone a esseri viventi privi di linguaggio, ma che vivono anche attraverso gli eventi.

Il risultato è un’opera fatta di corpi che non ambiscono ad imitare la vita, ma che si limitano a mostrarne la vulnerabilità di un’era, quella dell’Antropocene, iniziata con e a causa dell’uomo, ma  che, alcuni temono, si concluderà senza di lui.

Anaïs Tondeur, Linum usitatissimum, fotogramma su carta, 2011-2016. Livello di radiazione: 1,7 µSv/h

Il nome della città, Chernobyl in russo e Chornobyl in ucraino, deriva da una combinazione tra černo- o čorno- (черно / чорно, “nero”) e -byl (бил, “erba”) quindi il suo significato letterale è “erba nera” o artemisia, dalla specie botanica Artemisia vulgaris, detta anche artemisia comune o assenzio selvatico, un arbusto facilmente riconoscibile per il colore nero o rosso scuro dei suoi rami.

Sarebbe quindi stata proprio questa pianta che avrebbe permesso di associare il disastro della centrale nucleare alla profezia biblica dei Sette sigilli. In particolare, il settimo sigillo dell’Apocalisse di Giovanni recita: “Il terzo angelo suonò la tromba e cadde dal cielo una grande stella, ardente come una torcia, e colpì un terzo dei fiumi e le sorgenti delle acque. La stella si chiama Assenzio; un terzo delle acque si mutò in assenzio e molti uomini morirono per quelle acque, perché erano divenute amare”[7]. L’assenzio selvatico dal quale la cittadina di Chernobyl ha preso il nome non è lo stesso arbusto di cui parla in Nuovo Testamento (Artemisia absinthium), ma a molti la somiglianza è sembrata tale da concludere che il disastro nucleare di Chernobyl fosse stato annunciato.

La vera origine del nome è stata dettata dalla credenza comune che l’Artemisia vulgaris, essendo consacrata alla dea Artemide, trasmettesse forza e resistenza, offrisse protezione e agevolasse la guarigione e probabilmente era proprio questo quel che si auguravano gli abitanti di Chernobyl per il suo futuro. Invano.

Michael Marder
Chernobyl Herbarium. La vita dopo il disastro nucleare
con immagini di Anaïs Tondeur
trad. it. Donatella Caristina,
Collana Sguardi e visioni, Mimesis Edizioni, 2021
101 pp., 16€


[1] M. Marder, Chernobyl Herbarium: La vita dopo il disastro nucleare, immagini di Anaïs Tondeur, Mimesis Edizioni, 2021, p. 15

[2] Ibidem, p. 53

[3] Ibidem, p. 91

[4] Déborah Danowski e Eduardo Viveiros de Castro, Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine, Nottetempo Edizioni, 2017, p. 52

[5] M. Marder, op. cit., p. 103

[6] Ibidem, p.40

[7] Apocalisse di Giovanni 8, 10-11

In copertina: Anaïs Tondeur, Comandra umbellata, fotogramma su carta, 2011-2016.Livello di radiazione: 1,7 µSv/h

ha conseguito una laurea triennale in Progettazione artistica per l’impresa presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e una biennale in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano. Attualmente lavora tra Novara e Milano.