Sulla strada con Caio Mario Garrubba

“Dalla mia esperienza, non cerco, non parto con una precisa finalità, una cosa che mi prefiggo, certamente so che vado per fare delle fotografie. In un certo senso vado per trovare. Che cosa? Quando vado non so che cosa troverò. Indubbiamente una immagine”. Queste parole di Caio Mario Garrubba (1923-2015) non solo ci introducono alla sua poetica ma iniziano a raccontarci i centosedici scatti, per lo più inediti, della personale accolta da Palazzo Merulana. È d’altronde proprio questa la premessa che accoglie il visitatore, posta all’ingresso dell’esposizione romana aperta fino al 28 novembre. Curata da Emiliano Guidi e Stefano Mirabella, la mostra fa parte del programma di Roma Fotografia 2021 Freedom, festival organizzato da Roma Fotografia. Le immagini ripercorrono trent’anni di carriera di un maestro del fotogiornalismo del Novecento, dall’inizio degli anni Cinquanta agli anni Ottanta; l’ordine che le scandisce, però, non è cronologico, quanto piuttosto tematico.

Uscire per scattare è un progetto che prende forma nel suo procedere e se, come ha detto Dorothea Lange, “sapere in anticipo cosa stai cercando significa che stai solo fotografando i tuoi preconcetti”, lo stesso vale per chi guarda alle fotografie. Alcuni particolari hanno catturato immediatamente la mia curiosità, proprio come dev’essere capitato al fotografo che li ha registrati, prima ancora che ai curatori. In fondo ero stata avvisata: “andare per trovare”, è questo il percorso di lettura proposto dalla mostra. Mai, neanche all’inizio, si potrebbe pensare frutto di un caso; anzi, si comincia a notare che un certo numero di queste foto rivela, di volta in volta, qualcosa in comune – la composizione, magari, l’atteggiamento del soggetto o il luogo in cui la scena si svolge – e appena me ne sono accorta ho iniziato a cercare. Avevo pensato di affrontare le fotografie in modo occasionale e fortuito, non sapevo esattamente cosa aspettarmi e quale traccia seguire, ma a un certo punto le cose hanno iniziato a fondersi, a creare nodi di significato e punti di convergenza.

Unione Sovietica, Mosca 1959©Archivio storico Luce


È il caso delle architetture sovietiche o delle altalene di un parco tedesco, dove non sono solo le geometrie a suggerire un’affinità, ma anche l’atteggiamento dei soggetti, nonostante la presenza degli adulti implichi un diverso tono, per cui a una curiosità giocosa si oppone dall’altra parte un interesse sospettoso. Ma non di rado l’affinità diventa perfetta simmetria dei gesti, come nelle scene di mercato a Crotone e a Bahia, o si spinge fino a diventare tema, come nella serie dei bambini pensierosi.

Garrubba usa queste storie e le somiglianze tra l’atmosfera e il soggetto per stringere legami inaspettati tra le persone e i luoghi più lontani, dando così all’osservatore la possibilità di attraversare un ponte attraverso le divisioni geografiche, temporali e culturali. Fotografo indipendente, viaggiatore, camminatore sempre in giro da una parte all’altra del mondo con la sua Leica, Garrubba si confonde tra la folla e scatta continuamente. Dai provini fotografici esposti si vede che, come molti streetphotographers, sceglieva un punto promettente e aspettava di vedere cosa sarebbe successo. A volte le persone guardavano il fotografo dritto in faccia, scrutandolo apertamente così come lui scrutava loro, esponendosi al suo obiettivo, anche se la maggior parte delle volte lo scatto è così veloce che pure il passante più ostile non potrebbe fare niente per fermarlo. Ma ogni reazione svela una personalità e ogni fotografia, in modo diverso, ferma la fugacità degli scambi e la caducità delle scene più ordinarie, mostrando una bellezza che, come troppo spesso accade, passa inosservata.

Praga, 1957 ©Archivio storico Luce

Le cronache fotografiche di Garrubba ci arrivano da una posizione di assoluta libertà, quella, innanzitutto, del viaggiatore in un periodo storico in cui il fotogiornalismo significava avvicinarsi all’azione per trasformarla in narrazione e quindi misurarsi con il valore semantico, oltre che tecnico, della macchina fotografica. Proprio perché voleva scegliere cosa fotografare, ha preferito lavorare come freelance, svincolo dai tempi e dagli obblighi imposti dalle commissioni. Dal 1953 possiamo seguire gli itinerari del fotografo a partire dalla Spagna franchista per poi allontanarsi sempre di più, viaggiando in Cina, Unione Sovietica, Stati Uniti, Brasile, ma anche esplorando il suo intorno più vicino (la Polonia, la Francia, l’Italia stessa) e vicinissimo quando, con sguardo disincantato ma quanto mai partecipe, mette in luce le strade della Calabria, terra d’origine dei suoi genitori. Ogni luogo rappresenta un punto di passaggio, uno snodo dell’esperienza visiva di Garrubba e s’inserisce nella storia della fotografia con il suo personale modo di vedere che diventa linguaggio, non solo prosastico, ma poetico della vita contemporanea.

E se la passione per l’arte – condivisa con l’amico Henri Cartier-Bresson – forma il suo stile, pronto a cogliere gli equilibri compositivi e formali nella frazione di un secondo decisivo e irripetibile, è proprio il contatto diretto con la gente a consacrare il valore sociale della sua fotografia: non è certo un semplice epigono del neorealismo, ma un interprete di un’umanità che vuole essere racconto del mondo e non solo cronaca di un avvenimento. Grazie all’incredibile qualità narrativa degli scatti di Garrubba, noi, che non eravamo lì con lui, arriviamo a condividerne il punto di vista. Raccontandoci la strada nel suo vivere quotidiano, Garrubba, flâneursolitario, che “si lascia portare dai suoi piedi”, chiede la nostra attenzione e partecipazione, tra le sue immagini s’incrociano volti, debolezze ed entusiasmi, tutti quei frammenti di vita che, sommandosi, ci restituiscono per intero l’intenso fascino dell’umanità. L’eleganza stessa della composizione non è che uno strumento per rappresentare con delicatezza l’intimità delle vite degli altri, regalando alla nostra immaginazione uno sguardo su ciò che era, anche se, guardando, non sappiamo più se sia oggi, domani, semplicemente altrove. Le didascalie delle fotografie segnano le tappe di questo itinerario in bianco e nero: “Italia, Milano anni Sessanta”, “Unione Sovietica, Mosca 1957”, “Cecoslovacchia, Praga 1964”, “USA, New York 1970”, sobrie come le più essenziali delle cartoline. Eppure, le immagini suggeriscono sensazioni oltre che evocare fatti e così al viaggio del fotografo se ne somma un altro, quello intimo, tutto interiore del visitatore.

Caio Mario Garrubba/FREElance sulla strada
a cura di Emiliano Guidi e Stefano Mirabella
Roma, Palazzo Merulana, 9 ottobre-28 novembre

In copertina: Germania Orientale, Stalinstadt Eisenhüttenstadt, anni Sessanta ©Archivio storico Luce

è dottoressa di ricerca in Studi Comparati. La sua inclinazione per la forma breve l’ha portata ad approfondire la scrittura saggistica, studiando soprattutto letteratura italiana contemporanea, critica letteraria ed estetica della letteratura. Sempre in cerca di analogie e contatti tra diverse discipline, coltiva numerosi interessi con attenzione particolare alla fotografia e alla storia della moda. Ha pubblicato su «Poli-Femo» e «Testo e Senso» dove collabora anche come copy editor.