‘Flashes’ sul Giappone

Nei locali pubblici giapponesi, in particolare nei ristoranti, è permesso fumare. Certo ci si può rifugiare in una saletta interna, per lo più angusta, riservata ai non-fumatori. I bei tavoli che guardano all’esterno sono riservati a chi fuma.

“Ma l’importante – mi dice il mio Virgilio nella mia traversata del Giappone, Oleg, un russo gallerista che vive da oltre dieci anni a Tokyo – è che invece fumare per strada è proibito. L’esatto inverso che da voi”. E aggiunge: “Questo dettaglio è una chiave fondamentale per capire questo paese”.

Forse ha ragione lui. Mi pare di capire che la differenza cruciale tra il Giappone e l’Occidente sia in questo senso diverso che hanno l’interno e l’esterno. Fumare è per i giapponesi un piacere come fare pipì, ma proprio per questo non lo si può fare per strada.

Autunno

Ottobre e novembre sono l’alta stagione turistica di Kyoto, la più importante città d’arte giapponese, gemellata con Firenze. Ma l’autunno attira folle di turisti da ogni dove del Giappone non per qualche evento artistico, bensì per uno naturale: i colori delle foglie di Kyoto virano verso una deliziosa tavolozza di rossi e di gialli. È come se Firenze vedesse il culmine dell’afflusso turistico in un mese in cui, mettiamo, l’Arno da giallastro che è si colorasse rossiccio.

Ci colpisce dell’arte e della letteratura giapponesi l’evocazione immancabile di cose naturali. L’ossessione giapponese per la natura stride con la realtà del Giappone, paese più che mai tecnologico. Così come sembrano ossessionati dagli spettri, che dilagano nella loro arte, nel loro teatro e nella loro letteratura. Ma la loro non è la natura che, dal Settecento in poi, dividevamo in “bella” e “sublime”. Per noi occidentali il sublime è ciò che ci minaccia, mentre in Giappone la natura non deve minacciare. La sua presenza offre invece un contrappunto di riflessione e sospensione che sembra spezzare, o ammortizzare, il flusso delle passioni umane. Non c’è culto romantico della natura selvaggia, indomita, inumana. I giapponesi correggono cortesemente la natura, la educano con dolcezza, la piegano tale da farla essere davvero “naturale”.

Si passeggia per i viali di Gion (il quartiere un tempo delle geishe e delle cortigiane a Kyoto) oppure per la famosa Passeggiata del Filosofo – un vialetto costeggia un canale alberato interrotto da ponticelli in legno – e si è sedotti, catturati da stupore, da un ramo d’albero che dolcemente, come senza volerlo, si china verso l’acqua senza immergersi in essa. Puoi esser certo che quel dettaglio in apparenza così casuale è stato attentamente studiato, natura ad arte.

La natura deve essere come una danza, e quando non ce la fa da sola – ovvero quasi mai – l’uomo nipponico deve aiutarla. Da qui una sempre accuratissima potatura. Noi opponiamo continuamente la natura alla cultura, ma in Giappone sembra non esserci opposizione: la natura è acculturata (ben più quindi che coltivata) e la vita sociale evoca continuamente sprazzi e lampi di natura per dare allo stare-assieme agli altri il ritmo e la grazia di un paesaggio naturale.

Il giapponese quindi non rispetta la natura, la ricostruisce. Da qui, credo, la sua passione per le foreste di bambù. Il bambù ha una apparenza ambigua tra la sua natura vegetale e la sua forma quasi metallica, che ricorda le tubature industriali.

Una delle maggiori attrazioni di Kyoto: la foresta di bambù a Sagano

Insomma, che cosa significa per i giapponesi – compresi quelli di oggi – la natura? Ovvero, questo dover appellarsi continuamente – anche in poesia – a figure naturali come per dare un senso distante ai loro discorsi?

L’evocazione della natura non mi sembra affatto un richiamo a una spontaneità che trascenda le regole sociali, al contrario, è il miglior modo di mostrare una buona educazione. Elvio Fachinelli era incantato dal fatto che le antiche dame di corte giapponesi si interessassero più alla brina della notte che alla politica di corte. Saper evocare la scena o l’evento naturali scandisce il legame sociale, gli dà come una profondità, una terza dimensione. È la polifonia giapponese: da una parte il discorso sociale della gentilezza, dall’altra – come in un sottofondo che ritmicamente emerge – il discorso estatico dello stupore di fronte a una piccola natura. È quel che permette di passare dalla mono-tonia della comunicazione tra individui alla bi-tonia dell’eleganza.

Portare la maschera

Colpisce la grande quantità di persone che portano una mascherina bianca sulla bocca, che copre anche il naso. E questo ben prima dell’epidemia di coronavirus. In Occidente si crede che i giapponesi portino questa maschera, dall’aria molto sanitaria, contro l’inquinamento atmosferico; ma questa è l’ultima delle ragioni. Difatti portano la mascherina in aerei, treni, parchi, ecc. Quale è la vera ragione di questo costume? Non c’è una risposta univoca.

Si può supporre che una persona si metta la mascherina perché “è malata”, perché ha qualche forma influenzale, o peggio. Ma non è detto. Non è possibile che ci siano tante persone inferme nelle strade di una città. Un’altra ragione è quella di difendersi invece dalle malattie e dai germi degli altri, come anche noi abbiamo fatto a partire dal 2020. Il portare maschera è quindi a doppio senso: può essere interpretato come un atto altruistico di difesa degli altri oppure come un atto di diffidenza egoistica nei confronti degli altri.

Le mascherine “belle”, a colori o nere, sono rare: quasi tutte sono indistintamente bianche, tale una fasciatura ospedaliera che rinuncia a ogni pretesa di civetteria. Anche se alcune ragazze, semicoperte da questa stoffa incolore, suscitano un interesse anche erotico supplementare, come accade grazie a certi veli portati dalle donne islamiche.

La mascherina blocca, oltre al naso, l’organo umano che più di ogni altro è impegnato nella relazione col fuori, la bocca. In effetti, il giapponese con la mascherina non parla. Dalla bocca si fa uscire qualcosa da sé (parole, alito) e si immette qualcosa dentro di sé (aria, cibi, baci erotici), è l’organo di scambio per eccellenza. Ed è questo scambio che la mascherina sembra sospendere.  È come se con il tappa-bocca si dicesse: “Oggi non voglio dar nulla della mia intimità; e mi sbarro all’intimità di qualsiasi altro”. In questo modo si definisce lo spazio pubblico, quello in cui ci si incrocia con gli altri, come “estimo”, contrario di intimo, come luogo marcato dall’eclisse della propria interiorità, al cui posto subentra la tecnologia della gentilezza. È come se con la mascherina il soggetto dicesse: “Oggi sono solo cosa pubblica, non avrai nulla della mia intimità!” Questo sottrarsi si veste dell’alibi della cortesia, “non voglio che tu subisca il mio alito oggi forse puzzolente”.

Ciò che struttura lo spazio, non solo urbano, direi sociale in generale, in Occidente è l’opposizione tra privacy e pubblico, ovvero tra un luogo che abitiamo e che chiudiamo agli sguardi estranei da una parte, e un luogo esterno in cui portiamo in giro la nostra individualità dalla quale trasuda la nostra gonfia soggettività dall’altra. Mi pare di capire che il Giappone strutturi una spazialità diversa: da una parte l’intimità e dall’altra qualcosa, uno spazio topologico che non ha nome da noi, e che chiamerei, con Lacan, estimità. In questo spazio estimo l’importante è non esibire assolutamente la propria soggettività. Ovvero, mi sembra che in Giappone la privacy tenda asintoticamente a coincidere con la massima intimità; il pubblico con l’estimità.

In Occidente il luogo pubblico è quasi sempre luogo di esposizione, espressione, emanazione di un Io che dilaga anche tra gli altri: nel pubblico, ci diciamo, dobbiamo apparire per quel che siamo davvero, ovvero soggettività centrifughe, estroverse, seducenti perché auto-sedotte. In Giappone sembra invece che occorra occultare pudicamente la propria intimità. Ma questa intimità non è – come aveva già colto Roland Barthes nel libro sul Giappone L’impero dei segni – quel pieno di desideri, passioni e idee che deve essere l’Io per gli occidentali, piuttosto una sorta di vuoto, di puro topos senza contenuti che coincide con quel che i giapponesi chiamano uchi, la più squisita internalità.

Finestre, di bambù o di altro, sbarrano dall’esterno la vista degli interni delle vecchie case, e rendono l’interno giapponese spesso buio. Così tante case giapponesi sembrano non tanto proteggere, come essenzialmente le nostre case solide e pesanti declamano, quanto celare, così come un volto femminile orientale si nasconde timidamente dietro un ventaglio dispiegato. La casa sottrae l’intimità allo sguardo pubblico.

Il mobilio è ridotto al minimo. I letti non sono esposti, sono futon nascosti in armadi che vengono tirati fuori e srotolati la sera per dormire. Spesso solo un basso e piccolo tavolino centrale, rettangolare o rotondo, occupa il centro di uno spazio limitato da un tatami che pare coprire l’intera superficie, anche i muri e il tetto – e poi più nulla. Così, il tempio zen di Arashiyama a Kyoto – per citarne uno tra tanti – è un seguito di stanze completamente vuote. Il monaco vi medita o canta o suona accovacciato per terra, senza il supporto di sedie o scranni. Questi interni spogli esprimono ciò che per il giapponese sembra essere il cuore stesso dell’intimità: il godimento di un vuoto.

La divinità, la morte

Camminando per le grandi metropoli giapponesi, ogni tanto ci si imbatte in cimiteri, di solito non molto ampi. Non sono monumentali, le sculture sono rare, le foto dei defunti bandite – solo pietre, più o meno informi. Ricordano la sassosa austerità dei cimiteri ebraici, che non tollerano immagini e colori, e soprattutto niente fiori.

In Occidente da secoli la città dei morti è separata da quella dei vivi – vi ricordate I sepolcri di Foscolo? I cimiteri monumentali, anche quando sono stati reinghiottiti dalla città – come il Père Lachaise a Parigi o il Verano a Roma – si estendono ai margini dell’urbe, isolati in una sontuosa separazione. Invece la città giapponese è punteggiata, chiazzata, da questi cimiteri così come, per altri versi, da templi – buddisti, shintoisti o sincretisti. Tombe e templi sono buchi di divino che crivellano il corpo fitto della città viva. Templi e tempietti lignei sono recintati, protetti, direi imprigionati, da una cinta muraria che di solito li cela alla vista del passante. Da noi, chiese e sinagoghe esibiscono sfacciatamente le loro facciate, si propongono come centro e polo attrattivo della piazza o della strada, affermano la loro massiccia maestà senza soluzione di continuità tra l’interno sacro e l’esterno profano. Invece il tempio giapponese, pudicamente nascosto allo sguardo distratto dei passanti, si incapsula in un cortile in gran parte vuoto. La morte e il divino non sono separati dalla polis, ma protetti dall’ammirazione diretta e timorata dei passanti. Si propongono come feritoie di intimità nel fitto tessuto dell’estimità.

Fragilità

Non appena si arriva in una grande città industriale del Giappone per la prima volta, il carattere mastodontico dei palazzi trae in inganno solo in un primo momento. Ben presto, quando ci si confronta con la quotidianità, si vede che il tenore del paesaggio urbano è ben diverso da quello occidentale, soprattutto da quello americano che tende al massiccio, al solido, al sempre più grande, more. Si è colpiti dalla carta igienica friabile, che quasi si sbriciola tra le tue mani. Stessa cosa con i vari fazzoletti che un raffreddore persistente mi ha costretto a comprare in Giappone. I vecchi quaderni venduti da rigattieri chic sono di foglie più che di fogli. Insomma, il Giappone trasuda una toccante fragilità. Gli stessi grattacieli di Tokyo alternano pieni e vuoti, ricordano insomma i caratteri ideografici. Vista in una certa prospettiva, una metropoli giapponese dispiega una scrittura ideogrammatica a tre dimensioni.

Anche la casa tradizionale giapponese non è costruita per attraversare i secoli, è qualcosa di provvisorio, essendo in legno dopo vent’anni la si deve rifare. Questa connotazione di leggerezza si impone anche nella vita pubblica.

Così la figura della geisha, donna elegante ma tenue, fragile, resa esangue dal cerone bianchissimo sul volto, dai gesti esili come se si stesse a ogni istante per spezzare, dai passetti impediti da un kimono stretto, piegata in avanti come in un inchino permanente. Certo le giapponesi che si vedono per strada non sono geishe, eppure qualcosa in ciascuna di loro ricorda la delicata frangibilità della geisha. Tutte hanno la pelle bianchissima, più degli uomini, e ci si chiede come mai gli occidentali si riferiscano ai giapponesi come “gialli”. Occorre che la pelle femminile sia bianca, quasi cerea, liscia. Nelle farmacie vanno a ruba pillole che imbiancano la pelle.  Questa attenzione ossessiva alla pelle fa sì che ogni anno sui giornali si pubblichi una graduatoria delle donne giapponesi, regione per regione, in relazione alla delicatezza e bellezza della loro carnagione. Nel 2015, nell’anno in cui stavo là, è risultato che le donne che vivono sulla costa del Mar cinese hanno una pelle migliore – più bianca e diafana – di quelle della costa pacifica.

La superbia di noi occidentali ci porta a pensare che questa candidezza sia un modo per apparire loro più occidentali ai propri stessi occhi. In realtà questo candore è quello del volto della geisha, modello che la donna giapponese sembra perseguire come ideale sterminato. Ed è anche quello della maschera Noh che marca il volto dello spettro. Nelle donne, affiora una inquietante ricerca di spettralità. 

L’occidentale è convinto di essere modello, anche fisico, per i giapponesi. Ma si tratta di un’illusione. È noto il fascino che la donna orientale esercita sui maschi d’Occidente, ma pare che questa attrattiva non sia ricambiata, almeno per quel che riguarda le giapponesi. Molti Latin lovers venuti in Giappone convinti di fare stragi se ne sono accorti ben presto. In effetti decenni fa il volto occidentale era ancora imitato, ma le cose non sono più così. I giapponesi trovano belli soprattutto se stessi. Per questa ragione, pare, i pornovideo che loro guardano sono recitati quasi esclusivamente da giapponesi, il corpo occidentale o nero non li attrae affatto.

In realtà, mi si dice, i volti giapponesi sono ispirati ai volti dei fumetti e dei cartoni animati. Anche in questo caso la vita imita l’arte. Fumetti e cartoni animati, anche se simulano il mondo reale, sono stilizzazioni. E, a cominciare dalle proprie facce, i giapponesi sembrano stilizzare se stessi. Non vogliono esporre la brutalità pelosa della natura, ma affermarsi come maschere, insomma come opere d’arte. Un celebre psichiatra (Eugène Minkovski) descrisse uno schizofrenico convinto che ciascun essere umano portasse non il proprio volto ma una maschera, non staccabile dal volto. C’è qualcosa di “mascherato”, ma non di schizofrenico, in ogni giapponese. Perché il giapponese, abbiamo detto, ci tiene a nascondere pudicamente la propria intimità, che ha sempre gli odori e gli spessori di carne, sangue, sudore… Non a caso è essenziale per un giapponese non emettere alcun odore; e soffiarsi il naso in pubblico, anche se cola molto catarro, è inammissibile maleducazione. Si capisce perché l’uomo occidentale, che nel fondo mena un certo vanto delle proprie secrezioni, non possa attrarre oltremodo la donna nipponica. In Giappone l’unto della propria intimità va assolutamente risparmiato all’altro.

Alcuni occidentali sostengono che, ad esempio nella metro imbottita di viaggiatori, quando si siedono un certo vuoto si fa attorno a loro. “Sentono che puzzo?” Non so se la traspirazione dei “bianchi” sia più abbondante o più odorosa di quella dei “gialli”. Certo che l’uso diffuso della mascherina esprime questa estrema accortezza a non spandere le proprie intimità.

Anche se la flatulenza in strada in Giappone è ammessa.

La casa capsula

La cosa più ardua da superare, per un occidentale, è la sua claustrofobia per la piccolezza degli interni nipponici. Anche se vai in un albergo chic, come stanza ti danno una scatoletta, anche se strapiena di confort tecnologici.

Quando si solleva la questione con un giapponese, la risposta è scontata: “Siamo 127 milioni su poche isole. Dobbiamo vivere stretti”. Oleg non ci crede: “Se tutti i giapponesi venissero portati a vivere nell’immensità della Siberia, sono sicuro che anche là finirebbero col costruire Tokyo, con tante piccole stanzucce”. Certo la densità della popolazione giapponese è alta, ma minore di quella dell’Olanda, del Belgio, dell’India, di Taiwan, della Corea del Sud… Conosco bene il Belgio: gli interni sono ampi e spaziosi, non certo come in Giappone. E poi la popolazione giapponese è destinata a diminuire, da tempo le morti superano le nascite. Morti non compensate dall’immigrazione, che il Giappone non tollera. In questo, il Giappone è sempre stato lepenista.

I luoghi pubblici, ad esempio le entrate degli alberghi, le banche, le stazioni ferroviarie…, sono ampi, talvolta smisurati. È solo nel privato che la ristrettezza si impone. Strettezza e intimità si implicano nel Sol Levante.    

In un interno tradizionale giapponese non ci confrontiamo mai direttamente con l’opaca durezza del muro, ma con qualcosa di molle e cedevole. Il tatami per pavimento, che tollera solo i piedi nudi o leggere pantofoline, è composto originariamente di paglia di riso, e oggi di schiuma di polistirene coperto di una paglia di giunchi molli. Soffici sono le pareti, mentre finestre e porte sono pannelli scorrevoli detti shoji, fatti di carta translucida entro una leggera grata di quadratini di legno. Le cose più dure che vi si trovano sono di legno, un materiale organico. La casa in Giappone copre l’inorganico per lasciare l’organico – la natura – al tatto. Nella stanza tradizionale (washitsu) ci si sente come dentro un corpo, si ha l’impressione che mura, pavimento, soffitto siano come le cartilagini di un animale entro cui si è custoditi, come Pinocchio e Geppetto nel ventre della balena. Del resto all’interno il giapponese si toglie gli abiti pubblici, di foggia occidentale, e può indossare il kimono, ovvero qualcosa di fluido, svolazzante, leggero. Ci si toglie le scarpe da città e si mettono lievi pantofoline da interno, le quali vanno a loro volta cambiate se si entra nel bagno.

Gli interni sono piccoli, insomma, perché devono far corpo col corpo. Non sono spazi indipendenti dai corpi, sono involucri di questi, e l’involucro tende ad aderire a ciò che racchiude. La casa giapponese è un meta-corpo familiare. È come i pacchettini, che in Giappone sono un’arte a sé giustamente celebrata. Non a caso vanno di moda degli alberghi dove al posto delle stanze si hanno capsule da astronauti, là ci si addormenta come entro una bara, o come un feto reintrodotto nell’utero. La casa giapponese tende a essere capsula.

           

già ricercatore del CNR a Roma, esercita come psicoanalista e scrive da filosofo. È stato Visiting Researcher alla New School for Social Sciences di New York, insegna psicoanalisi in vari istituti in Russia, Ucraina e Italia. È presidente dell'Istituto psicoanalitico Elvio Fachinelli. Ha fondato nel 1995 l’”European Journal of Psychoanalysis”, di cui è stato direttore fino al 2020. È redattore della rivista di psicoanalisi “American Imago”, e della rivista americano-iraniana “Psychoanalytic Discourse”. Ha collaborato e collabora a varie riviste culturali sparse per il mondo, americane, tedesche, francesi, ungheresi, spagnole, italiane, lituane, ecc. Ha pubblicato vari libri in italiano e in molte altre lingue. Tra i più recenti: “Accidia” (il Mulino), “La gelosia” (il Mulino), “Lacan oggi” (Mimesis), “Leggere Freud” (Orthotes), “Godere senza limiti” (Mimesis), “Conversations with Lacan” (Routledge), "La ballata del mangiatore di cervella" (Orthotes 2020).