Pinocchio e la macchina. Sul ‘commentario’ di Agamben

Alcuni filosofi, secondo una tradizione che – si dice – risale fino a Platone, preferiscono enunciare le idee più importanti, o le dottrine più ardite, quasi come fossero degli scherzi, o delle cose secondarie, di poco conto. In questo stratagemma espositivo vi è, forse, una eco del rapporto che la filosofia intratteneva, in origine, con l’enigma. Il modo di leggere questi filosofi non può essere lineare, logico-deduttivo, e non tutti riescono a seguire le regole implicite, sempre mobili, che il loro pensiero richiede. Lì dove appaiono seri, infatti, può darsi che si stiano prendendo gioco di noi – e che la loro intenzione sia, magari, quella di togliere via un veleno, piuttosto che di prescrivere positivamente qualcosa. Quando, invece, sembrano semplicemente giocare, proprio lì vanno presi alla lettera, e parlano tremendamente sul serio.

Giorgio Agamben, fedele a questa tradizione platonica, sembra aver nascosto in formulazioni apparentemente marginali, in scritti sull’arte o sulla letteratura, uno dei nuclei più urgenti del suo pensiero. Nella sua opera più conosciuta, Homo sacer, Agamben si è occupato molto seriamente di cose «non degne di grande serietà» (seguendo il monito di Platone, nelle Leggi, secondo cui «le faccende degli uomini non sono certo degne di grande serietà, nondimeno è necessario occuparsene seriamente»); tali, in fondo, sono le faccende che riguardano il mondo allucinato della polis, a cui tuttavia, da secoli, viene riconosciuto lo statuto esclusivo e onnicomprensivo di «realtà».

Agamben ha anche scritto, però, un’altra opera, altrettanto importante, una sorta di anti-Homo sacer, in cui con gesto opposto tratta, quasi scherzando, degli argomenti più seri. Quest’opera è composta finora da tre volumi: Pulcinella, ovvero Divertimento per li regazzi (Nottetempo 2016), La follia di Hölderlin. Cronaca di una vita abitante 1806-1843 (Einaudi 2020), e ora questo Pinocchio. Le avventure di un burattino doppiamente commentate e tre volte illustrate. Dunque Pulcinella, Scardanelli e Pinocchio sono il resto di Homo sacer, ciò che sfugge felicemente al dispositivo descritto nell’opera maggiore.  O forse al contrario Homo sacer è da intendersi come l’ombra, la cenere, di quest’altro libro? Il motivo per cui quest’opera, al contrario dell’altra, non costituisce un ciclo unico, numerato in volumi, è perché le figure che emergono, qui, non possono essere mai messe in rapporto diretto, consequenziale, genealogico, né tra loro né con noi. Ogni figura è esemplare, ossia unica e comune, fiabesca e seria, irreale (anche Hölderlin-Scardanelli, chiuso nella torre, è irreale), e tuttavia ognuna funziona attualmente, politicamente, almeno quanto i dispositivi descritti in Homo sacer.

illustrazione di Carlo Chiostri

I professori filosofi, storici, antropologi, sociologi, politologi – insomma: gli adulti –, così pronti a discutere e a vagliare con responsabilità critica le idee politiche di Agamben, sembrano fortunatamente avere ignorato, fino ad ora, quest’altra sua opera, più segreta e preziosa, giudicandola forse frivola, non degna di interessi accademici, e per motivi evidenti non si sentono attratti né coinvolti da essa. Forse perché sono, perlopiù, libri illustrati? C’è da augurarsi, scaramanticamente, che rimanga così, affinché tale opera possa restare integra e al riparo (come inaccessibile resterà sempre agli adulti, c’è da sperare, il Paese dei Balocchi).

Il libro su Pinocchio si presenta, differentemente dagli altri, come un commento, o meglio, un commentario: una di quelle forme neglette che spesso, fin dall’antichità, sono state utilizzate per compiere l’operazione di onesta dissimulazione filosofica. Il commentario di Agamben si propone di inseguire Pinocchio nelle sue repentine, picaresche corse metamorfiche, postillando puntualmente i saltelli, le impiccagioni notturne, i pianti teatrali, i tuffi in mare, le ustioni brucianti del burattino, ossia i vari stati chimici – o alchemici – attraverso cui la materia prima viene, via via, trasformata, senza mai tuttavia essere redenta né nobilitata. Il precursore di Agamben, diversissimo ma a lui estremamente congeniale, è Giorgio Manganelli, il cui libro su Pinocchio si svolgeva secondo il principio aureo «tutto è arbitrario, tutto è documentato». Questo Pinocchio, però, non è un libro parallelo, come quello di Manganelli, il cui obiettivo era quello di reimmaginare il libro all’infinito, in una specie di generazione ebbra, voluttuosa, di varianti parallele, a cui l’autore si abbandonava con la segreta intenzione – ma era lui stesso a confessarla – di «fare fuori» l’originale.

illustrazione di Carlo Chiostri

Per Agamben, al contrario, il libro c’è, e il suo commentario è strettamente filologico, oltre che filosofico, ripercorre tutte le interpretazioni tradizionali con l’intenzione di contemplare la pura lettera del testo, il suo potere abbagliante e definitivo. In questo Pinocchio dunque non c’è midrash, non ci sono sensi anagogici, esoterici (che vengono opportunamente confutati), né tantomeno sociali e pedagogici, poiché si vuole giungere infine a toccare il Pinocchio stesso, la ruvida idea di Pinocchio, libera e sciolta da ogni interpretazione e significato. Tale idea iperurania (o sotterranea) di Pinocchio viene afferrata anche grazie all’ausilio di molte illustrazioni, prese da alcune classiche, indimenticabili edizioni: quelle di Enrico Mazzanti, di Carlo Chiostri, e infine dello straordinario Attilio Mussino, da cui forse più dipende la nostra immaginazione del libro. Che cosa sarebbe Pinocchio senza figure? Non è la prima volta che Agamben inserisce immagini nei suoi libri (e d’altronde già il suo secondo libro, Stanze, faceva riferimento a un notevole repertorio iconografico); qui, però, come già in Pulcinella, le figure sembrano entrare prepotentemente nel testo, uscendo dai loro confini, come se evadessero dalle cornici e dai margini in cui sono normalmente racchiuse, per confondersi felicemente con la scrittura. Proprio perché non è un concetto, Pinocchio deve mostrarsi fisicamente, deve disturbare anche graficamente il testo, interrompendo la lettura con il suo naso. E così anche gli altri personaggi, tra cui il fantastico Lucignolo di Mussino, che ci guarda fisso, con sguardo annoiato e superiore, tentatore. Pinocchio non si può spiegare e non lo si può forse neanche davvero contemplare (poiché non è immobile e fisso): lo si osserva di sbieco, mentre corre nella pagina, ogni volta un po’ diverso.

Attilio Mussino, Lucignolo

È impossibile riassumere un commentario, che segue così da vicino il suo oggetto. Vorrei, piuttosto, concentrarmi sull’epilogo del libro, in cui viene espressa la più preziosa lezione di Pinocchio – se così si può dire di un libro che ostinatamente, viene detto, non significa nulla. L’epilogo torna sull’ultima immagine del racconto, per interrogarla di nuovo: Pinocchio, ormai bambino ripulito e pettinato, osserva compiaciuto il burattino accasciato sulla sedia, e pronuncia le fatali, velenose parole: «Com’ero buffo, quand’ero un burattino! E come ora son contento di essere diventato un ragazzino perbene!». La stranezza del racconto è evidente: perché la trasformazione, la metamorfosi finale, richiede uno sdoppiamento? Forse un tale sdoppiamento è implicito in ogni metamorfosi (come Canetti, in Massa e potere, diceva a proposito delle metamorfosi dei Boscimani, che sentono nel proprio corpo giungere l’antilope e si trasformano in essa)? O piuttosto diventare umani significa guardare in faccia il pezzo di legno esanime?

In realtà, afferma Agamben, questa doppiezza non è alla fine, ma è in origine, ed è in questa doppiezza che si rivela la chiave di lettura del libro. Qui Agamben riprende e sviluppa, senza tuttavia nominarlo, la dottrina di un altro filosofo, anch’egli commentatore (non di Pinocchio, ma del De anima aristotelico), Averroè, che affermava precisamente la non appartenenza ontologica della razionalità all’uomo, e pensava, così, tale razionalità – ma è una parola che andrebbe spogliata dalle sue connotazioni razionalistiche – come un evento puntuale, una congiunzione realizzata ogni volta grazie all’immaginazione. Tale scissione viene, secondo Agamben, riprodotta e articolata dalla «macchina grillesca», il cui compito consiste nel rassicurarci minacciosamente che non vi è altra alternativa, nella vita, che quella tra «somaro» e «bambino perbene». È questa la menzogna del grillo, la bugia condivisa dal mondo adulto, l’unica che Pinocchio si rifiuta ostinatamente di pronunciare. È la macchina antropologica, di cui Agamben ha tracciato più volte i contorni.

Ma un’alternativa già esiste tra l’animale e l’umano, un resto tra l’asino e il bambino. Ed è proprio lui: Pinocchio, la cui natura metamorfica non è né animale né umana, né irrazionale né razionale, ma sostanziata di immaginazione (le sue menzogne, il suo naso indomabile, sono forse un equivalente dell’immaginazione averroistica?). Sospeso tra le due nature, le attraversa entrambe come un sogno. Nulla, come la capacità metamorfica di Pinocchio, è estraneo al diurno, asciutto mondo degli adulti, che vuole condannare ognuno a essere esattamente ciò che è, a conoscersi, a rappresentarsi, a dichiararsi socialmente.

Attilio Mussino, Il paese dei balocchi

La non conoscenza – il burattino – non è, dunque, un inconscio che possa essere addomesticato. Non è un’animalità da redimere o da assumere, o una terra sommersa che possa essere portata definitivamente a galla. Tra l’umano e l’animale, tra il mare e la terra ferma, non c’è relazione, o meglio, il loro rapporto non è rappresentabile in una forma, non è dell’ordine del conoscibile, né, però, ci è totalmente estraneo e ignoto. Lì in mezzo, infatti, c’è Pinocchio stesso, sgambettante e urlante, con le sue bugie e capriole, materia bruciante di tutte le metamorfosi (la hyle, il legno, quella materia che in ebraico si dice chòmer, la stessa radice di chamòr, asino). Il provvisorio mysterium coniunctionis è celebrato da Pinocchio nella separazione, nel divorzio festoso di ciò che il grillo e la fata turchina vorrebbero definitivamente riunito.

Se tentiamo di guardare Pinocchio separatamente dalle sue trasformazioni, dalle sue bugie, se vogliamo conoscerlo tenendo gli occhi aperti, come fosse un «che», ecco che resta solo un buffo pezzo di legno, spento e accasciato su una sedia – lo abbiamo perduto. Ma in realtà, come sospetta Agamben – e come forse oscuramente spera chiunque abbia letto il libro –, quelle parole finali, quel bambino che le pronuncia ridendo, non sono altro che l’ennesimo sogno di Pinocchio, la sua più temibile bugia.

Giorgio Agamben
Pinocchio. Le avventure di un burattino doppiamente commentate e tre volte illustrate
Einaudi 2021, pp. 176 ill. col., € 20

In copertina: illustrazione di Attilio Mussino

(1985) Ha studiato filosofia a Roma, Firenze e Londra. È in uscita il suo primo libro, “Il dio sensibile”.