Margaret Bourke-White, vedere il mondo

Se il segreto di un buon giornalista consiste nell’essere al posto giusto nel momento giusto, poche persone lo hanno posseduto più di Margaret Bourke-White che, diventata fotografa alla fine degli anni Venti, sembra non avere mancato neppure uno degli appuntamenti più importanti intorno alla tumultuosa metà del Novecento. La Grande Depressione, le opere imponenti del New Deal rooseveltiano, l’industrializzazione dell’Unione Sovietica e poi, ovviamente, la Seconda guerra mondiale (incluso il fronte di Cassino e poi la liberazione del campo di Buchenwald) e ancora la Partition tra India e Pakistan, l’apartheid sudafricano, nulla sembra essere sfuggito alle macchine fotografiche di Bourke-White e al suo “metodo del millepiedi” (in inglese caterpillar) di cui lei stessa scrive con ironia nelle memorie, Portrait of Myself – in sostanza, la prontezza nell’inserirsi in ogni occasione, con le buone e con le cattive, magari strisciando tra le gambe degli altri fotografi, pur di accaparrarsi non solo l’immagine più bella, più raffinata, ma anche la prima.

A questo allude il titolo della mostra dedicata alla fotografa statunitense che, dopo l’allestimento al Palazzo Reale di Milano, si può adesso visitare fino al 27 febbraio 2022 al Museo di Roma in Trastevere. Prima, donna si intitola infatti l’esposizione curata da Alessandra Mauro, che segue la carriera di Bourke-White dall’esordio come fotografa corporate a Cleveland allo stupefacente successo nel suo ruolo di fotogiornalista per “Fortune” e poi per “Life”, della quale tra l’altro firmerà la foto sulla copertina del primo numero, sino poi al lungo declino quando Bourke-White dovrà convivere per molti anni con il Parkinson che la costringerà a rinunciare alla macchina fotografica, ma non a pensare e a scrivere. Sue sono le parole che fanno da contrappunto alle immagini lungo il percorso della mostra: non semplici didascalie, ma testimonianze dirette dai luoghi delle sue azioni, perché (è lei stessa a dirlo) “le immagini non bastano”.

Uno sguardo del e sul Ventesimo secolo, segnato da una eccezionale maestria tecnica e da un orgoglio che oggi si stenta perfino a riconoscere: “Il mondo era pieno di eventi che aspettavano solo di essere scoperti e io avevo la fortuna di poter condividere con i lettori le cose che vedevo e che imparavo. Trovare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare prima, qualcosa che solo tu puoi trovare perché, oltre a essere un fotografo, sei un essere umano un po’ speciale, capace di guardare in profondità dove altri tirerebbero dritto: questo era il nostro modo di lavorare. Altri fotografi avrebbero forse realizzato foto altrettanto buone, ma sarebbero state diverse. Solo noi avevamo la capacità di cogliere dei particolari rivelatori di una determinata storia da raccontare, e solo noi potevamo fissarla su una pellicola impressionabile. Non esiste niente come sentire una nuova storia che nasce”.

Ad Alessandra Mauro, curatrice della mostra, abbiamo rivolto alcune domande:

La figura di Margaret Bourke-White è bigger than life: sempre presente là dove avvenivano le cose: l’unica straniera a fotografare Stalin, la prima ad arrivare a Buchenwald insieme alle truppe americane, l’ultima a incontrare Gandhi… E poi l’eleganza, il coraggio di affrontare a viso aperto le situazioni più difficili, non ultimo il Parkinson con cui avrebbe convissuto per vent’anni cercando di non farsene schiacciare. Non c’è il rischio che il personaggio copra la fotografa?

Non credo. Margaret ha fatto tutto questo non “mentre fotografava” ma proprio “perché fotografava”. Il suo lavoro, la sua fotografia veniva prima di tutto e proprio dalla consapevolezza di voler vedere il mondo (per citare il primo editoriale di “Life”) e realizzare progetti fotografici ambiziosi, complessi, temerari o giornalisticamente e storicamente rilevanti, ha provato a rompere gli schemi inventando per sé un personaggio e un mestiere. Ma tutto era funzionale alla fotografia che realizzava; al suo lavoro.

Margaret Bourke-White al lavoro in cima al grattacielo Chrysler, New York City, 1934 © Oscar Graubner Courtesy Estate of Margaret Bourke White

Come scrivi nel catalogo della mostra, le pagine finali di Let Us Now Praise Famous Men, il celebre reportage sulla grande depressione di Walker Evans e James Agee, contengono critiche pesanti nei confronti di Bourke-White e del suo You Have Seen Their Faces, il lavoro analogo che la fotografa aveva realizzato insieme a Erskine Caldwell. In un saggio uscito nel 1980 sulla “Virginia Quarterly Review” Carol Schloss nota come quell’acredine fosse ingiusta, ma evidenzia una profonda differenza di impostazione tra Bourke-White ed Evans. Ce ne vuoi parlare, magari aprendo un confronto anche con un’altra grande fotografa di quel periodo, Dorothea Lange?

Certo, Margaret Bourke-White non aveva un carattere semplice – non a caso, veniva chiamata “caterpillar”, per la sua determinazione e per la forza con cui affrontava le storie che voleva realizzare. I suoi atteggiamenti non sempre erano accettati dai colleghi poco abituati a vedersi sorpassare da donne fotografe – tradizionalmente relegate a ruoli, anche fotografici, di secondo piano o almeno “di colore”. Ma, purtroppo o per fortuna, Margaret riusciva sempre ad arrivare per prima. E questo nella sua professione era (e lo è ancora) essenziale. Se Let Us Now Praise Famous Men, come in altra misura American Exodus, possiede una maggiore complessità visiva, You Have Seen Their Faces ha il grande merito di uscire prima degli altri due libri: già nel 1937, cioè, quando il dramma della Depressione è ancora un nervo scoperto mentre Let Us Now Praise Famous Men per una serie di vicissitudini esce soltanto nel 1941, quando l’attenzione generale è concentrata su altro. Sfogliando il suo libro, ci rendiamo conto di come la fotografia di Margaret fosse, in questo caso, ancora temprata da anni di immagini industriali e poco abitata a confrontarsi con realtà sociali, come lei stessa peraltro ha riconosciuto. Insomma, il “fattore umano” la destabilizza, ma certo non la scoraggia a provarsi come fotografa di documentazione. Altro discorso per Walker Evans e poi per Dorothea Lange, che all’interno dell’FSA si confrontava sempre – anche con qualche dissidio – con la rigida etica professionale di Roy Stryker, alla quale tutti i fotografi dovevano sottoporsi. Ma, al contrario delle altre due documentazioni, il libro di Margaret Bourke-White arriva al momento giusto. E questo tempismo non le viene perdonato, più che da Walker Evans, da James Agee, suo collega a Fortune. Così, l’intenso e toccante Let Us Now Praise Famous Men si chiude con una feroce critica a Margaret dove però, più che insistere sulla sua capacità professionale, si parla del suo aspetto fisico, dei suoi abiti troppo eleganti al punto di permettersi di girare non dimessa e scialba ma addirittura vestita con un appariscente cappottino rosso. Chissà se di un collega maschio avrebbero scritto le stesse cose.

La Diga di Fort Peck, Montana, 1936 © Images by Margaret Bourke-White. 1936 The Picture Collection Inc. All rights reserved

“Per quanto io ami le macchine fotografiche, so che da sole non bastano”. È una strana dichiarazione per la fotogiornalista più famosa del suo tempo: quella un cui scatto, la diga di Fort Peck nel Montana, venne scelto nel 1936 per la copertina del primo numero di “Life”. Eppure all’importanza delle parole Bourke-White ha creduto seriamente, tanto è vero che ha scritto vari libri e ha dedicato anni a Portrait of Myself, la sua autobiografia. Qual è il rapporto tra la sua scrittura e le sue immagini? In cosa consiste secondo te lo scarto, per lei evidentemente incolmabile, tra i due territori?

Margaret effettivamente scriveva. E lo faceva molto bene, in modo completo, complesso, vario. Da vera giornalista. Per ogni lavoro raccoglieva molta documentazione, intervistava i protagonisti, si confrontava con i testimoni della storia da raccontare. Probabilmente, alla fine, la fotografia non le bastava. Così, dopo il primo libro dedicato alla Depressione nel Sud degli Stati Uniti, gli altri grandi reportage realizzati durante la sua vita, quei lavori a cui dedicava tempo ed energie apparentemente inesauribili, sono quasi sempre diventati anche libri, dove il testo e le immagini si compenetrano ma è il testo a “comandare”. La Russia degli anni Trenta, l’Italia della Seconda guerra Mondiale e poi l’India nella sanguinosa diaspora con il Pakistan: tutti libri in cui aggiunge alle fotografie le sue sensazioni, i suoi ricordi o i suoi scoop, come l’intervista a Gandhi realizzata poco prima della sua morte.

Tra un viaggio e l’altro Margaret si rifugiava nella sua casa in Connecticut e lì scriveva. Un processo di concentrazione ed elaborazione fondamentale per il suo lavoro, dove la scrittura sostiene le immagini e le completa. Se le fotografie sono il motivo e il pretesto per partire e lavorare, il testo sarà poi, in qualche modo, il punto d’arrivo.

Louis Ville, Kentucky, 1937 © Images by Margaret Bourke-White. 1937 The Picture Collection Inc. All rights reserved

Secondo la critica e storica della fotografia Vicki Goldberg proprio il servizio fotografico sulla diga di Fort Peck e sulle comunità circostanti si può considerare il primo vero photographic essay realizzato in America. In ogni caso Bourke-White è tra i primi ad aver lavorato consapevolmente su questa forma di narrazione per immagini, e nella mostra che hai curato ne vediamo diversi. In base a quali criteri li hai scelti? E credi che possano essere un modello anche per chi oggi fa fotografia?

La mostra è divisa in sezioni e ogni sezione è dedicata a un lavoro fotografico particolare, attraverso il quale conosciamo Margaret Bourke-White, ascoltiamo le sue parole (che ci accompagnano di foto in foto) e comprendiamo la forza visiva delle sue immagini. Ho scelto quindi di cominciare con le sue foto industriali, magnifiche e molto legate all’estetica delle avanguardie del Novecento, continuando poi con la documentazione sociale nel Sud degli Stati Uniti, poi con il primo lavoro per “Life” (appunto Fort Peck), e ancora la Russia, l’Italia in guerra, l’apertura dei Campi di concentramento, l’India, il Sudafrica dell’apartheid, un interessante e poco noto reportage a colori sul sud degli USA del segregazionismo. E poi ancora l’America vista dall’alto, per finire con le sue foto personali, quando si fa ritrarre dal collega Alfred Eisenstaedt nei momenti della sua dura lotta contro il Parkinson. In queste foto lei appare fragile, debole ma sempre molto determinata.

Buchenwald, 1945 © Images by Margaret Bourke-White. 1945 The Picture Collection Inc. All rights reserved

Si tratta insomma di una mostra costruita come un “saggio fotografico” sui “saggi fotografici”, se così si può dire: utile per comprendere in che modo si sia formata e consolidata l’immagine “alla Life” attraverso cui generazioni di persone hanno guardato e immaginato il mondo. Ora il fotogiornalismo è molto diverso da allora, e del resto è il mondo a essere molto diverso. Ma penso che queste immagini possano rappresentare una sorta di lezione di fotografia e informazione, utile per andare avanti. Magari per fare cose diverse: con la consapevolezza, però, che comunque il mondo deve continuare a essere raccontato.

Vorrei chiudere questa conversazione andando al punto di partenza, l’origine della mostra e il suo titolo: l’esposizione è stata allestita in prima battuta a Milano all’interno di un programma di iniziative, I talenti delle donne, ideato per mostrare quanto “le donne siano state e siano artefici di espressività artistiche originali e, insieme, di istanze sociali di mutamento”. Quanto al titolo, Prima, donna, oltre a mettere in luce la quantità di primati raggiunti da Bourke-White, potrebbe indicare che la fotografa è stata innanzitutto una donna. Qual è il tuo punto di vista? In quale modo pensi – se lo pensi – che l’essere donna abbia caratterizzato l’opera di Bourke-White?

Credo che le donne da sempre hanno utilizzato la fotografia, lavorando con questo straordinario strumento e creando narrazioni, ritratti e lavori sorprendenti – molto più di quanto normalmente la tradizione ci abbia tramandato. Riscoprire il valore e lo spessore di molte delle protagoniste della fotografia è uno straordinario viaggio nel nostro passato visivo.

Margaret Bourke-White ha realizzato cose straordinarie, immagini innovative, visioni sorprendenti. Non le ha fatte in quanto donna, almeno non in modo particolare, e non le ha fatte nonostante fosse una donna. Però le ha fatte, scegliendo cosa fare e come, in quanto donna, viverle. Aiutando così tutte, e tutti, a pensare che i limiti esistono per essere scavalcati.

Play Street, New York, 1930 © Images by Margaret Bourke-White. 1930 The Picture Collection Inc. All rights reserved

Prima, donna
a cura di Alessandra Mauro
Museo di Roma in Trastevere
21 settembre 2021-27 febbraio 2022
Catalogo Contrasto, 184 pp. ill. bn, € 35

In copertina: Russia, 1931 © Images by Margaret Bourke-White. 1931 The Picture Collection Inc. All rights reserved

ALESSANDRA MAURO è laureata in Lettere e si occupa di fotografia da molti anni. È direttore artistico della Fondazione Forma per la Fotografia di Milano dalla sua creazione (2005) e direttore editoriale della casa editrice Contrasto di Roma. Come curatore ha concepito e organizzato diverse mostre fotografiche, tra cui “William Klein, Roma”, “Mario Giacomelli, La figura nera aspetta il bianco”, “Mimmo Jodice, Perdersi a guardare”, “Gordon Parks, Una storia americana”, “Herb Ritts, In piena luce”, “Walter Bonatti, Fotografie dai grandi spazi”, “Gianni Berengo Gardin, vera fotografia”, “Margaret Bourke-White, Prima, donna” e molte altre. Come direttore editoriale di Contrasto, ha curato e realizzato diversi libri e cataloghi. Ha insegnato Fotografia presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e il DAMS dell’Università Roma 3. È docente di Fotografia e fotogiornalismo presso la scuola di giornalismo della LUISS ed è responsabile del Master in Fotografia della Raffles School di Milano. È autore del volume “Photoshow. Le principali mostre della storia della fotografia”, 2014 (Contrasto; ed. inglese Thames&Hudson).
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MARIA TERESA CARBONE Giornalista, autrice e traduttrice, ha coordinato la redazione della rivista online «alfabeta2» dal 2014 fino alla sua chiusura, nel settembre 2019. In precedenza ha diretto la sezione Arti del settimanale «pagina99», ha lavorato alle pagine culturali del quotidiano «il manifesto» e ha curato alcune edizioni del festival romapoesia. Da diversi anni si occupa di promozione della lettura in Italia e all’estero. Il suo libro più recente, “111 cani e le loro strane storie”, è uscito nel 2017 per Emons e l'anno successivo è stato tradotto in tedesco.