Bailly e lo sguardo animale

Jean-Christophe Bailly è un autore anomalo, poeta, saggista, uomo di teatro, già professore alla scuola del paesaggio di Blois. Nato nel 1949, ha attraversato diverse stagioni della cultura d’oltralpe, ponendosi al centro, seppur discretamente, di plurime esperienze decisive della vita letteraria e filosofica francese. In Italia è stato tradotto ma con una certa parsimonia e non ha mai raggiunto i livelli di notorietà di altri autori francofoni.

Prendendo tra le mani il suo Il versante animale – appena uscito come titolo inaugurale della neonata collana “Tracce” di Contrasto, diretta da Goffredo Fofi, Roberto Koch e Telmo Pievani – si ha qualche difficoltà a comprendere come Bailly non sia unanimemente considerato uno dei più fini saggisti contemporanei. Stupisce la sua scarsa notorietà perché è un autore capace di tenere insieme una scrittura altissima, di stile eccelso e scorrevole, con il pensiero più sofisticato e radicale della tradizione francese, quella, per intenderci, che parte dal primo dopoguerra per arrivare a Derrida e Nancy.

Il libro che Bailly dedica agli animali, oltre ad essere un esplicito e forte richiamo a una presa di coscienza politica sulla questione animale, è toccante per la sua scrittura, per la finezza argomentativa che sfugge agli stereotipi militanti di molta letteratura sull’argomento. L’antefatto è l’incontro casuale e imprevisto, di notte, su una strada di campagna, con lo sguardo di un capriolo. Il testo, a partire da questa folgorazione, si dipana come una lunga e potente riflessione sullo sguardo e, in particolar modo, sullo sguardo animale, sul modo in cui quello sguardo modifica il nostro, intaccando la sua memoria retinica ancestrale e giungendo a toccare il suo punto cieco. Nel buio di quella notte, nell’incidente di quell’incontro, lo scrittore parigino si sente “toccato, sì, toccato con gli occhi, benché questo sia impossibile. Non che fossi penetrato in alcuno modo in quel mondo; al contrario, era piuttosto come se la sua estraneità si fosse rivelata una volta di più, come se mi fosse stato permesso di vedere per un momento ciò da cui come essere umano sarò sempre escluso: quello spazio senza nomi e senza progetto nel quale l’animale traccia liberamente il suo cammino […] un’altra modalità dell’essere.”

Nello sguardo animale emergono i tratti di un’altra modalità del pensiero, di un pensiero che è altro non solo rispetto a quello umano ma anche rispetto ad ogni sapere dell’alterità, rispetto ad ogni eterologia (spesso, Bailly sembra andare oltre la, già ben profonda, riflessione batailliana sull’animalità). L’animale, non più come oggetto di studio per un pensiero umano (fosse pure un pensiero della biodiversità), ma come momento, come sospensione imprevedibile e conturbante in cui l’altro essere vivente, altro rispetto al pensiero umano, diventa “lui stesso qualcosa come un pensiero”. Ecco, l’animale e il suo sguardo come un pensiero in azione che va al di là di ogni pensiero discorsivo, di ogni orizzonte di senso linguistico.

In questo passaggio, Bailly sfiora qualcosa di teoreticamente potente (e lo fa confrontandosi, tra gli altri, con Rilke, Heidegger, Derrida ma anche Plotino, Moritz, Kafka): lo sguardo dell’animale, il suo guardare l’Aperto, è in sé un pensiero. Ed è un pensiero in quanto è visione: “una visione, solo una visione […], ma più nitida di qualsivoglia pensiero.”

Un pensiero inafferrabile, non circoscrivibile, non definibile; pensiero che si situa nello sguardo muto di un altro. Si tratta, senza alcun dubbio – o meglio, nella sua indecifrabile apertura su un dubbio infinito, su quell’interrogazione e inquietudine senza alcuna certezza riguardo al suo significato inafferrabile – di un’altra modalità del pensiero che mette in crisi, non solo ogni antropocentrismo, ma il senso stesso dell’essere, del suo modularsi in questo mondo, come mondo. Lo sguardo animale invoca, nel suo silenzio, la necessità di un senso che vada oltre l’ordine discorsivo, oltre la ragione umana, oltre l’umanità stessa come unico metro di giudizio. È, sicuramente, un pensiero oscuro, come la vita stessa. L’animale ci riporta all’oscurità della vita, alla sua fiera libertà, alla sua autonomia e alla sua infinita apertura verso ogni evento, verso ogni accadimento. L’animale è una tensione, un’intenzione, un puro tendere verso. Sempre in tensione è lo sguardo animale, sempre pronto a indagare ogni altro vivente, nell’indecisione senza risposta definitiva tra il pericolo e lo stupore.

Lo sguardo animale non ci parla, non ci dice nulla. Ma ci riporta a una verità ben più remota e profonda di quella linguistica. Una verità che l’umano ha saputo, talvolta, afferrare, fin dalla sua origine, nelle immagini, da Lascaux fino agli animali silenziosi di Gilles Aillaud e anche oltre. La pittura, la scultura, la fotografia tengono traccia di questo altro pensiero, di questo silenzio profondo e indecidibile. E Bailly lo scandaglia, non solo in questo libro, con grande finezza ed estrema delicatezza, indicando, con discrezione, l’apostrofe muta che gli occhi dell’altro aprono nei nostri pensieri.

Uscendo da queste pagine, così piacevoli e così conturbanti, si ha la sensazione di sentirsi in un mondo molto più vasto e misterioso, abitato da altri viventi che ci scrutano, senza giudicarci, e che da sempre ci accompagnano. Non siamo più noi ad osservare loro ma sono loro ad osservare noi. Ci si sente osservati e si percepisce che c’è altro, molto altro, oltre noi stessi. Se è pur vero che nel rapporto con gli animali “si raggiunge sempre un punto di solitudine”, è anche vero che lo sguardo animale fa percepire la presenza di un mondo che oltrepassa il nostro mondo, i limiti angusti e claustrofobici definiti dal nostro linguaggio, introducendovi la presenza inquietante e, allo stesso tempo, rassicurante di una vita ulteriore nella sua copresenza.

Mentre scrivo queste parole, con il libro di Bailly tra le mani, Zoe, il gatto che fa tribù con la mia famiglia, si struscia sulle pagine: il rumore delle sue fusa, la richiesta di attenzione, un richiamo. Il buio fuori. La città è quasi silenziosa. Ognuno nella propria stanza, affaccendato nelle proprie cose. Ci guardiamo, io e lei. Un contatto. Un istante. Zoe si gira e se ne va. Liberamente.

Il versante animale
traduzione Matteo Martelli
Contrasto 2021, pp. 94 ill. b/n, € 18,90

In copertina: ©George Shiras, In the Heart of the Dark Night

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni” (SE, 2016), "Il silenzio dell'arte" (Sossella, 2021) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).