Vis-à-vis: Karl Blossfeldt e Robert Voit

                                                                                                                          

Karl Blossfeldt raggiunse la fama alla fine degli anni ’20 con la prima pubblicazione delle sue fotografie di piante, ma non fu né un fotografo né un botanico. Fu prevalentemente uno scultore e professore d’arte che svolse gran parte del suo lavoro per fini didattici, generando materiale di studio per gli studenti. Le sue immagini, rivelando la struttura delle forme organiche, lo resero inquadrabile dalla critica del tempo nella corrente della Nuova Oggettività. La pubblicazione di Working Collages è stata il risultato di un evento straordinario: la scoperta nel 1997, nella tenuta di Blossfeldt, di circa 61 tavole, in condizioni perfette, contenenti prevalentemente ritagli di prove a contatto e cianotipie. Queste tavole, organizzate in griglie composte da circa una ventina di stampe ciascuna, consentono di esaminare il percorso creativo del fotografo e di definirne i tratti distintivi.

Karl Blossfeldt, Rough horsetails I

Come afferma Ulrike Meyer Stump, l’autrice dell’introduzione del libro edito da Schirmer Mosel, questi “collages di lavoro” non sono da intendere come opere indipendenti. Raccolti da Blossfeldt nel corso di decenni e utilizzati come materiale di partenza per il suo libro del 1928 Urformen der Kunst, ci permettono di capire e definire un processo mentale, basato principalmente su un metodo agglomerativo e comparativo, da non intendere in modo schematico. I collages, anche se pubblicati in forma di libro come in questo caso, non sono un prodotto finale: come per l’Atlante di Gerhard Richter, sono paragonabili a un taccuino fotografico a cui un artista fa riferimento per tutta la vita, sono il suo archivio fotografico di forme, un materiale in attesa di elaborazione, in divenire. Paradossalmente, però, come nel caso di Richter, che presenta al pubblico i suoi materiali di partenza nelle mostre, i collages di lavoro di Blossfeldt, considerati isolatamente, assumono una vita propria, assurgendo comunque ad “opera”. Al di là del loro significato nel percorso di un artista, questi ci offrono un’esperienza visiva affascinante.

Karl Blossfeldt, Cereal

I Working Collages definiscono un passaggio intermedio nella progressiva ricerca di essenza formale della pianta, a partire dalla sua selezione in natura, la sua dissezione, la scelta di una prima inquadratura fotografica, fino alla selezione di un dettaglio dal negativo, alla realizzazione di un ingrandimento ed alla formazione della griglia in cui far confluire le serie. La ricerca di astrazione era ben chiara nelle prerogative del lavoro di Blossfeldt, che così si esprimeva al proposito: “se do a qualcuno un equiseto, non avrà grandi difficoltà a fare una presa fotografica atta a supportare un’argomentazione; ma osservare, notare e scoprire le forme di quell’equiseto è qualcosa di cui solo pochi sono capaci.”

Il volume, edito nel 2001, riproduce la disposizione dei provini sui grandi fogli di cartone all’interno dei diversi album originali. Seppur organizzandoli perfettamente dal punto di vista della comprensione scientifica delle serie, il professore della Scuola di Arti e Mestieri di Berlino mette in moto un gioco di relazioni incalzanti, di rimandi fra le immagini, liberando la lettura scientifica e spiazzandola su un piano grafico / estetico, dove le forme originarie di madre natura esplodono nei sorprendenti innesti del design delle singole tavole.

I collages di lavoro di Karl Blossfeldt non sono, quindi, un erbario fotografico, sebbene in molti li abbiano descritti come tali. L’interesse di Blossfeldt per la botanica era marginale. La forza alla base della sua ricerca sulle piante non è, come nel caso degli studi morfologici di Goethe, la ricerca di una “pianta archetipica”, ma piuttosto di un’”arte archetipica”. Analizzando le singole fotografie, sono state scoperte connessioni tra il mondo creato dall’uomo e il mondo naturale. In Bauten der Technik (Buildings of Technology) di Werner Lindner del 1927, ad esempio, le immagini di equiseti di Blossfeldt sono affiancate a torri di varie epoche e culture, e appaiono quindi come “archetipi” dell’architettura moderna dei grattacieli.

Robert Voit, Cornucopiae cucullatum – Orientalisches Füllhorngras

Robert Voit, fotografo di Monaco di Baviera, diplomatosi con Thomas Ruff all’Accademia d’Arte di Düsseldorf, questiona, nella propria ricerca, il rapporto fra autenticità e artificiosità, fra natura e cultura. Nella serie The Alphabet of New Plants, che allude proprio al grande lavoro di Karl Blossfeldt Urformen der Kunst, Voit sviluppa la sua riflessione sulla percezione ingannevole. Cosa, nel mondo di oggi è, ambiguamente, illusorio? Solo con uno sguardo attento alle immagini contenute nel volume, edito da Hatje Cantz, si riconoscono nelle trame delle foglie o nei grovigli degli steli le materie artificiali, la plastica e le stoffe usate nelle confezioni a scopo decorativo.

Robert Voit, Gloriosa superba – Ruhmeskrone

Le 73 immagini di The Alphabet of New Plants, nella loro giocosa assurdità, incorniciano ciascuna un dettaglio floreale diverso, fornendo prova del desiderio umano di emulare i processi naturali della crescita vegetale. Steffen Siegel, dell’Università Folkwang di Essen, scrive in uno dei saggi del volume: “Un gioco raddoppiato si svolge nel lavoro di Voit, da un lato l’appropriazione dello stile fotografico di Blossfeldt e dall’altro, con un curioso effetto leggermente distopico, la presentazione metodica delle piante decorative del ventunesimo secolo come sostitute aliene della natura vegetale”. Pur raccogliendo l’eredità di Blossfeldt, questi simulacri vengono trasposti da Voit attraverso una seducente scrittura visiva contemporanea che riporta la finzione dei motivi vegetali ad un’eleganza essenziale della forma dell’immagine.

In conclusione, il contenuto di questi due libri fotografici, sia quello di Blossfeldt che quello di Voit, ci orientano verso un confronto aperto con le immagini, permettendoci di rilevare le analogie fra arte, natura e cultura, piuttosto che orientarci verso lo studio delle singole caratteristiche dei soggetti.

Karl Blossfeldt
Working Collages
Schirmer Mosel, 2001

Robert Voit
The Alphabet of New Plants
Hatje Cantz, 2015

(Salerno, 1958) vive e lavora a Parigi, è artista visivo e docente. Il suo percorso fotografico ha intersecato molteplici aree d'interesse come l'antropologia, l'architettura, l'archeologia o, ancora, l'industria. La sua ricerca è parte di un progetto coerente che trova il miglior mezzo espressivo nell'arte del “bookmaking”, in particolare nella creazione di libri d'artista. Sono stati pubblicati finora ventisette volumi con sue opere, tra cui “Border Soundscapes” (Artphilein Editions, 2019), “Sottotraccia” (Punctum Press, 2019), “_08:08 Operating Theatre” (2013).
Fra le esposizioni si ricordano “Polyphōnia” (Tempio di Pomona, Salerno, 2021), “Rivelazioni della Forma. Le origini dell'Italia nelle fotografie di Pino Musi” (Museo dell'Ara Pacis, Roma, 2012), “Facecity scroll” (13a edizione Biennale Architettura di Venezia). Opere dell’autore sono presenti in collezioni private e pubbliche, tra cui la Fondazione Rolla in Svizzera, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, la Fondazione Fotografia di Modena, il FRAC (Fonds régional d'art contemporain) Bretagne, in Francia.