Oggetti quasi (L’inconscio casuale nella macchina fotografica)

In Objecto quase (1978), José Saramago immagina un mondo dove gli oggetti mandano in crisi una società capitalistica resa schiava dal loro utilizzo. La reificazione degli individui viene rovesciata paradossalmente in una mirabolante umanizzazione delle cose: “E se gli oggetti sfuggissero alla loro natura di muti testimoni, per diventare diversamente protagonisti, soggetti dotati di un proprio pensiero e proprie capacità decisionali?”. Lo scrittore portoghese immagina scenari possibili innescati dal sopravvento che la tecnica ha avuto sull’umanità, costituita da cittadini che sono diventati ciechi consumatori e cose tra le cose. Maurizio Montagna riprende queste suggestioni creando collegamenti e ipotesi con la serie della sua recente ricerca visuale sui difetti delle immagini – corruzioni, blug, glitch, anomalie, disturbi, distorsioni -, ricca di citazioni e di omaggi, che si interroga su quanto l’operatore sia ancora il vero artefice del suo mondo creativo: “Penso che, nonostante le grandi potenzialità tecnologiche, usate con differenti scopi e non sempre positivi, la quasi totalità dei fruitori di tecnologia sia totalmente asservita a essa, senza più avere un vero rapporto con la realtà. Questo porterà inevitabilmente a una percezione/interpretazione dispotica della stessa.”

Corruzioni (2017-2020) è una serie di immagini apparsa a causa di bug assolutamente inaspettati, i quali hanno agito all’interno di una macchina fotografica che solitamente produce una straordinaria qualità del soggetto documentato e un alto livello di definizione e realismo. Quando lo strumento tecnologico è stato messo in crisi ha portato alla luce un immaginario altro e non controllabile dall’operatore. Ogni crisi è stata gestita autonomamente dal sistema elettronico, programmato per fornire in ogni caso una immagine dello scatto nel visore. E questo è avvenuto anche quando un bug ha preso il sopravvento.

La serie Corruzioni sembra contraddire anche alcune asserzioni di Vilém Flusser, poiché l’apparato non ha agito secondo quello che inizialmente Maurizio Montagna voleva mostrare: “[…] il gesto del fotografo si compie in qualche modo all’ ‘interno’ del programma dell’apparato. Certamente l’apparato fa quello che vuole il fotografo, ma il fotografo può volere soltanto ciò che l’apparato può. Tutte le immagini prodotte dal fotografo devono perciò essere nel programma dell’apparato e sono immagini “prevedibili”, non informative. Ciò significa: non soltanto il gesto, ma anche l’intenzione del fotografo sono funzioni dell’apparato”[1]

Non penso che tutte le immagini prodotte dal bug fossero già ipotizzate a priori dai costruttori e dai programmatori del corpo macchina. La serie Corruzioni è già presente in potenza nel programma dell’apparato e le immagini affiorate sono “prevedibili”, non informative? In questo caso non sembra che anche l’intenzione del fotografo appartenga alle funzioni dell’apparato.

Le immagini tecniche venute a galla sono risultate dalla battaglia tra l’inventore (o produttore) della macchina fotografica e il controllore dell’apparato (il fotografo o l’artista che conduce lo strumento tecnologico secondo le sue intenzioni). Si possono considerare i risultati di un lavoro comune tra i due, anche se non deciso a priori: immagini di una lotta e di un lavoro comune tra l’apparato e chi lo utilizza.

È interessante osservare nelle immagini “corrotte” di/da Montagna l’universo magico (secondo l’accezione di Flusser) che ha preso corpo anche per un caso involontario, accidentalmente, e che fa verificare una modificazione continua delle possibilità figurative. Le varie declinazioni delle immagini corrotte derivano dalla coazione tra l’immaginario tecnologico della macchina fotografica e la conduzione dell’artista che interviene nella scelta di determinati risultati (i singoli frame o “scatti”) e secondo il suo gusto estetico.

L’immaginazione dell’apparato e del fotografo si mettono al servizio del pensiero concettuale, che innesca e introduce nuove informazioni del reale. Qui il caso viene visto non come incidente ma come idea.

Portare l’intervento del caso nella visione dell’artista, che è soggettiva e con uno sguardo che proviene da un determinato punto di vista, è interessante alla luce del fatto che ogni visione è fugace e il punto di vista soggettivo è in continua oscillazione.

Rendere visibili le immagini create dai bug significa anche far affiorare qualcosa che appartiene a un’azione simbolica, ovvero un prelevare qualcosa dall’ambiente per rivolgerlo verso l’interiorità di ogni possibile fruitore. In questo apparire di inedite figurazioni si innescano fruizioni entro un nuovo piano di coscienza, nell’immaginativo, codici che possono essere decifrati personalmente, secondo il proprio portato visivo o intellettuale. La creazione di queste nuove apparizioni del reale inserisce qualche nuovo simbolo nel codice sociale ereditato attraverso la storia dell’arte, dove ogni immagine è un anello di una catena di immagini. Le nuove immagini introducono un nuovo codice che deve essere decifrato, nuovi simboli che vengono interpretati o reinterpretati. I rumori di fondo delle immagini individuate da Montagna, che vanno ad alterare la forma e la percezione degli oggetti inquadrati dall’obiettivo della macchina fotografica, mostrano qualcosa che è presente nel nostro quotidiano e che non riusciamo a vedere senza la mediazione dell’apparato tecnologico? Lo sdoppiamento dell’oggetto inquadrato, la deformazione e il cambio di polarità, sono il non visto dal nostro occhio nella dimensione dell’ambiente circostante in cui viviamo tutti i giorni? Per cercare di rispondere parzialmente a queste domande, mi affido all’accezione del magico secondo la visione di Flusser: “Le immagini rappresentano l’ambiente circostante. Tale ambiente va compreso e modificato attraverso di esse, ‘mediante le immagini’. Comprendere e agire sono conseguenze delle rappresentazioni, e poiché le immagini sono bidimensionali, le rappresentazioni hanno tra loro una relazione circolare, vale a dire una ottiene il suo significato dall’altra, che lo riceve a sua volta dall’altra. Un tale rapporto di interazione di significati si definisce ‘magico’. L’afferrare e il modificare l’ambiente circostante mediante le immagini è un’azione magica. Se si vuole ritornare all’ambiente circostante senza la mediazione delle immagini, se si vuole privare l’azione della sua connotazione magica, allora si devono strappare le rappresentazioni dal contesto magico del piano dell’immagine e condurle in un altro ordine. La difficoltà sta nel fatto che le immagini non sono afferrabili: non hanno profondità, sono solamente visibili”.[2]

In questa loro apparizione, le immagini della serie Corruzioni ci introducono in una altra possibilità del vedere, come se potessimo esperire visivamente l’universo che si parcellizza in quanti, in bit informazionali, in particelle, che non obbediscono più alle linee guida che abbiamo seguito fino a ora (e che ci mostravano le cose come appaiono nelle fotografie tradizionali, la realtà contingente che siamo abituati a guardare) ma che cominciano a disgregarsi, a mostrarsi in altra forma o veste. Siamo di fronte, forse, a una delle tante facce della stessa realtà, un universo dove la figurazione e la forma astratta si compenetrano. Noi cerchiamo di rivolgere in modo aperto la nostra percezione su queste nuove possibilità del reale, e così nel nucleo della coscienza rimoduliamo le strutture visibili del nostro vedere, sentire, pensare la complessità del reale. E questo esercizio lo applichiamo in direzione di ogni possibile oggetto presente nel nostro vivere quotidiano.

Chissà cosa scriverebbe ora Rilke alla luce di questa altra possibilità del vedere, partendo dalla IX elegia, per addentrarsi ulteriormente nel mistero delle cose che ci circondano:  “Forse noi siamo qui per dire: casa / ponte, fontana, porta, brocca, albero da frutti, finestra, /al più: colonna, torre. Ma per dire, comprendilo bene/ oh, per dirle le cose così, che a quel modo, esse stesse, /nell’intimo, mai intendevano d’essere” (Rainer Maria Rilke, Elegie Duinesi, traduzione di Enrico e Igea De Portu, Torino 1978).

Gli oggetti banali presenti nell’abitazione di Montagna, ripresi fotograficamente e lasciati corrompere dai bug della macchina, diventano cose della realtà visibili da diverse angolazioni della coscienza: “Noi sappiamo che sotto l’immagine rivelata ce n’è un’altra più fedele alla realtà, e sotto quest’altra un’altra ancora, e di nuovo un’altra sotto quest’ultima, fino alla vera immagine di quella realtà, assoluta, misteriosa che nessuno vedrà mai, o forse fino alla scomposizione di qualsiasi immagine, di qualsiasi realtà” (Michelangelo Antonioni).

Maurizio Montagna. Corruzioni – Oggetto quasi
CONSARC/GALLERIAChiasso, via Gruetli 1
11 settembre-24 ottobre 2021
nel programma della XII Biennale dell’Immagine di Chiasso


[1] Vilém Flusser, Immagini. Come la tecnologia ha cambiato la nostra percezione del mondo, (edizione originale 1985), Roma 2009, p. 27.

[2] Vilém Flusser, Op. cit., pp 11-12.

In copertina:Maurizio Montagna, Corruzioni (2017-2020)

Mauro Zanchi è critico d’arte, curatore e saggista. Dirige il museo temporaneo BACO (Base Arte Contemporanea Odierna), a Bergamo, dal 2011. Suoi saggi e testi critici sono apparsi in varie pubblicazioni edite, tra le altre, da Giunti, Silvana Editoriale, Electa, Mousse, CURA, Skinnerboox, Moretti & Vitali e Corriere della Sera. Scrive per Art e Dossier, Doppiozero e Atpdiary.