Un ricordo d’infanzia. La Civita di Attili

Io, mia madre, mio padre, un amico di famiglia e il mio cane, una giovane e vivace boxerina. Dopo un avventuroso viaggio su una scassata Peugeot 504, arriviamo in un piccolo paese dell’entroterra laziale. Un lungo ponte in cemento armato davanti a noi. All’altro capo del ponte, su un cucuzzolo di tufo, un paesino arroccato. Per me, allora bambino (siamo nei primissimi anni ’80, forse fine ’70), quel ponte era una sorta di passaggio magico per arrivare al borgo incantato. Percorso tutto il ponte, giungiamo all’ingresso del paese. Il cane, all’improvviso, salta sul muretto perimetrale a strapiombo, quasi a volerlo superare. L’amico di famiglia lo afferra al volo prima che precipiti nel baratro. Fu in quell’istante che, forse per la prima volta, compresi la fragilità della vita, la possibilità che, in un istante e inaspettatamente, tutto finisca.  

La cittadina da fiaba, nel senso più alto della parola, di questo mio ricordo è Civita, meglio nota come Civita di Bagnoregio. A Civita è dedicato un libro, per molti versi, sorprendente, Civita. Senza aggettivi e senza altre specificazioni di Giovanni Attili. Si tratta di un testo anomalo e stratificato. Anomalo sin nella sua veste grafica, per molti versi retrò, con la sua copertina cartonata e le sue scritte dorate. E anomalo anche per la sua suddivisione tra una parte di scrittura saggistica, con apparati di note assai corposi, che si alterna a veri e propri iconotesti di rara raffinatezza che, talvolta, sfiora la leziosità estetizzante. La scrittura di Attili è una prosa, spesso poetica, che ricorda, più che la saggistica degli urbanisti (categoria a cui Attili appartiene), quella di alcuni grandi antropologi, come l’Ernesto De Martino de La terra del rimorso. Scorrendo le pagine del libro si è come risucchiati in un grande racconto epico, dove attraverso la ricostruzione della vita, della storia e delle leggende di Civita, si torna a esperire un passato scomparso, provando, a più riprese, un sentimento di partecipazione a un destino comune, sempre sull’orlo di svanire, di essere risucchiato nel baratro di una memoria collettiva che si sgretola sotto i colpi dell’avanzare di un progresso industriale, prima, e postindustriale, poi, che proietta i luoghi e le esistenze che li abitano verso una dimensione di fruizione immediata, di sé e dello spazio, senza passato né futuro.

Quello di Attili è, certamente, un libro su Civita, cioè su una minuscola località italiana, ma è, allo stesso tempo, una grande metafora della città (civita, per l’appunto), del vivere comune odierno, del nostro abitare lo spazio contemporaneo. Attili cerca di attirare l’attenzione del lettore su temi complessi, sull’instabile e incerto rapporto che sempre deve trovare nuovi punti di equilibrio, non solo in un rinnovato patto tra generazioni, quella presente con quelle passate e quelle a venire, ma anche nella difficile ricerca di un approccio alla storia e all’esistenza in cui il senso delle tradizioni e della salvaguardia dei loro frutti si compenetri con l’avanzare di un mondo economico e tecnologico, sempre più sofisticato, che tende ad azzerare e riformattare l’intero esistente, a partire da semplici criteri di funzionalità e ottimizzazione (poco importa se si tratti di ottimizzazione delle condizioni di vita o di ottimizzazione del profitto, poiché spesso le due sono inscindibili nella gestione tecnocibernetica dell’esistente). Il terreno scivoloso su cui si muove l’argomentazione di Attili è quello di una salvezza o, per dirla più laicamente, di una salvaguardia delle forme di vita nella loro specificità e unicità, senza però ricadere in atteggiamenti nostalgici e immobilistici di museificazione del patrimonio culturale e paesaggistico.

In quest’ottica, riveste particolare interesse la seconda sezione del libro dedicata alla figura di Astra Zarina, profuga estone ed architetto, che, dagli anni ’60 sino alla fine della sua vita, si adoperò per dare avvio a un processo di rinascita del borgo, ridotto a condizione fantasmatica dai processi di spopolamento delle campagne conseguenti all’industrializzazione del boom economico. Si tratta di una storia avvincente, fatta di passione e idee. La storia di una terra di adozione, poiché ogni terra dovrebbe essere abitata non come qualcosa che ci appartiene (il nativo come detentore di un diritto di proprietà, che sfocia nel becero “padroni a casa nostra”), ma come una forma di vita, un complesso reticolato di rapporti tra gli spazi le tradizioni i sentimenti, che decidiamo di adottare; la terra come forma di vita che sappiamo non essere stata generata da noi ma che decidiamo di adottare per quello che è. Un’adozione richiede una scelta, un atto di amore arbitrario, determinato dalla volontà di prendersi cura di un altro, di altro da noi, altro che conserva in sé tratti di un’estraneità non riconducibile alla nostra identità, fisiologica o culturale. Proprio con questo spirito Astra e suo marito Anthony Costa Heywood, assieme ad altri “forestieri”, si presero cura di Civita, lasciando che la cittadina e i suoi abitanti si ricordassero delle proprie origini e delle proprie radici, aprendo, però, anche la vita civile a un apprendimento interculturale, portando all’interno dell’identità dei civitonici anche l’alterità di un mondo più vasto. “Il caso di Civita racconta proprio di questo. Di un insieme eterogeneo di soggetti, insiders e outsiders, portatori di pratiche (anche auto-interessate), la cui combinazione produce nuova località”. Ne scaturisce una nuova idea di comunità, non più fondata sulla radice autoctona, ma su un instabile e mutevole equilibrio tra dentro e fuori, tra abitanti stanziali e abitanti stagionali, tra eventi culturali e pratiche produttive, tra economia reale e capitale simbolico.

Nella terza sezione del libro, che anche nella sua parte iconografica rispecchia lo stesso andamento, Civita diventa territorio di sfruttamento turistico, di merce in vendita per un uso immediato e irriflesso. Da luogo si trasforma in non-luogo, in immagine instagrammabile per turisti distratti. E qui l’analisi di Attili si approssima a quella di altri antropologi, come Marc Augé e Marco Aime, o agli analisti post-situazionisti. Appare, così, un processo planetario di sradicamento e, allo stesso tempo, di annullamento di qualsiasi genius loci. Il mondo come sharing di un mondo-immagine attraverso immagini-di-mondo. Ed è qui che il caratteristico diventa hashtag, l’unicità si fa ricorrenza infinita, l’esperienza del luogo è sostituita dalla riproduzione di ciò che si è già visto (innumerevoli volte in immagine) e ora si riconosce: la realtà si de-realizza, per dirla con Marco d’Eramo. Un mondo come questo crea economie a brevissimo profitto che corrono sempre il rischio di disintegrarsi appena le condizioni di moda visiva mutano, appena il flusso degli hashtag si affievolisce o, come accaduto di recente, appena i grandi flussi turistici, per una ragione o per l’altra, si interrompono. Appena il mondo virtuale vacilla appare un reale ridotto a deserto.

In fondo, la storia di Civita ha davvero i tratti di un prolungato ricordo d’infanzia. Ogni città è questo esercizio del ricordo. Ogni città contiene in sé elementi fondativi delle nostre radici emotive, del nostro sentirci radicati in un determinato luogo, in una determinata cultura, sotto un determinato cielo e su una determinata terra. Ma ogni paese è anche all’interno di un sentimento di spaesamento; conserva anche in sé qualcosa di inevitabilmente lontano, oscuro e inattingibile che può tornare a vivere solo in un sempre rinnovato sforzo di memoria, sempre meno preciso e sempre più destinato ad arricchirsi di particolari forse mai vissuti nella realtà infantile. Solo così i ricordi sopravvivono e restano vitali. Solo inserendola in nuovi percorsi di senso, in nuove narrazioni, la memoria individuale come quella collettiva si tramanda, sopravvivendo a noi stessi e diventando patrimonio comune. Ogni trasmissione è un tradimento e uno sviamento dell’origine e dell’originale. Ma non si può smettere di raccontare, di tramandare, se non a rischio di tutto dimenticare o, peggio, tutto fissare nella memoria glaciale di un hard disk della storia. Questo libro sembra mostrare, nella sua scrittura discreta e appassionata, la necessità di dare al cuore le ragioni di un futuro possibile nell’orma di un passato che ci contiene e ci ospita.

Giovanni Attili
Civita. Senza aggettivi e senza altre specificazioni

Prefazione di Giorgio Agamben
Quodlibet 2020, pp. 399 ill. a col., € 32

Immagine di copertina: Civita di Bagnoregio ritratta nel primo dagherrotipo nel 1874

(Milano, 1969). Insegna Filosofia dell’arte e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Brera, dove nel 2009 ha creato e diretto il biennio specialistico in “Visual Cultures e pratiche curatoriali”. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto. Per una pragmatica dell’immagine” (Johan & Levi, 2013), “L’anarca” (Mimesis, 2014), “Oscillazioni” (SE, 2016), "Il silenzio dell'arte" (Sossella, 2021) e, con Jean-Luc Nancy, “La fin des fins” (Kimé, 2018).