Elogio della distrazione

La cultura occidentale ha posto ai poli dell’attenzione la concentrazione e la distrazione, stigmatizzandone le qualità: positive per la prima, negative per la seconda. Uscire da questa impasse non è semplice, anche solo per consuetudine. Basti pensare all’abusata espressione “deficit dell’attenzione” che rimanda a quell’atteggiamento definito genericamente “distratto” – e pertanto deficitario – manifestato da adulti e soprattutto da adolescenti in risposta (negativa) ai tanti stimoli della società contemporanea. La questione, però, non è così definita come sembra e questo vincolo binario, in cui la concentrazione porterebbe alla vera conoscenza e la distrazione alla non-conoscenza o alla falsa conoscenza, può essere messo in discussione. È questo l’obiettivo del libro Politiques de la distraction, a cura di Paul Sztulman e Dork Zabunyan. A dimostrazione di come la faccenda non sia per nulla pacificata, il volume si iscrive all’interno di un programma di ricerca ben più ampio e dall’omonimo titolo, portato avanti da Labex Arts-H2H/ArTeC, un laboratorio nato in seno all’Università Paris 8. Il progetto si propone di analizzare come molta della produzione artistica – dagli anni Venti e Trenta del Novecento fino ad oggi – suggerisca al pubblico forme di “esperienza distratta” e come tali forme d’esperienza possano dare vita a una forza emancipatrice positiva o per lo meno non deficitaria a-priori. La prospettiva scelta, dunque, è quella estetico-sociologica: i casi studio sono tratti dal cinema, dalla musica, dall’architettura, dai fumetti, ma anche dal sistema di organizzazione dei giardini e dei parchi di divertimento o ancora dal mondo dei videogiochi. La pubblicazione include anche un cahier d’images della mostra Pratiques de la distraction, realizzata a Ginevra nel 2019 e organizzata dagli stessi curatori del libro insieme a Christophe Kihm e gli studenti della HEAD-Haute école d’art et de design. Gli artisti selezionati erano Michelangelo Antonioni, Zoe Beloff, Andrea Cera, The Fantom Man, Harun Farocki, Chloé Galibert-Laîné, Watch Dogs 2, Joanna Grudzinska, Elem Klimov, Kevin B. Lee, Max Neuhaus e Peter Snowdon.

Da «La notte» di Michelangelo Antonioni (1961) © Paul Sztulman

Per mettere in crisi la secolare nomea che vuole l’arte portatrice di distrazione (con valore negativo perché strumento di corruzione dell’animo e dispersione del sapere e a tal proposito si ricordi la condanna delle arti già nella Repubblica platonica), il primo punto da vagliare è l’etimologia del termine. Distrarre è formato dalla particella dis (che indica allontanamento e/o separazione) e il verbo trahĕre (tirare, attirare, attrarre), da cui il significato di spingere in due parti diverse o meglio ancora volgere qualcosa in altro uso. Si distrae, dunque, colui che rivolge – intenzionalmente perché attratto – la propria attenzione verso un’altra direzione (l’attenzione non scompare ma si sposta altrove).

I padri putativi di un approccio complesso alla distrazione sono George Simmel, Walter Benjamin, Sigfrid Kracauer e Ernst Bloch che inquadrano fin da subito la questione in relazione alla società capitalistica e di massa. Nei loro scritti essa diviene una modalità positiva dell’attenzione. La distrazione può essere, infatti, identificata con quella capacità cognitiva – connaturata alla natura umana che deve distogliere il pensiero dal suo aspetto corporeo, materico e necessariamente caduco – che può opporsi alle manipolazioni della propaganda, delle dottrine totalitarie e del pensiero unico. La distrazione è una forza attrattiva, impulsiva, piacevole, nonché emancipatrice con una ricaduta politica e sociale. Essa è in grado di scompigliare le carte in gioco, riportando al centro l’imprevedibilità, ma anche l’inconscio per alcuni versi, e cineasti e artisti sono i primi ad accorgersene e a usarla.

Zoe Beloff, Drive-in Dreamland, an architectural model based on notes and sketches by Albert Gross, c.1945 (2013) © Paul Sztulman

Benjamin e Kracauer vedono nelle sale cinematografiche degli ambienti in cui il pubblico può fare un’esperienza “diversa” (da notare come dal verbo dīverto che significa separarsi da, andarsene derivano sia l’aggettivo diverso che il sostantivo divertimento). È noto del resto come Benjamin, nel 1927, della Corazzata Potëmkin disse che il cinema di Ėjzenštejn apriva a «una nuova regione della coscienza». La capacità infatti di mettere in connessione la tecnica cinematografica con l’ambiente rendeva possibile, in prospettiva, un’emancipazione collettiva.

Distratti, ancora, sono i flâneurs e gli uomini della folla che percorrono i boulevard delle metropoli. Perché la distrazione è un atteggiamento, un modo di essere, non esiste l’opera che rappresenta la distrazione, esiste un processo artistico (che include il corpo e lo spazio) in cui la deviazione dalla cultura ufficiale diviene parte integrante del suo divenire opera, opera-ambiente. L’occhio dada, suprematista e surrealista, attraversa i luoghi e all’interno di essi non fa esperienza solo di quello che viene messo a fuoco, secondo una costruzione prospettica e, in senso lato, culturalmente orientata dal potere – ma anche e soprattutto di ciò che lo circonda. Ciò che è fuori fuoco – dirà Ernst Gombrich – richiama infatti a un’attenzione periferica cheè comunque esperienza del reale.

Esperienze del reale sono anche le visite ai parchi di divertimento. Il più noto probabilmente è quello di Coney Island, piccola penisola di Manhattan che tra il 1870 e il 1929 da stazione balneare alla moda si trasforma in una destinazione turistica di massa. E anche questo fenomeno si accompagna a una grande produzione di materiale visivo: documenti stampati, cartoline postali, poster, opere grafiche, fotografie, film ma anche dipinti, come quelli in cui l’italo-americano Joseph Stella immortala, attraverso il linguaggio dei futuristi, lo sfavillante luccichio delle giostre. In questo caso si assiste a una regolamentazione della distrazione che da divagazione libera e fluttuante di pensieri diviene preda delle strategie di cattura dell’attenzione.

Joseph Stella, Another light to Coney Island, 1939

La distrazione è una sorta di Giano Bifronte: da una parte strumento di emancipazione collettiva, dall’altro fulcro dell’industria del divertimento. Certo è che entrambi i volti mostrano come essa agisca di fatto sulla modalità attraverso la quale si fa conoscenza del mondo e si sta poi al mondo. E nonostante il pendolo della storia abbia oscillato parecchie volte e non sempre in maniera equa, alla luce della forza libertaria che i filosofi della scuola di Francoforte hanno saputo vedere nel rapporto tra arti e distrazione, forse tanti corruttori dell’animo e della giusta conoscenza che nei secoli si sono avvicendati nei meandri della musica, della poesia e della pittura, potrebbero essere riscattati.

Valga un esempio: la più gentile tra le scene del Purgatorio, secondo Ugo Foscolo, è l’incontro tra Dante e Casella. In quell’impossibile abbraccio tra un corpo e un’ombra vana si consuma lo scarto tra ciò che è reale e ciò che non lo è, nonostante la sua visibilità. In terra Casella era stato musico, un cantore, molto probabilmente amico di Dante. Quando i due si incontrano nell’aldilà, in quel regno dove l’alba fiorisce e il tempo torna a scorrere, per tre volte il poeta cerca di stringere le braccia intorno al corpo di Casella; ma è inutile, quella che tenta di toccare è un’anima e solo il ricordo di quel che era lo rende ancora partecipe dell’umanità. Così Casella intona Amor che nella mente mi ragiona, una delle canzoni del Convivio. Allora tutte le anime si fermano, contente di ascoltar quel canto come se nessun altro pensiero toccasse loro la mente, finché irrompe Catone, che le rimprovera aspramente. Perché? Le anime si erano distratte!

Maestro degli Antifonari di Padova, Incontro di Dante e Casella, XVI sec

Politiques de la distraction
a cura di Paul Sztulman e Dork Zabunyan
Presses du Réel, 2021, pp. 320, € 24

In copertina: Max Ernst, Sans titre, 1921, Collage et gouache sur papier, 7 x 9 cm

(1981) si occupa di storia e critica d’arte contemporanea, con particolare riguardo alla relazione che intercorre tra arte, storia e società. PhD in Studi Culturali Europei, è autrice del libro “Marcel Broodthaers. Poetiche dell’ombra” (Mimesis 2018). Ha curato la mostra “No, Oreste, No. Diari da un archivio impossibile” al MAMbo con la relativa pubblicazione (2019) e insegna presso la Fondazione Accademia Internazionale di Imola. Ha scritto saggi e articoli su diverse riviste di settore, collabora con il quotidiano “il manifesto”.